23 giugno 2026 – ore 14:00 – Premessa – In Israele l’attenzione appare concentrata nel comprendere il contenuto dell’“accordo” stipulato tra USA e Iran. In merito dobbiamo specificare che, al momento, è stato siglato unicamente un MoU (Memorandum of Understanding) tra Washington e Teheran. In altre parole, ancora non esiste un vero e proprio trattato, atteso che le principali problematiche saranno oggetto di altre negoziazioni nei prossimi 60 giorni. Tuttavia, Trump aveva assoluta necessità di chiudere urgentemente questo capitolo, sia per ragioni politiche interne, sia per evitare l’esplosione di una possibile guerra finanziaria globale dai contorni decisamente nebulosi, sia per porre fine a una crisi che stava producendo effetti devastanti in tutte le economie mondiali. Le sferzanti dichiarazioni di Vance nei confronti di Israele, tutte finalizzate a “far comprendere l’opportunità e la convenienza per Israele di accettare la volontà di Trump, a rischio di perdere l’unica amicizia rimastagli”, hanno colpito come macigni l’intero mondo politico israeliano e la stessa comunità ebraica mondiale. Israele, in estrema sintesi, sta percependo di essere stato lasciato solo. In tale contesto, l’ostracismo generale verso tutto ciò che è ebreo, sionista o israeliano viene sistematicamente esaltato. L’antisemitismo cresce e si diffonde, mascherato da un’ideologia falsamente pacifista e sorretto da un’ignoranza grassa e devastante.
Mentre scrivo, le Agenzie annunciano un attentato terroristico in Canada, nel quartiere ebraico di Montreal. Al momento si contano tre morti, un cittadino canadese della comunità ebraica, un agente di polizia e un terrorista, nonché diversi feriti.
Oggi ci dedicheremo a comprendere il punto di vista israeliano perché non trova spazio nelle principali arene mediatiche. La narrazione dominante appare strutturata sulla colpevolezza totale e unica di Israele, mentre Hamas, Hezbollah e gli Houthi, tutte “formazioni politico-militari” sostenute da Teheran, rappresentano per molti, direi la stragrande maggioranza, unicamente dei movimenti di liberazione legittimi, che si difendono dalla continua violenza sionista e, pertanto, meritevoli di plauso incondizionato e totale comprensione anche per i massacri compiuti. Ricordiamoci, solo per un istante, che Teheran persegue fin dal 1979 una politica nella quale l’antisionismo rappresenta un pilastro ideologico e strategico fondamentale della sua politica estera e interna. Il regime sanguinario di Teheran, perché di regime si tratta, non si limita a opporsi alle politiche israeliane, ma persegue la totale delegittimazione e distruzione dello Stato di Israele. Israele, in estrema sintesi, per Teheran, non ha alcun diritto di esistere!
Come dico sempre: raccontiamola tutta la storia, non solo una parte!
Il contenuto del MoU visto da Israele
Dall’analisi di diversi approfondimenti pubblicati in questi giorni da esperti e intellettuali israeliani o appartenenti alle diverse comunità ebraiche nel mondo, ho scelto di proporvi, in estrema sintesi, alcune riflessioni di Ugo Volli, nato a Trieste nel 1948, professore ordinario di “Filosofia della comunicazione” presso l’Università di Torino, dove dirige il Centro interdipartimentale di ricerca sulla comunicazione. Ha al suo attivo oltre trecento pubblicazioni scientifiche e una ventina di libri. Editorialista di Shalom, portale della comunità ebraica di Roma.
In merito, Volli afferma che, in realtà, dal punto di vista di tutti in Israele e di molti anche negli USA, il MoU non è affatto meraviglioso, anzi è pessimo. Gli Stati Uniti hanno concesso moltissimo (fra l’altro: cessazione delle ostilità, estese anche al Libano, dove non ci sono gli americani ma gli israeliani; fine del blocco navale sull’Iran, che consentirà al regime iraniano di ottenere i soldi per riarmarsi e moderare la crisi economico-sociale del Paese; restituzione dei depositi bloccati e, in prospettiva, un finanziamento di centinaia di miliardi di dollari; fine delle sanzioni americane, dell’ONU e dell’Agenzia atomica, aumentando così il sollievo militare, economico e politico del regime) in cambio della riapertura al traffico dello stretto di Hormuz, probabilmente peggiorando la situazione dell’anteguerra perché, a quanto pare, l’Iran potrà stabilire delle tariffe per il passaggio in acque internazionali che sono contro la legge e non ci sono mai state; e inoltre della promessa di discutere, in questi sessanta giorni, di una limitazione dell’uso militare dell’energia atomica che potrebbe addirittura far rimpiangere il pessimo accordo JPCOA concluso da Obama sullo stesso tema.
