La turistificazione dei borghi: affitti brevi, seconde case e crisi della residenzialità


Nelle ultime settimane il tema degli affitti brevi (ossia delle abitazioni residenziali concesse in locazione per periodi limitati) è tornato al centro del dibattito pubblico. A riaccendere la discussione ha contribuito anche l’intervista rilasciata a La Repubblica da Francesco Grillo, imprenditore barese che, attraverso la propria società, gestisce oltre trecento immobili destinati al mercato turistico nel solo capoluogo pugliese.
Nell’articolo, pubblicato qualche settimana fa online, l’imprenditore si lascia andare a una serie di affermazioni provocatorie: “Se studenti e giovani coppie non possono permettersi di abitare in centro, devono scegliere altri quartieri o trasferirsi in centri più piccoli”. Una posizione netta, che subordina le esigenze abitative dei residenti e le prospettive di chi vorrebbe costruire il proprio futuro in città agli interessi del turismo mordi e fuggi e ai suoi ritorni economici immediati.

Overtourism in Puglia

La “turistificazione” dei piccoli paesi

Se nelle grandi città il tema degli affitti brevi e della crescente diffusione di bed & breakfast e strutture ricettive è ormai da anni all’ordine del giorno, nei piccoli paesi il fenomeno si ripropone in scala ridotta, replicando dinamiche simili a quelle che interessano i principali centri urbani. Pur suscitando un’attenzione minore nell’opinione pubblica e nei media, si tratta però di una questione altrettanto rilevante e urgente, soprattutto per i territori delle aree interne, dove gli equilibri demografici, sociali ed economici sono spesso più fragili.
Il fenomeno presenta una natura ambivalente. Da un lato, l’aumento delle strutture ricettive può essere interpretato come il segnale di una rinnovata attrattività del territorio, capace di intercettare flussi turistici, generare opportunità economiche e valorizzare patrimoni locali altrimenti marginalizzati. Dall’altro lato, però, questa trasformazione rischia di nascondere processi più profondi e problematici. L’aumento degli immobili destinati all’ospitalità turistica può contribuire a ridurre la disponibilità di abitazioni per i residenti, alterando il mercato locale e modificando progressivamente le dinamiche interne del paese. Il rischio è che questi luoghi vengano sempre più modellati sulle esigenze di chi li frequenta temporaneamente, piuttosto che di chi li abita stabilmente.

Foto di Wolfgang Hasselmann su Unsplash
Foto di Wolfgang Hasselmann su Unsplash

Il paese da luogo abitato a dormitorio

Da alcuni anni vivo in un paese dell’entroterra marchigiano dove questo fenomeno è in costante crescita. In questa piccola realtà oggi si contano oltre venti strutture riconducibili alla categoria dei bed & breakfast; il numero sale a circa sessanta strutture se si considerano hotel, affittacamere e altre tipologie di soggiorno. Questi numeri assumono un peso significativo se rapportato alla popolazione residente, che supera di poco i quattromila abitanti. Si tratta di una trasformazione evidente del tessuto locale, che riflette dinamiche sempre più diffuse anche nei centri minori, fino a poco tempo fa considerati marginali rispetto ai grandi processi di turistificazione.

Anche i fenomeni degli “alberghi diffusi” e delle famigerate casa a un euro (tanto in voga soprattutto nel Mezzogiorno) rientrano in questa prospettiva. Una prospettiva però illusoria, che contrasta la desertificazione demografica con operazioni merceologiche che nulla hanno a che vedere con il senso dell’abitare, parola che dovrebbe essere invece centrale per una rinascita concreta delle aree interne. Vengono in soccorso le parole di Domenico Cersosimo, Fulvio Librandi, Rosanna Nisticò: “La fortuna nel tempo di ogni territorio è quella di essere continuamente riabitato e rigenerato, a condizione, però, che la parola ‘abitare’ non venga svuotata di senso, che non la si riduca a indicare un trapianto senza criterio di uomini in cerca di un altrove non-urbano, di un’ingenua tranquillità preconfezionata, di un dormitorio dove caricare le ‘batterie’ nel weekend” (Case a 1 euro: critica dell’ideologia del borgo-merce, in Contro i borghi, Donzelli Editore, 2022).

Gli investimenti esterni sulle aree interne

A questo si aggiunge un altro elemento che merita attenzione. Le piccole realtà delle aree interne sono sempre più oggetto dell’interesse di investitori e acquirenti provenienti dall’esterno, spesso stranieri, attratti dalla qualità paesaggistica, dal patrimonio storico e dai costi relativamente contenuti degli immobili. Case del centro storico, abitazioni inutilizzate e vecchi casolari vengono acquistati, ristrutturati e trasformati in seconde case e strutture ricettive utilizzate soltanto per brevi periodi dell’anno (non di rado gestite da soggetti che mantengono la propria residenza fiscale all’estero). Si tratta di interventi che, in molti casi, contribuiscono al recupero di edifici altrimenti destinati all’abbandono, ma che al tempo stesso sottraggono ulteriori spazi alla residenzialità permanente. Il rischio, nel lungo periodo, è quello di assistere a una progressiva trasformazione della funzione stessa del paese: da luogo vissuto e abitato a luogo “consumato” e frequentato temporaneamente.

Turismo lento
Turismo lento

Una regolamentazione urbana è possibile?

Il punto, qui, non è mettere in discussione l’esistenza di queste attività né il diritto dei proprietari di valorizzare i propri immobili e costruire opportunità economiche legittime. Il turismo può rappresentare una risorsa importante per territori che per decenni hanno sofferto spopolamento, carenza di servizi e scarsità di investimenti. Ignorare questo aspetto significherebbe trascurare una parte essenziale del problema.
La questione, piuttosto, riguarda la necessità di immaginare strumenti di governo del territorio capaci di bilanciare interessi diversi: quelli degli imprenditori, certo, ma anche e soprattutto quelli di chi quei luoghi li abita da sempre, e anzi ne costituisce la vera ossatura sociale ed economica. Se il mercato è lasciato agire senza alcuna forma di regolamentazione, il rischio è che le esigenze dei visitatori e degli investitori finiscano per prevalere su quelle di coloro che vivono quotidianamente quella realtà. La domanda dunque è: si possono prevedere regole, limitazioni e criteri capaci di tutelare la presenza dei residenti e di preservare un adeguato patrimonio abitativo, evitando che i borghi si trasformino progressivamente in scenari costruiti soprattutto per il turismo?

Chi arriva e chi resta: un equilibrio necessario

In un paese amministrato e promosso sempre più come una destinazione da visitare, gli abitanti rischiano infatti di trovarsi in una posizione paradossale: da un lato assistono alla valorizzazione del territorio, dall’altro incontrano crescenti difficoltà nell’accesso alla casa. Gli affitti aumentano, gli immobili disponibili diminuiscono e trovare un’abitazione a prezzi sostenibili diventa un percorso sempre più complesso, soprattutto per i giovani, per le famiglie e per chi vorrebbe restare o trasferirsi stabilmente in quel luogo. La sfida, dunque, non è scegliere tra turismo e comunità locale, bensì trovare un equilibrio che permetta al primo di generare valore senza compromettere le condizioni necessarie alla sopravvivenza della seconda.

Alex Urso

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