Dopo il caso di San Vito. Vietare i social ai sedicenni? Cominciamo dagli adulti


C’è una scena perfetta, una di quelle che valgono più di un convegno, più di una legge o di un discorso solenne pronunciato con la faccia grave da chi ha appena scoperto internet e le sue disgrazie.

 

La racconta Alfonso Lanzieri su X: “In un video sui social, fatto in un ristorante, uno annuncia al web che la moglie è in dolce attesa. Lei, imbarazzata, gli fa notare che non l’aveva detto ancora neppure ai parenti. Ma i social vanno tolti ai 16enni”.

 

Ecco. Potremmo anche fermarci qui.

 

Perché dentro questa frase c’è tutta l’ipocrisia del dibattito pubblico sui social, i minori, i divieti, l’emergenza educativa, la salvezza dell’infanzia e le solite lacrime versate a favore di telecamera. I ragazzi sarebbero il problema. I sedicenni sarebbero il problema. I quattordicenni sarebbero il problema. I bambini con TikTok sarebbero il problema. 

 

Poi però apri Instagram, Facebook, X, TikTok, Threads, quello che volete, e trovi adulti che raccontano tutto: gravidanze, separazioni, funerali, malattie, figli, liti familiari, vacanze, mutui, corna, terapie, indignazioni a pagamento e pensieri profondissimi scritti mentre aspettano il cappuccino o, peggio, mentre guidano.

 

Ma certo: salviamo i bambini.

 

Ogni tot qualche politico lo propone. Dopo che l’Australia l’ha fatto davvero, l’ultimo ad averlo evocato è il premier inglese Starmer, mentre al Parlamento italiano c’è una proposta di legge che naviga tra i corridoi del Senato, e che potete leggere qui (santa Rete, è il caso di dire).

 

E detto così sembra bellissimo. Chi può essere contro la protezione dei minori? Chi può dire: lasciamo i bambini in pasto agli algoritmi, ai predatori, alla dipendenza digitale, alle challenge dementi, alla pornografia emotiva della rete?

 

Nessuno, ovviamente.

 

Il problema è che le buone intenzioni sono spesso il primo strato di vernice sopra le pessime soluzioni. E qui la soluzione rischia di essere grottesca: per impedire ai minori di entrare sui social, bisogna verificare l’età. E per verificare davvero l’età, bisogna verificare l’identità. E per verificare l’identità, servono documenti, dati, sistemi centralizzati, biometria, procedure, controlli. Tradotto: per proteggere i ragazzi, costruiamo l’infrastruttura perfetta per identificare tutti.

 

Benvenuti nel grande paradosso democratico: per salvare i minori dalla rete, trasformiamo la rete in un posto dove nessuno è più davvero anonimo.

Matteo Flora, uno dei divulgatori più lucidi sui temi digitali, da anni lo spiega molto bene. La sua tesi è semplice, antipatica e proprio per questo interessante: non serve una nuova muraglia digitale. Serve riportare la responsabilità dove sta. Cioè in casa.

 

 

Dice Flora: “Oggi i social sono già vietati sotto una certa età, eppure sono pieni di bambini. Perché? Perché i genitori forniscono telefono, Sim, documenti, carta di credito. Spostare l’età da 14 a 16 non cambia nulla”.

 

E ancora, più chiaramente: “La soluzione non è tecnologica, è una deterrenza economica chiara: sanzioni amministrative pesanti per i genitori che facilitano l’accesso illegale. Cinquemila euro alla prima infrazione, diecimila alla seconda. Senza biometria, senza sorveglianza di massa”.

 

Eccola, la bestemmia vera nel tempio della deresponsabilizzazione contemporanea: multare i genitori.

 

Apriti cielo.

 

Molto meglio prendersela con Meta, Google, TikTok, X, gli algoritmi, la Silicon Valley, i cinesi, gli americani, il capitalismo della sorveglianza, il neoliberismo emotivo, la fine della civiltà occidentale e la caduta dei valori. Molto meglio immaginare un grande filtro tecnologico planetario che dica chi può entrare e chi no. Molto meglio spostare la colpa su entità gigantesche, lontane, astratte, cattive quanto basta per non obbligarci a guardare il salotto di casa nostra.

 

Perché la domanda vera è questa: chi compra il telefono al bambino? Chi paga la Sim? Chi gli consente di stare ore con uno schermo in mano? Chi gli dà una carta, un account, una password, un tablet, una connessione, una camera chiusa, una notte intera davanti a una chat? Chi posta le sue foto da quando ha tre mesi? Chi lo trasforma in contenuto prima ancora che impari a parlare?