Da quanto si capisce, continua sempre Volli, il tema dei missili balistici, che sono stati le armi principali dell’Iran nella guerra, è uscito dalla trattativa; anzi, la loro esistenza sembra ora a Trump accettabile, e così è per gli eserciti satelliti delle organizzazioni terroristiche come Hezbollah, Hamas, Houthi e sciiti iracheni, che, secondo l’interpretazione dell’Iran del MoU, non contestata dall’amministrazione americana, rientrano nella tregua e dunque devono essere lasciati riorganizzarsi e magari attaccare Israele senza essere combattuti. Di cambio di regime in Iran e di appoggio ai dimostranti per la democrazia, naturalmente, neanche a parlarne. Anche perché la leadership iraniana attuale a Trump sembra piacere (“sono razionali, non radicalizzati, gente seria”). Tutto il contrario degli obiettivi con cui Trump era entrato in guerra. Insomma, un disastro, non solo per il teatro mediorientale, ma anche per la credibilità americana in tutto il mondo.”
https://www.shalom.it/israele/la-settimana-di-israele-prospettive-dopo-il-memorandum/
https://www.shalom.it/israele/il-memorandum-di-intesa-fra-trump-e-liran/
Una indagine conoscitiva sulla percezione americana del conflitto in Iran dai risultati incredibili
La Jewish Leadership Project ha recentemente condotto un’ampia indagine sull’opinione pubblica americana all’indomani della guerra con l’Iran, valutando l’atteggiamento degli statunitensi nei confronti del conflitto, le prospettive di pace postbellica, le alleanze regionali e la conoscenza di base dell’islam politico radicale. La ricerca, come vedremo, ha evidenziato un’ignoranza diffusa di queste complesse tematiche, favorendo in tal modo la facile manipolazione.
Leggiamo insieme brevi stralci di questo studio, grazie alla sintesi che ci viene offerta da Irwin J. Mansdorf, noto psicologo clinico e ricercatore presso il Centro di Gerusalemme per la Sicurezza e gli Affari Esteri, specializzato in psicologia politica.
In particolare, una netta maggioranza degli intervistati ha dimostrato una fondamentale mancanza di comprensione del quadro ideologico che governa l’Iran. Nonostante anni di conflitto, la maggior parte degli americani osserva il panorama iraniano postbellico attraverso una lente geopolitica convenzionale, non riuscendo a riconoscere la natura jihadista e ideologica profondamente radicata nella struttura di potere del regime.
Nel 40% del campione totale – e in un sorprendente 50% degli intervistati di età inferiore ai 29 anni – non è stato possibile affermare se il jihadismo imponga il dominio musulmano sui non musulmani. Inoltre, quasi il 20% degli intervistati si è dichiarato attivamente in disaccordo con tale premessa, evidenziando una grave lacuna nella comprensione dei principi fondamentali del jihadismo da parte del pubblico. Secondo i dati raccolti, solo circa il 60% degli intervistati riteneva che gli attacchi dell’11 settembre fossero collegati all’islam radicale, il che evidenzia un’alta percentuale di americani che non riescono a collegare la storia fondativa del militantismo anti-occidentale moderno alle sue più ampie radici teologiche sistemiche.
In tale contesto, fondamentalmente, lo studio rivela che la comprensione dell’Islam da parte del pubblico americano è carente di informazioni critiche e basate sui fatti. Questa lacuna è in gran parte dovuta a una cultura pervasiva di “correttezza politica”, profondamente radicata negli Stati Uniti. Poiché le discussioni aperte, obiettive e critiche sulle realtà geopolitiche dell’Islam radicale vengono spesso scoraggiate o edulcorate per evitare di “offendere”, il pubblico si ritrova privo degli strumenti analitici necessari per valutare accuratamente le minacce ideologiche. Questo contesto mediatico e culturale ha, di fatto, isolato queste fasce di popolazione da dati fattuali essenziali, sostituendo l’analisi oggettiva con una riluttanza istituzionalizzata ad affrontare le cause teologiche e politiche del conflitto. Una conclusione preoccupante di questa ricerca è che una larga parte della popolazione americana rimane irrimediabilmente ingenua riguardo alle relazioni internazionali. Questo idealismo impedisce all’elettorato di vedere le minacce persistenti poste dagli avversari ideologici, creando potenzialmente un clima politico instabile in cui le future decisioni di politica estera saranno guidate da illusioni piuttosto che dal realismo.
https://jcfa.org/how-americans-misread-iran-jihadism-and-the-prospects-for-peace/
Cosa auspicano gli israeliani
Dall’analisi di diversi studi condotti da numerosi analisti israeliani emergono i seguenti indicatori principali.
