7mila miliardi bruciati. La strategia per salvarci


L’industria europea è in crisi nera. Scopri i numeri del crollo, le alleanze in corso e come la cooperazione rafforzata salverà il nostro mercato.

L’Unione Europea ha un problema enorme e i numeri parlano chiaro. Negli ultimi venticinque anni, il Vecchio Continente ha bruciato una fetta immensa di ricchezza, perdendo settemila miliardi di euro. La regola di base è severa: quando un mercato diviso si scontra con colossi uniti come Stati Uniti e Cina, chi non fa sistema è destinato a soccombere. La grande novità di oggi è il tentativo di ribaltare questa condanna attraverso un vero e proprio patto giuridico. Si punta tutto sulla cooperazione rafforzata, un meccanismo che permette di aggirare i veti dei Paesi del Nord e imporre regole comuni. Emerge un principio sempre valido per ogni cittadino e impresa: gli aiuti statali isolati avvantaggiano i Paesi ricchi e affondano le nazioni con alto debito pubblico, come l’Italia. L’unione diventa l’unica legge di sopravvivenza.

Il collasso finanziario del mercato europeo

Inizia tutto con un campanello di allarme inequivocabile. La Commissione Europea ha presentato un piano normativo specifico (Industrial Accelerator Act). Il testo fissa un traguardo di legge molto severo. Entro il 2035, il settore manifatturierodovrà produrre il 20 per cento della ricchezza continentale. L’industria viene designata come il motore esclusivo della ripresa economica. Raggiungere questo parametro richiede uno sforzo titanico e un vero cambio di paradigma. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha illustrato la gravità della situazione reale durante l’assemblea del 26 maggio. Negli ultimi venticinque anni, la quota di ricchezza mondiale prodotta in Europa è crollata di ben sette punti percentuali in cifra assoluta. A parità di peso sul totale globale, questo significa che sono andati in fumo oltre settemila miliardi di euro. Una emorragia impressionante. A questi dati negativi si aggiunge una ulteriore doccia fredda da parte del vice presidente esecutivo per la Strategia industriale (Commissione Ue), Stephane Séjourné. Egli ha confermato ai vertici italiani la perdita di 250mila posti di lavoro diretti nelle fabbriche. Un disastro che si traduce in un milione di lavoratori rimasti senza occupazione nell’indotto. Numeri che impongono scelte legislative drastiche e immediate.

I confini stretti degli aiuti di Stato

Per fermare questa caduta libera, le vecchie normative europee si rivelano totalmente inadeguate. Lasciare ogni nazione libera di stanziare sussidi per le proprie imprese crea enormi distorsioni nel mercato comune. Facciamo un esempio pratico per spiegare il funzionamento di questa regola. Immaginate due grandi negozi che vendono lo stesso prodotto nella stessa strada. Se il sindaco regala soldi pubblici a uno dei due proprietari, il secondo negozio finirà per chiudere i battenti. Questo è esattamente ciò che accade in Europa con la logica degli aiuti di Stato. Le nazioni frenate da un enorme debito pubblico, come l’Italia, non hanno le risorse finanziarie per proteggere le proprie aziende nella fase di emergenza causata dalle guerre. Al contrario, altre nazioni europee possono foraggiare le loro fabbriche e stravincere la concorrenza interna. Mantenere in vita questa procedura significa condannare a morte i mercati più fragili.

Il patto per difendere il nostro tessuto produttivo

Per modificare in profondità le norme europee serve la forza schiacciante dei numeri. L’Italia ha deciso di costruire un fronte compatto e ha chiamato a raccolta Francia, Germania e Spagna. Il leader degli industriali italiani ha avviato riunioni di altissimo livello con il Medef francese e con i rappresentanti spagnoli. Un primo vertice esplorativo a Madrid ha aperto la strada a un appuntamento decisivo programmato a Roma per la fine di settembre. Successivamente, all’inizio del mese di novembre, Berlino ospiterà un incontro a tre con la presenza della potente Bdi tedesca. Questo asse strategico mira a dettare al Parlamento e alla Commissione una linea operativa condivisa. Costruire una posizione comune tra i Paesi più industrializzati rappresenta l’unico mezzo per proteggere i bilanci nazionali. L’obiettivo finale è dare mandato a Business Europe, l’organizzazione continentale delle imprese, per imporre alle istituzioni comunitarie riforme tempestive e severe a favore della competitività contro America e Cina.

Come funziona la cooperazione rafforzata

La soluzione giuridica individuata per uscire dallo stallo porta un nome tecnico preciso. La legge europea prevede uno strumento chiamato cooperazione rafforzata. Questo meccanismo speciale serve per scardinare i blocchi interni e procedere in modo spedito. Quando alcuni Stati membri pongono il veto e non vogliono approvare una direttiva, un gruppo ristretto di nazioni può decidere di procedere da solo per adottare regole vincolanti tra di loro. Questo formidabile grimaldello ha permesso in passato di istituire l’euro. Oggi rappresenta l’unica strada percorribile per avviare una politica industrialefondata su un debito comune, indispensabile per finanziare investimenti strategici. Serve un unico mercato unificato per l’energia, per i capitali e per il risparmio. La premier Giorgia Meloni, durante il suo intervento in assemblea, ha sposato in modo netto e per la prima volta questa impostazione. Adottare la cooperazione rafforzata consente di piegare la resistenza fisiologica dei Paesi del Nord, i quali in nome della rigidità di bilancio tentano di tratteggiare un’Europa a due velocità, di fatto spaccata e paralizzata.

I ritardi italiani e il conto da pagare

L’urgenza di introdurre leggi europee più coraggiose nasce soprattutto dai numeri disastrosi del nostro Paese. Nel corso degli ultimi venticinque anni, l’economia nazionale ha registrato una crescita media microscopica dello 0,4 per cento all’anno. Nello stesso arco temporale, l’intera unione è cresciuta dell’1,4 per cento, gli Stati Uniti del 2,1 per cento e la Cina dell’otto per cento. Dal 2000 ad oggi il nostro prodotto interno lordocomplessivo è salito di appena il 10 per cento. Di contro, l’Europa è balzata in avanti del 40 per cento, l’economia statunitense di quasi il 70 per cento e la Cina di un inimmaginabile 586 per cento. L’Italia assorbe i contraccolpi delle recessioni globali in misura peggiore rispetto ai concorrenti e fatica in modo patologico a recuperare il terreno perduto. Il presidente di Confindustria ha certificato in assemblea questo fallimento collettivo. Nessuna coalizione o colore politico recente può dirsi esente da responsabilità e le accese divisioni di questa fine legislatura non rassicurano i mercati. I cittadini e le imprese affrontano ostacoli immensi ogni giorno. L’applauso più intenso delle duemila persone in sala è scattato proprio per richiamare la politica all’ordine. Le persone sanno accettare i sacrifici necessari di fronte a regole chiare e responsabilità condivise, ma non sopportano di vedere ogni singola decisione economica trasformata in un perenne e rovinoso campo di battaglia elettorale.


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