 

Lo Stato? Zuckerberg? TikTok? Il politico di turno?

 

No. I genitori.

 

E allora sì, i social fanno male. Possono fare malissimo. Non c’è bisogno di essere tecnofobi per dirlo. Basta guardare cosa succede ogni giorno. Dipendenza, isolamento, imitazione, ansia, autolesionismo, odio, branco digitale, mitologie tossiche, adulti invisibili e ragazzini soli davanti a una folla senza volto.

 

A San Vito Lo Capo, pochi giorni fa, un ragazzino ha cercato di accoltellare un professore a scuola. Una vicenda terribile, locale e insieme universale. Il coltello, la classe, il docente, il telefono, la ripresa, la dimensione digitale dell’atto. Secondo le ricostruzioni, c’è anche il tema delle chat, degli ambienti online, della possibile manipolazione. Ecco il punto: non siamo davanti soltanto a “un ragazzo con i social”. Siamo davanti a un mondo in cui un minore può finire dentro una scena costruita, guardata, suggerita, amplificata e incoraggiata da un pubblico invisibile.

 

Ma proprio per questo la risposta non può essere: vietiamo i social ai sedicenni e dormiamo tranquilli.

 

Perché un ragazzino che vuole farsi vedere, che vuole essere visto, che vuole esistere dentro lo sguardo digitale degli altri, non sparisce perché una legge gli chiude la porta principale. Entra dalla finestra. Usa una VPN. Usa l’account di un adulto. Usa il telefono del fratello. Usa il profilo falso. Compra credenziali. Si sposta in luoghi meno controllati, più opachi, più tossici. E i più fragili, come sempre, saranno i primi a finire peggio.

 

Flora ricorda un dettaglio che i legislatori fingono spesso di ignorare: la rete non obbedisce ai divieti, li metabolizza. Il rischio è doppio: i ragazzi più scaltri aggirano il blocco, quelli più fragili finiscono in spazi ancora meno controllati. 

 

Il divieto assoluto ha un fascino antico. È facile da spiegare, facile da vendere, facile da applaudire. Fa sentire gli adulti dalla parte giusta della storia. “Noi proteggiamo i bambini”. Bellissimo. Peccato che spesso sia solo teatro della sicurezza: mosse che rassicurano chi le annuncia e complicano la vita a chi le subisce e che non risolvono nulla.

 

Flora usa un esempio perfetto: “Se un genitore dà le chiavi dell’auto a un dodicenne, non diamo la colpa al concessionario e non chiediamo un lettore di impronte su ogni volante. Multiamo il genitore”.

 

È brutale? Impopolare? Decisamente.

 

Però, prendete uno specchio: abbiamo costruito una società in cui tutti vogliono educare i figli degli altri e nessuno vuole rispondere dei propri. Ci indigniamo per TikTok e poi diamo il telefono al bambino al ristorante per farlo stare zitto. Malediciamo gli algoritmi e poi pubblichiamo ogni dettaglio della nostra vita privata. Chiediamo allo Stato di impedire ai ragazzi di stare online e poi siamo noi i primi a trasformare l’esistenza in contenuto permanente. Che poi in realtà l’Europa, dannazione, ha il più serio corpo di norme che disciplina la questione, il Digital Services Act, che deve essere applicato da tutti gli stati membri invece di inseguire l’ennesimo annuncio salvifico.

 

Il problema non sono soltanto i sedicenni sui social. Il problema sono gli adulti che non sanno più vivere senza pubblico.

 

E allora sì: proteggiamo i minori. Ma davvero. Con educazione digitale seria nelle scuole. Con genitori formati, informati e responsabilizzati. Con piattaforme obbligate a rispettare regole già esistenti. Con sanzioni vere per chi consente a un bambino di violare limiti che già oggi vengono ignorati. Con adulti che smettano di usare i figli come alibi per chiedere più controllo e meno libertà.

 

Perché il rischio, altrimenti, è sempre lo stesso: in nome dei bambini costruiamo una rete più sorvegliata per tutti. E alla fine non avremo né bambini più protetti né cittadini più liberi. Avremo soltanto un altro divieto, un’altra piattaforma di controllo, un’altra comoda bugia.

 

Flora lo dice con una formula che dovrebbe stare appesa fuori da ogni Parlamento ma anche nelle aule scolastiche: “Possiamo scegliere cittadini educati o sudditi sorvegliati”.

 

La scelta è tutta qui.

 

E non riguarda solo i sedicenni. Riguarda noi.




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