Riforma istituti tecnici: cosa cambia nella didattica e nella rimodulazione degli orari delle materie. Il tempo scuola sarà ridotto o riorganizzato? INTERVISTA al Diriente Fossati


Il futuro dell’istruzione tecnica tra competenze professionali, flessibilità territoriale e nuove sfide organizzative. Abbiamo incontrato il prof. Andrea Fossati, Dirigente Scolastico dell’IIS “Pio La Torre” di Palermo, per analizzare da vicino la riforma degli istituti tecnici, l’impatto sulle discipline strategiche e il delicato equilibrio tra le esigenze del mercato del lavoro e la tutela del diritto allo studio.

Il passaggio da un’istruzione focalizzata sulle conoscenze a una incentrata sulle competenze professionali modifica l’impostazione didattica degli istituti tecnici? In che modo? Quale valore assumerà il diploma con la riforma? 

Negli ultimi anni si parla sempre di più di una scuola che non si limiti a “spiegare” concetti, ma che aiuti davvero gli studenti a saperli usare. È proprio questa la direzione che stanno prendendo molti istituti tecnici: meno apprendimento solo teorico e più attenzione alle competenze, cioè alla capacità di mettere in pratica ciò che si studia.

Attenzione però: non significa che le materie tradizionali perdano importanza. Al contrario, matematica, informatica, elettronica, economia o meccanica restano fondamentali. Cambia però il modo di affrontarle: non più solo libri e verifiche, ma attività concrete, progetti, lavori di gruppo e situazioni vicine a quelle che si incontrano davvero nel mondo del lavoro.

Oggi infatti non basta conoscere una formula o ricordare una definizione. Le aziende cercano ragazzi capaci di ragionare, collaborare, comunicare e adattarsi a tecnologie che cambiano continuamente. Per questo negli istituti tecnici stanno diventando sempre più importanti laboratori, project work, simulazioni e attività legate al territorio e alle imprese.

Anche il laboratorio stesso non è più visto semplicemente come “l’aula con i computer o i macchinari”, ma come un modo diverso di fare scuola: più pratico, più coinvolgente e spesso anche più stimolante per gli studenti.

Di conseguenza cambia anche il ruolo dei docenti. L’insegnante non è soltanto chi trasmette contenuti, ma diventa una guida che accompagna gli studenti nello sviluppo di competenze tecniche e trasversali, aiutandoli a diventare più autonomi e consapevoli.

In questo scenario il diploma tecnico può acquistare ancora più valore. Sempre più aziende cercano giovani preparati sì dal punto di vista teorico, ma anche capaci di lavorare in contesti reali, innovativi e complessi. Per molti studenti, quindi, l’istituto tecnico rappresenta oggi una scelta concreta e moderna, che può aprire sia le porte del lavoro sia quelle dell’università.

Ovviamente tutto questo funziona solo se alle idee seguono investimenti reali: laboratori aggiornati, formazione continua per i docenti e un collegamento serio con il territorio e il mondo produttivo. La vera sfida sarà evitare una scuola troppo “meccanica” o orientata solo all’addestramento, mantenendo invece un equilibrio tra cultura generale, competenze professionali e spirito critico.

Se questa trasformazione verrà portata avanti nel modo giusto, gli istituti tecnici potranno diventare uno dei punti di forza della scuola italiana: luoghi in cui si formano ragazzi preparati, competenti e pronti ad affrontare il futuro con strumenti concreti e idee solide.

Quali dinamiche porta l’introduzione di un’area di indirizzo flessibile articolata su base territoriale? Come si concilia questa specificità locale con l’uniformità del diritto allo studio a livello nazionale?

L’introduzione di un’area di indirizzo flessibile rappresenta sicuramente uno degli aspetti più innovativi della riforma degli istituti tecnici. L’idea di fondo è quella di rendere la scuola più capace di dialogare con il territorio, adattando parte del percorso formativo alle caratteristiche economiche, produttive e professionali locali.

In pratica, un istituto tecnico situato in un’area ad alta vocazione industriale, turistica, agroalimentare o tecnologica potrebbe costruire percorsi più vicini alle reali opportunità offerte dal contesto in cui gli studenti vivono. Questo può rendere la scuola più moderna, più motivante e anche più utile dal punto di vista occupazionale.

