Nella puntata de “I protagonisti” di Orizzonte Scuola, Dacia Maraini riflette sul ruolo della scuola, degli insegnanti, della lettura e della memoria. La scrittrice richiama la necessità di restituire centralità culturale ed economica all’istruzione, di educare alla responsabilità e di introdurre stabilmente nella scuola l’educazione ai sentimenti e al rispetto dell’altro.
La scuola non è un’azienda
L’istituzione scolastica non può essere letta con le stesse categorie dell’organizzazione produttiva. Il rischio, secondo la scrittrice, è che il linguaggio dell’efficienza finisca per oscurare la funzione culturale della scuola. “Per me per esempio chiamare il preside o la preside dirigente è già un errore perché vuol dire che appunto si pensa che debba dirigere un’azienda mentre non è così il preside o la preside deve fare un lavoro culturale e dovrebbero esserci due funzioni, una che riguarda l’economia della scuola, che va benissimo, è importantissimo, ma deve essere separato da quello di chi invece deve tenere le fila di un discorso culturale”. La riflessione riguarda il modo in cui la scuola viene percepita e amministrata. Per Maraini la gestione economica è necessaria, ma non può diventare il centro dell’identità scolastica. La scuola, nella sua lettura, resta prima di tutto un luogo di formazione civile, dove la direzione culturale deve avere uno spazio riconoscibile e non subordinato alla sola logica organizzativa.
Il prestigio perduto degli insegnanti
Il secondo nodo indicato da Maraini riguarda il riconoscimento della scuola nella società. La scrittrice parla di una perdita di valore simbolico ed economico che investe direttamente gli insegnanti e la loro funzione pubblica. “Secondo me la scuola è stata desacralizzata, questo è gravissimo, cioè sia dal punto di vista simbolico culturale sia dal punto di vista economico, perché le due cose poi vanno insieme, cioè quando si crede veramente in un impegno culturale, che riguarda il futuro, perché la scuola crea il futuro di un paese e la cosa più importante che ci sia è come l’anima di un paese, crea il futuro del paese”. Per Maraini la questione salariale non è separata dal riconoscimento sociale. La scuola, se considerata marginale, perde la forza di incidere sul futuro collettivo. Da qui il richiamo alla necessità di restituire prestigio agli insegnanti, non solo attraverso dichiarazioni di principio, ma anche con scelte concrete. “Bisogna tornare alla sacralità della scuola cioè dare alla scuola quel prestigio, quell’importanza centrale nella vita del paese e quindi da tutti e due gli aspetti cioè sia dal punto di vista culturale dell’impegno sia dal punto di vista economico”.
Studenti protagonisti del sapere
Nella parte dedicata agli studenti, Maraini osserva che il rapporto educativo è cambiato. La trasmissione verticale del sapere non basta più: le nuove generazioni chiedono partecipazione, confronto e coinvolgimento diretto. “Una volta c’era appunto l’insegnante che aveva in mano degli strumenti, aveva in mano un sapere che dava ai suoi studenti. Invece oggi gli studenti chiedono qualcos’altro, chiedono una parità, chiedono una partecipazione attiva, cioè vogliono essere loro, per esempio, a partecipare a questo processo di conoscenza”. L’autorità dell’insegnante, nella visione della scrittrice, non viene cancellata. Viene però ridefinita dentro una relazione più dialogica. L’insegnante resta guida, ma lavora con gli studenti, costruendo conoscenza e capacità critica. “Non è soltanto un rapporto verticale, è un rapporto orizzontale in cui l’insegnante deve lavorare insieme con gli studenti, confrontandosi e costruendo insieme la capacità di conoscenza, di creatività”. Questa creatività, sottolinea Maraini, non riguarda soltanto le arti o la letteratura. Entra anche nella scienza, nella tecnologia, nella ricerca storica e filosofica. La scuola dovrebbe far sentire ragazze e ragazzi parte attiva di un processo di scoperta.
Lettura, libertà e memoria
Il discorso sulla lettura si intreccia con quello sulla libertà. Per Maraini leggere non dovrebbe essere vissuto come un obbligo imposto, ma come una pratica capace di aprire spazi interiori e conoscitivi. “L’obbligo scoraggia gli studenti, no? Messi di fronte a un obbligo sono portati istintivamente a scappare via. Invece no, bisogna contagiare con l’amore per la lettura”. La scrittrice attribuisce agli insegnanti un ruolo decisivo: non imporre libri, ma trasmettere passione. Il verbo usato è “contagiare”, cioè rendere visibile il piacere della lettura attraverso l’esperienza condivisa. “Se gli insegnanti amano leggere e capiscono la grande forza libertaria perché è una pratica di libertà quella della lettura, e riescono a contagiare gli studenti, devono contagiare, non devono imporre”. Alla lettura si collega il tema della memoria. Maraini critica una cultura del consumo rapido, che tende a cancellare il rapporto con il passato. In particolare richiama l’importanza della storia recente, spesso non affrontata a sufficienza nei percorsi scolastici. “In un mondo in cui tutto si consuma, naturalmente la memoria muore, perché la memoria invece è proprio il rapporto lento profondo col passato per creare futuro bisogna conoscere il passato”. Il riferimento più netto riguarda lo studio del Novecento e della Seconda guerra mondiale. Per Maraini, ignorare la storia più vicina espone al rischio di ripetere errori già compiuti. “L’ignoranza della storia che ci riguarda più da vicino porta a ripetere gli stessi errori. Per questo io comincerei dal presente per arrivare al passato”.
