Washington, primi mesi del 2025. Rovistando tra le sue chat private, gli occhi di Nicholas Enrich, a capo dei programmi di policy e pianificazione per la salute globale di Usaid, l’agenzia federale statunitense per lo sviluppo internazionale, cascano su un messaggio in particolare: dice “Congratulazioni”, seguito dall’emoji di una faccina sorridente capovolta. Arriva da una sua collega e amica. «Mi fece un effetto distopico,» descrive Enrich, che raggiungiamo in videochiamata. Racconta che poco dopo, guardando tra le mail, scopre una comunicazione di Usaid rivolta a tutta l’agenzia. Arriva dal Doge, il dipartimento per l’Efficienza governativa diretto da Elon Musk. Scopre di essere appena stato nominato responsabile per la Salute globale. «Il lavoro dei sogni,» dice, per il quale però «non ero particolarmente qualificato e che ero molto nervoso di assumere».
Pochi giorni prima, infatti, il Doge aveva improvvisamente collocato in congedo amministrativo i 60 funzionari più anziani dell’agenzia. Una purga politica, nei fatti, dal momento che, pubblicamente e attraverso i media statali, Trump definiva l’Usaid «un gruppo di criminali e marxisti che odiano l’America». Nonostante l’ente fondato da John F. Kennedy nel 1961 non fosse percepito come prodotto della cultura politica dei Democratici – Ronald Reagan ne sostenne l’espansione negli anni Ottanta e George W. Bush la rese strumento della lotta globale all’Hiv attraverso il programma Pepfar – per Trump l’agenzia era parte del “deep state” che sosteneva di voler smantellare nei primi giorni del suo secondo mandato, firmando decine di ordini esecutivi che consentivano al governo di ridurre il controllo del Congresso: «Erano lanciati in una campagna per distruggerci,» prosegue Enrich. Dopo quel messaggio, Enrich ricoprirà quell’importante incarico per 34 giorni. Abbastanza lungo per vedere la fine della più grande, finanziata e diffusa agenzia statale bilaterale per lo sviluppo internazionale al mondo.
La prima grande emergenza sanitaria dalla cancellazione di Usaid
L’attuale epidemia di Ebola nella Repubblica democratica del Congo (Rdc) ha messo alla prova l’apparato di risposta alle emergenze sanitarie del Paese africano. Il 15 maggio scorso le autorità di Kinshasa hanno dichiarato ufficialmente la presenza di un focolaio nella provincia orientale dell’Ituri, con i primi casi risalenti già a fine aprile. Due giorni dopo, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha classificato l’evento come “Public Health emergency of international concern”, il massimo livello di allerta previsto dai regolamenti sanitari internazionali. A preoccupare gli esperti è la natura del virus: il Bundibugyo ebolavirus, una variante rara per la quale non esistono vaccini o trattamenti approvati. Secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero della salute congolese, al 31 maggio i casi confermati erano saliti a 282, con oltre un migliaio di casi sospetti ancora sotto indagine. In uno dei suoi più recenti bollettini sulla crisi, l’Oms ha sottolineato come la risposta sanitaria dei primi giorni fosse messa a dura prova dalle «difficoltà nel monitoraggio dei contatti delle persone infette, dalle condizioni di insicurezza e sistemi inadeguati di isolamento e dal trasferimento dei pazienti che complicano gli sforzi».
Ma come si collega quanto sta accadendo in Rdc con lo smantellamento dell’Usaid? Enrich fa notare una cosa: «Quello di metà maggio, con 60 decessi accertati e collegati alla malattia, era già uno dei più grandi focolai nella storia di Ebola al momento della prima rilevazione». Ciononostante non sembra aver attivato un meccanismo di risposta all’emergenza. Per Enrich, la fine di Usaid ha significato anche questo.
«Si sono persi anni di progressi nella sorveglianza delle malattie, nella formazione degli operatori sanitari di comunità affinché fossero in grado di rilevare precocemente un’anomalia e reagire di fronte a una febbre emorragica virale come Ebola». Secondo ForeignAssistance.gov, del governo Usa, nel solo anno fiscale 2024 l’assistenza americana alla Rdc ha raggiunto circa 1,4 miliardi di dollari, di cui la quota principale è stata gestita dall’Usaid, confermandone il ruolo di principale attore bilaterale nei programmi sanitari e umanitari del Paese.
Venuto meno Usaid e la sua rete di relazioni con autorità, ospedali e operatori sanitari di prossimità nel Paese, il sistema si è inceppato: «L’epidemia di Ebola è stata dichiarata troppo tardi: tante persone stavano morendo di febbre emorragica virale, ma pur avendone gli indizi non si è riusciti a elaborare rapidamente una risposta». Per il segretario di Stato Marco Rubio la Casa Bianca è venuta a conoscenza del focolaio in ritardo per colpa dell’Oms. La stessa istituzione da cui la sua amministrazione ha scelto di uscire come primo atto dall’insediamento di Donald Trump. «Con i protocolli di Usaid, l’agenzia avrebbe potuto inviare un team entro 24-48 dalla notizia di un focolaio, che avrebbe a sua volta mobilitato sia partner internazionali che quelli locali. Erano i nostri occhi e le nostre orecchie sul terreno. Ciò a cui abbiamo assistito, invece, è un’improvvisazione continua da parte del nostro governo. Non sembrano avere un protocollo né le competenze e le persone con l’esperienza necessaria per trattare questa materia. Questo genera ulteriore ritardo e, perdendo tempo, perdiamo vite,» dice Enrich.