Per quanto riguarda Gaza, il 64% degli israeliani è favorevole a una zona cuscinetto militare permanente, mentre un altro 11% è a favore di una soluzione temporanea. Ciò significa che circa tre quarti dell’opinione pubblica sostiene una zona cuscinetto di sicurezza intorno a Gaza.
Sul fronte settentrionale, il 73% degli israeliani è favorevole al mantenimento di una presenza delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e di una zona di sicurezza nel Libano meridionale fino al fiume Litani, mentre solo il 14% si oppone a tale politica.
È stato inoltre registrato un forte sostegno riguardo alla Siria. Il 60% degli israeliani è favorevole al mantenimento della presenza e del controllo di sicurezza di Israele nelle aree messe in sicurezza dopo la caduta del regime di Assad, sia preservando la situazione attuale sia ampliando la zona cuscinetto per far fronte a future minacce alla sicurezza.
In Giudea e Samaria, il 57% degli israeliani ritiene che Israele debba mantenere una presenza militare permanente nella Valle del Giordano. La considerano una necessità di sicurezza non negoziabile, a prescindere da qualsiasi futuro accordo politico. Solo l’11% pensa che Israele potrebbe rinunciare a questa presenza.
L’indagine rivela anche un profondo scetticismo nei confronti delle misure di sicurezza internazionali. Il 65% degli israeliani non si fida delle forze internazionali come sostituto dell’esercito israeliano lungo i confini. Di questi, il 40% afferma che solo Israele può difendersi. Un altro 25% cita i fallimenti passati delle forze internazionali.
In linea con queste opinioni, il 61% degli israeliani si oppone a un accordo di pace che preveda un ritiro completo dalla Cisgiordania senza zone cuscinetto controllate da Israele o meccanismi di sicurezza. Solo il 27% è favorevole a un piano del genere.
L’indagine ha inoltre rilevato che il 48% degli israeliani considera ora gli Accordi di Oslo un errore strategico, mentre il 56% ritiene che anche il disimpegno di Israele da Gaza nel 2005 sia stato un errore strategico. Questi risultati riflettono una significativa rivalutazione delle precedenti politiche di ritiro territoriale e dei presupposti di sicurezza.
Non ci dobbiamo stupire di questo irrigidimento delle posizioni espresse dalla popolazione israeliana. Si percepisce l’effetto dell’isolamento internazionale e della profonda diffidenza nei confronti della comunità internazionale, ritenuta incapace di proteggere Israele in tutte le sue declinazioni.
Rubio cerca di far accettare il MoU ai Paesi del Golfo
A dimostrazione che l’“accordo” con Teheran voluto da Washington racchiude ampi, forse troppi, spazi di compromesso, il vertice della diplomazia americana, Marco Rubio, sta avviando una delicata missione diplomatica in diversi Stati del Golfo, questi ultimi, ricordiamolo, sempre più insofferenti e scettici sulla reale efficacia della strategia politico-militare americana, temendo fortemente e contestualmente un prossimo rafforzamento iraniano nell’intero scacchiere mediorientale.
I leader arabi del Golfo temono, in estrema sintesi, che le eccessive concessioni offerte da Washington possano rafforzare Teheran e rimodellare gli equilibri di sicurezza e i flussi petroliferi della regione.
Rubio incontrerà i vertici arabi del Golfo negli Emirati Arabi Uniti, prima di recarsi in Kuwait e in Bahrein, dove avvierà colloqui con numerosi funzionari del Consiglio di Cooperazione del Golfo, un gruppo di monarchie che comprende anche Arabia Saudita, Qatar e Oman.
Nei colloqui si discuterà ovviamente di alcuni elementi fondamentali del MoU, tra cui l’assenza di limiti ai missili balistici iraniani e il fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari in procinto di essere concesso a Teheran, entrambi fattori che potrebbero ampliare l’influenza regionale di Teheran e il suo controllo sulle rotte marittime petrolifere strategiche.