Giovani, responsabilità e senso di impotenza
Quando incontra studenti e studentesse, racconta Maraini, una domanda ritorna spesso: che cosa possiamo fare? Dietro questa domanda la scrittrice vede un senso di impotenza, alimentato da una cultura individualista e da un contesto globale segnato da guerre, disuguaglianze e ingiustizie. “Quello che appunto mi chiedono quasi sempre è cosa possiamo fare, perché c’è un senso di impotenza che è grave sulle nuove generazioni, è vero perché c’è un individualismo, è una cultura dell’individuo piuttosto che della collettività”. La risposta di Maraini non passa dalla rassegnazione. Al contrario, richiama la necessità di costruire un “noi”, di agire insieme e di non consegnarsi all’idea che il singolo non possa incidere. “Se ognuno mette la propria responsabilità, la propria passione, la propria voglia di cambiare le cose, non arrendersi, non dire tanto io non posso fare niente, ma non è vero, possiamo tutti fare se ci mettiamo insieme”. Il rifiuto della violenza è altrettanto esplicito. Per la scrittrice il cambiamento passa dalla parola, dalla presenza, dal pensiero e dalla responsabilità collettiva. “Non con la violenza, mai con la violenza che non serve a niente, perché la violenza porta a altra violenza e non serve, ma con la responsabilità, con la parola, col pensiero, con la presenza e le cose cambiano”.
Libri e pensiero complesso nell’epoca dei social
Maraini affronta anche il rapporto tra giovani, cultura digitale e conoscenza. I social, osserva, possono avere una funzione comunicativa, ma non bastano a costruire pensiero articolato. “Uscire dai social, che vanno benissimo per comunicare, per carità, per le piccole cose, ma se uno vuole entrare dentro un pensiero, vuole sviluppare un pensiero complesso, deve leggere libri”. Il libro viene indicato come spazio di profondità, non per nostalgia del passato, ma perché dietro un testo c’è un lavoro lungo di ricerca, selezione e costruzione del pensiero. “I libri vuol dire che qualcuno ha passato un anno anche due, tre anni ad approfondire un tema quindi vuol dire che qualcosa c’è e vale la pena di attingere a un libro poi se non ti piace lo lasci però i libri danno una conoscenza della realtà che purtroppo i social non danno perché sono troppo veloci troppo rapidi, troppo sintetici”. In questa prospettiva la scuola ha il compito di educare alla complessità: non solo attraverso romanzi, ma anche attraverso storia, filosofia, geografia, scienza. La lettura diventa così un esercizio di cittadinanza e non soltanto una competenza scolastica.
Paure del presente e identità
Alla domanda sulle priorità culturali per la scuola, Maraini allarga lo sguardo alla società. Individua tre paure che attraversano il presente. La paura dei virus dopo la pandemia, quella dell’immigrazione e quella della perdita dell’identità. “Secondo me ci sono tre paure in questo momento. La paura che è nata con la pandemia, quella dei virus, un piccolo virus che può mettere in scacco un’intera società, quella è una paura. L’altra paura è quella dell’immigrazione, che vediamo che in tutto il mondo c’è questa paura terribile che viene purtroppo rinfocolata dall’alto. E la terza paura è quella della perdita dell’identità”. Per la scrittrice l’identità non è un blocco immobile. È una realtà complessa, storicamente costruita attraverso incontri, scambi e movimenti di popoli. Da qui il richiamo a non chiudersi nella paura, ma a governare i cambiamenti con intelligenza e valori democratici. “L’identità è complessa, non è un monolite l’identità. Molti dicono, oddio, arrivano questi, un’altra religione, cosa succederà? Non succede niente perché il mondo è sempre stato fatto da persone che provenivano da vari paesi”. Maraini lega questo ragionamento anche all’Italia, alla necessità di coltivare un amore civile per il Paese, fondato non sulla chiusura, ma sulla fiducia nelle sue risorse culturali, democratiche e creative. “Io credo che l’Italia merita amore, merita la voglia di costruirla, di renderla migliore, perché l’Italia è bellissima, ha un passato meraviglioso, ha delle capacità creative straordinarie”.
Educazione ai sentimenti e rispetto dell’altro
La parte finale dell’intervista riguarda l’educazione sentimentale, il linguaggio, la parità tra donne e uomini e il rispetto. Maraini ricorda come il tema sia stato più volte proposto nella storia italiana, senza trovare una collocazione stabile e condivisa nella scuola. “Da quando esiste la democrazia, da quando esiste l’Italia, sto parlando del 1871, mi risulta che ogni tanto qualcuno in Parlamento ha proposto nelle scuole delle lezioni di insegnamento. Ma è stato chiamato alla sessualità. Ma se fa tanto paura la sessualità, chiamiamola in un altro modo. Chiamiamola educazione ai sentimenti”. Il cuore del ragionamento è il rispetto della persona. L’amore, dice Maraini, non può trasformarsi in possesso. È una posizione che riguarda le relazioni tra adulti, ma anche il modo in cui si educano bambine e bambini fin dai primi anni di scuola. “L’educazione all’altro, al rispetto dell’altro, che non si può possedere. Io ti amo, quindi sei mia. Non esiste. Non esiste. Neanche il rovescio. Io ti amo, sei mio. Non esiste”. Per la scrittrice questo insegnamento non dovrebbe dipendere dalla sensibilità del singolo docente. Dovrebbe diventare una scelta collettiva, assunta dalla scuola come parte della propria missione formativa. “Deve essere una cosa decisa tutti insieme e si stabilisce che in Italia nelle scuole si insegna l’educazione ai sentimenti, l’educazione al rispetto dell’altro, ma si dovrebbe cominciare proprio nelle elementari”. La scuola, nell’intervista di Maraini a Orizzonte Scuola, torna così al punto di partenza: non un’azienda, non un parcheggio, non un luogo marginale, ma uno spazio pubblico in cui si formano conoscenza, responsabilità, memoria e convivenza.
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Francesco Bunetto
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