Allo stesso tempo, però, è importante mantenere un equilibrio molto attento tra flessibilità e uniformità del sistema nazionale. Il diritto allo studio deve rimanere uguale per tutti gli studenti italiani, indipendentemente dalla regione o dal territorio in cui frequentano la scuola. Il rischio è che un’eccessiva differenziazione possa creare percorsi troppo frammentati o disuguaglianze nella qualità della formazione.

Una delle criticità principali riguarda soprattutto i primi due anni. Molti ragazzi, all’ingresso nella scuola superiore, non hanno ancora una piena consapevolezza delle proprie attitudini, interessi o aspirazioni professionali. Per questo il biennio iniziale dovrebbe probabilmente mantenere una struttura più unitaria, capace di offrire una preparazione ampia, orientativa e culturalmente solida.

Personalmente ritengo più equilibrata l’idea di concentrare la maggiore flessibilità soprattutto nel triennio finale, quando gli studenti hanno acquisito maggiore maturità e possono compiere scelte più consapevoli rispetto al proprio futuro formativo e lavorativo.

La sfida sarà quindi costruire una scuola capace di valorizzare le specificità dei territori senza perdere la propria identità nazionale. Servirà un modello che unisca personalizzazione dei percorsi, qualità culturale e garanzia di pari opportunità per tutti gli studenti.

Se ben applicata, questa impostazione potrebbe rendere gli istituti tecnici ancora più dinamici, vicini al mondo reale e capaci di accompagnare i giovani verso scelte professionali più consapevoli e coerenti con le trasformazioni della società e del lavoro.

Quali classi di concorso saranno interessate dalle rimodulazioni orarie a partire da settembre? Come potrebbero essere tutelati i docenti? 

Le rimodulazioni orarie previste dalla riforma avranno inevitabilmente un impatto diverso a seconda degli indirizzi di studio e delle specifiche realtà scolastiche. Nel caso del nostro istituto, che appartiene al settore tecnico economico con indirizzo AFM, le principali criticità riguardano soprattutto discipline come geografia economica e seconda lingua straniera, che potrebbero andare incontro a un ridimensionamento significativo.

Personalmente ritengo che questo rappresenti un elemento di riflessione rispetto agli obiettivi di internazionalizzazione e apertura ai mercati globali che il Ministero stesso dichiara di voler perseguire. Oggi le imprese chiedono sempre più competenze linguistiche, capacità di leggere i fenomeni economici internazionali e conoscenza dei contesti geopolitici e culturali. In questo scenario, una riduzione del peso di alcune discipline strategiche potrebbe incidere su competenze che tradizionalmente caratterizzano un moderno istituto tecnico economico.

Va inoltre considerato che la scuola tecnica non può limitarsi a formare figure esclusivamente operative. Deve invece preparare studenti capaci di comprendere la complessità economica, sociale e internazionale del mondo contemporaneo. Discipline come geografia economica e lingue straniere contribuiscono in modo significativo a costruire questa visione ampia e integrata.

Anche per questo motivo la tutela dei docenti coinvolti diventa un tema molto importante. Le eventuali riduzioni orarie non dovrebbero essere affrontate soltanto come una questione di organico, ma anche come un’opportunità per ripensare la valorizzazione professionale delle competenze presenti nelle scuole. Sarebbe utile investire maggiormente in formazione qualificata, interdisciplinarità, progettazione europea, internazionalizzazione e potenziamento delle competenze trasversali.

In molti casi, infatti, il problema non è tanto la presenza delle discipline, quanto la necessità di un investimento culturale e metodologico che ne valorizzi il ruolo all’interno dei nuovi percorsi formativi. Se si vuole costruire una scuola tecnica moderna, internazionale e competitiva, è importante accompagnare l’innovazione con strumenti culturali adeguati e coerenti con gli obiettivi dichiarati.

La sfida sarà quindi trovare un equilibrio tra aggiornamento dei curricoli, sostenibilità organizzativa e tutela della qualità formativa, evitando che alcune discipline fondamentali perdano progressivamente centralità proprio in una fase storica in cui potrebbero offrire un contributo particolarmente rilevante.

Una delle critiche rivolte alla riforma riguarda la riduzione del tempo scuola e le eventuali ricadute sui livelli di apprendimento nazionali e sull’equilibrio formativo tra le diverse regioni del Paese e i differenti contesti sociali. Lei cosa ne pensa?