Ricordiamoci che tutte e sei le nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) sono alleate strategiche degli Stati Uniti e hanno offerto un certo grado di supporto logistico a Washington durante la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, venendo ripetutamente colpite dai precisi ed efficaci raid iraniani.
Alcuni di questi Paesi si sentono profondamente delusi e sorpresi da questo “accordo”, che potrebbe essere prodromico alla normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran, un Paese a maggioranza sciita che la maggior parte degli Stati sunniti del Consiglio di Cooperazione del Golfo considera il proprio principale avversario politico e religioso.
Infine, merita evidenziare che Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Bahrein ospitano basi militari statunitensi che, a loro volta, costituiscono la spina dorsale dell’architettura di sicurezza americana in Medio Oriente. Qualora uno qualsiasi di questi Paesi riconsiderasse, anche in modo sottile, il proprio rapporto di sicurezza con gli Stati Uniti, ciò potrebbe avere un impatto significativo sull’intera strategia politico-militare statunitense nella regione.
Il Dipartimento di Stato americano, in una breve nota, conferma ovviamente la missione, specificando testualmente che: “Il Segretario di Stato Marco Rubio si recherà negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e in Bahrein dal 23 al 25 giugno. Il Segretario discuterà una serie di priorità regionali, tra cui il memorandum d’intesa con l’Iran, gli sforzi per garantire il transito sicuro e libero attraverso lo Stretto di Hormuz e l’importanza della pace e della stabilità nella regione. In Bahrein, il Segretario incontrerà anche il Consiglio di Cooperazione del Golfo per discutere le priorità comuni a livello regionale.”
È in gioco la credibilità di Washington in Medio Oriente. Una missione delicata, estremamente complicata!
https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-900223
L’arguta, colta ed esperta estone Kaja Kallas crea un grave incidente diplomatico con Israele
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha annunciato, giovedì 18 giugno, la decisione di interrompere tutti i contatti con l’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri, Kaja Kallas, dopo le presunte dichiarazioni che paragonerebbero Israele al regime di apartheid del Sudafrica.
La decisione ha immediatamente innescato uno scambio pubblico tra le parti, con interventi incrociati sui social media. In un post su X, Sa’ar ha accusato Kallas di aver “da qualche tempo agito in modo ossessivo e con palese ingiustizia nei confronti dello Stato di Israele”, facendo riferimento a un rapporto secondo cui, nel mese di maggio, durante colloqui di alto livello in Messico con rappresentanti governativi, avrebbe avanzato il paragone con l’apartheid sudafricano. Secondo quanto riportato da Euractiv, funzionari e diplomatici non identificati avrebbero riferito che Kallas avrebbe equiparato il trattamento dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania al sistema sudafricano, abolito nei primi anni ’90. Le dichiarazioni avrebbero suscitato critiche da parte di diversi rappresentanti europei.
Sa’ar ha aggiunto che “ad oggi, nessuna negazione, chiarimento o risposta è stata rilasciata da lei riguardo a questa grave dichiarazione”, sostenendo di non avere “nessuna scelta che interrompere tutti i contatti con la signora Kallas fino a quando non ritratta la diffamazione di sangue che ha diretto all’unico Stato ebraico del mondo, che è anche l’unica democrazia in Medio Oriente”. Il ministro ha inoltre dichiarato di essere “grato ai molti rappresentanti eletti europei che hanno condannato questa grave dichiarazione”, rilanciando alcune di tali prese di posizione.
Conclusione
Desidero lasciarvi con i versi della poesia “Pace selvatica” (titolo originale Wildpeace) del poeta israeliano Yehuda Amichai.
“Non la pace di un’armonia, e nemmeno quella di una colomba che batte le ali, ma la pace di un’ostrica, che si chiude per un po’. Voglio una pace selvatica. Non la tregua dopo le battaglie, nemmeno il silenzio tra un’esplosione e l’altra, ma il tipo di pace che scende quando la polvere si posa sulle strade vecchie e nessuno la calpesta più. E non la pace dei vincitori, con le bandiere e lo sventolio di drappi colorati, ma una pace tranquilla, senza clamore di spade, che venga come i fiori selvatici, all’improvviso, perché il campo ne ha bisogno: pace selvatica.”
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
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Stefano Silvio Dragani
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