Uffici svuotati, così come i programmi salvavita: la “caccia alle streghe” dell’aiuto umanitario
Nel suo libro intitolato “Into the Wood Chipper”, in cui racconta come l’agenzia sia stata smontata pezzo per pezzo dall’amministrazione Trump, Enrich spiega come all’inizio del 2025 nessuno si aspettasse lo sradicamento di Usaid: «Avevamo fatto ricerche su come sarebbe stato con Trump. Sapevamo che avrebbe cercato di ritirarsi dall’Oms e che avrebbe cercato di ridurre parte del nostro lavoro sui programmi di salute sessuale e riproduttiva». Nessuno, però, immaginava la cancellazione dell’intera struttura. «Tutte le persone che avrebbero potuto arrivare a dirigere l’agenzia erano favorevoli a Usaid. Compreso il documento Project 2025, che diceva molte cose positive sull’importanza dell’agenzia». Persino l’arrivo del Doge guidato da Elon Musk, non venne accolto con ostilità: «A essere sincero, l’idea che una persona esterna arrivasse e valutasse l’efficienza delle agenzie governative mi sembrava una buona idea». All’epoca Enrich dirigeva i programmi di politica e pianificazione per la salute globale e riteneva che vi fossero margini reali per migliorare il funzionamento dell’agenzia. «Avevo molte idee per renderci più efficienti e volevo sottoporle». Quel confronto non avvenne mai. Negli esatti momenti in cui Enrich otteneva quell’inaspettata promozione, agenti federali rimuovevano la scritta Usaid dall’insegna dell’edificio principale a Washington, staccavano dai muri le fotografie di un’istituzione attiva da oltre sessant’anni, impedivano ai dipendenti di comunicare all’esterno – Oms e partner compresi – cosa stesse succedendo.

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Minneapolis, l’America dopo Trump
In realtà, prima ancora che il Doge entrasse in scena, un ordine esecutivo firmato da Trump congelò tutti i fondi federali destinati all’assistenza estera. In un primo momento Enrich pensò si trattasse di un errore burocratico destinato a essere corretto. Pochi giorni dopo arrivò però la conferma. Il Dipartimento di Stato ordinò la sospensione dei contratti e il blocco dei programmi finanziati dall’agenzia. «Non era un errore. Volevano davvero congelare i nostri programmi, anche se questo significava interrompere programmi salvavita». Da quel momento, racconta Enrich, la macchina di Usaid cessò progressivamente di funzionare: i fondi vennero bloccati, i sistemi di pagamento disattivati, il personale collocato in congedo e i partner internazionali lasciati senza interlocutori.
L’annuncio di una deroga ai programmi salvavita – per malnutrizione, assistenza medica di emergenza ecc. – si rivelò una messinscena: «Venivamo fermati a ogni passo. Il Doge continuava a distruggere i sistemi di cui avremmo avuto bisogno per implementarli».
Ciò che sfugge è perché una simile operazione non abbia scatenato un’ondata di indignazione domestica. La verità, per stessa ammissione di Enrich, è che Usaid è sempre stata più efficace nel comunicare la propria importanza all’estero. «A gennaio 2025, quasi nessun americano aveva mai sentito parlare di Usaid oppure, non aveva idea di cosa facesse». Una condizione che avrebbe consentito all’amministrazione Trump di trasformare l’agenzia in un bersaglio politico senza incontrare resistenze nell’opinione pubblica. «Molte persone, trainate dai trumpiani più irriducibili, non capivano perché dovessero spendere i propri soldi per aiutare persone all’estero anziché usarli per gli affari domestici».
Un costo umano che sembra destinato ad aumentare
Nulla, secondo Enrich, ha la forza e la struttura necessaria per colmare il vuoto lasciato da Usaid nel breve periodo. Le cause legali contro l’amministrazione Trump, autrice di un’azione illegittima come la chiusura unilaterale di un’agenzia creata dal Congresso, hanno tempi più lunghi rispetto al danno che è già stato fatto. Secondo uno studio pubblicato nel 2025 da The Lancet, la riduzione dell’assistenza sanitaria e umanitaria statunitense potrebbe contribuire, nei prossimi cinque anni, a oltre 14 milioni di morti evitabili nel mondo, di cui circa un terzo tra bambini sotto i cinque anni. Una stima che restituisce la dimensione del vuoto lasciato dall’agenzia ben oltre il caso di Ebola in Repubblica democratica del Congo. Per Enrich, infatti, il focolaio che ha colpito la Rdc nelle ultime settimane rappresenta soltanto il sintomo più visibile di una crisi molto più ampia. «La situazione di Ebola sta ricevendo molta attenzione sui giornali in questo momento, ma è una minuscola goccia nel mare,» continua Enrich. «I dati che abbiamo fino ad ora sono una minima parte rispetto al numero di persone che moriranno a causa di epidemie molto più grandi come la tubercolosi, che uccide oltre un milione di persone ogni anno, o la malaria, che provoca la morte di 500mila bambini all’anno, o l’Hiv».
Secondo l’ex funzionario, gli effetti sono già visibili. «Le stime più prudenti indicano che 750mila persone sono già morte inutilmente a causa dei tagli statunitensi». A preoccupare è soprattutto l’interruzione di programmi costruiti nell’arco di decenni: campagne vaccinali, distribuzione di farmaci antiretrovirali, prevenzione della malaria, sorveglianza epidemiologica e ricerca su patologie ad alta mortalità. «La prossima generazione di bambini che nascerà senza accesso ai programmi di immunizzazione sostenuti dagli Stati Uniti», afferma Enrich. «Stiamo vedendo cliniche dove i bambini nascono con l’Hiv a tassi elevati, mentre un anno fa negli stessi luoghi quei numeri erano quasi pari a zero».
AP Photo/Hajarah Nalwadda/LaPresse
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Anna Spena
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