Sul tema della riduzione del tempo scuola è importante fare innanzitutto una precisazione: nella riforma degli istituti tecnici non si assiste a una drastica diminuzione complessiva delle ore, ma soprattutto a una loro diversa organizzazione. La riduzione più evidente riguarda il quinto anno, che passa da 32 a 30 ore settimanali, mentre negli altri anni si parla prevalentemente di rimodulazione del tempo scuola e delle attività formative.

In realtà l’istituto tecnico è già profondamente cambiato negli ultimi anni. Oggi la scuola non è più scandita soltanto dalla tradizionale successione di lezioni frontali e discipline separate, ma integra sempre più attività di orientamento, PCTO, laboratori, project work, sviluppo delle competenze trasversali e collaborazione con imprese e territorio. In questo senso la riforma prende atto di una trasformazione che è già in corso nella pratica quotidiana di molte scuole.

Naturalmente resta fondamentale evitare che la riduzione o la rimodulazione del tempo scuola producano un abbassamento dei livelli di apprendimento. Questo rischio esiste soprattutto nei contesti più fragili, dove la scuola rappresenta spesso un presidio educativo, culturale e sociale essenziale. I dati INVALSI mostrano infatti ancora forti differenze territoriali nei livelli di competenza tra Nord e Sud e tra contesti socio-economici differenti, soprattutto in italiano, matematica e inglese.

Per questo motivo il tema centrale non è soltanto “quante ore” si fanno, ma come vengono utilizzate. Un tempo scuola più flessibile può essere molto efficace se accompagnato da laboratori ben organizzati, didattica innovativa, orientamento di qualità e forte personalizzazione dei percorsi. Al contrario, senza investimenti adeguati, il rischio è che le differenze territoriali possano aumentare.

È quindi necessario mantenere un equilibrio molto attento tra innovazione e garanzia del diritto allo studio. La scuola tecnica deve certamente evolversi per rispondere ai cambiamenti del lavoro e della società, ma senza perdere la propria funzione culturale e formativa generale.

La vera sfida sarà costruire un modello capace di coniugare qualità degli apprendimenti, competenze professionali e pari opportunità educative, evitando che la flessibilità si trasformi in disuguaglianza. Se sostenuta da investimenti, formazione dei docenti e reti territoriali solide, questa trasformazione potrebbe invece rendere gli istituti tecnici ancora più moderni, inclusivi ed efficaci.

Come si potrebbe strutturare concretamente l’attività didattica con il maggiore spazio concesso agli Insegnanti Tecnico-Pratici e l’ingresso di esperti dal mondo del lavoro? Quali soluzioni organizzative potrebbero essere necessarie per la gestione del personale e dei calendari scolastici?

Rispondere oggi in modo definitivo a questa domanda sarebbe probabilmente prematuro, perché siamo ancora in una fase in cui attendiamo indicazioni più precise dal Ministero. Molto dipenderà da come la riforma verrà concretamente applicata nelle scuole e da quali strumenti saranno messi a disposizione.

Credo però sia importante evitare una lettura troppo semplificata del tema. Non si tratta solo di “meno ore” o “più ore”, ma di capire come cambia il modo di fare scuola. Negli istituti tecnici questo cambiamento, in parte, è già iniziato da tempo: accanto alle lezioni tradizionali ci sono orientamento, FSL, laboratori, attività legate alle competenze trasversali e un rapporto sempre più stretto con il territorio e con le imprese.

Nella pratica quotidiana molte scuole stanno già lavorando così. Oggi il tempo scuola non coincide soltanto con la lezione frontale, ma comprende esperienze diverse che aiutano gli studenti a capire meglio sé stessi, il mondo del lavoro e le proprie possibilità future.

Detto questo, qualche preoccupazione è naturale averla, soprattutto pensando agli studenti che partono da situazioni più fragili. I dati ci dicono che esistono ancora forti differenze tra territori e contesti sociali, quindi sarà fondamentale monitorare con attenzione gli effetti della riforma per evitare che certe distanze aumentino ulteriormente.

Come scuole dobbiamo affrontare questa fase con equilibrio e senso pratico. Gli istituti tecnici hanno già sviluppato negli anni una buona capacità di adattamento e credo possano cogliere anche le opportunità positive della riforma, soprattutto se continuerà il dialogo con il mondo delle imprese e con il territorio.

Una vera sfida sarà trovare un equilibrio tra innovazione, qualità della formazione ed equità, senza perdere di vista le persone. Perché alla fine ogni cambiamento funziona davvero solo se riesce a migliorare il percorso degli studenti, di tutti gli studenti.


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 Daniela Rinaldi

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