La sicurezza è in genere, storicamente, stata prerogativa del mondo maschile. Ma la percezione dell’insicurezza, invece, è spesso molto più forte per le donne che, sviluppano competenze specifiche alla luce di un diverso approccio legato ai temi della sicurezza e dell’insicurezza». Ne è convinta Maura Mormile, Business Manager di Secursat, che specifica: «Quindi sono proprio le donne, con le loro competenze, a poter dare un contributo significativo nella progettazione e implementazione di sistemi di protezione».
La sicurezza non è un mestiere solo per uomini. Le donne non solo sono presenti nel settore della sicurezza, ma ne stanno ridefinendo metodo, sensibilità, capacità di gestione del rischio e innovazione digitale. E Secursat, realtà italiana specializzata nella gestione integrata della security, ne è un esempio virtuoso perché integra questa prospettiva femminile in ruoli critici e ad alta responsabilità.
Il panorama industriale del nostro Paese si trova di fronte a un crocevia fondamentale. Il comparto della sicurezza fisica sta vivendo una fase di profonda evoluzione. Da un lato, l’impatto delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale; dall’altro, la crescente intersezione tra sicurezza e dati. Un cambiamento che mette in discussione modelli organizzativi tradizionali, spesso ancora fortemente labour intensive, e che impone alle imprese una revisione radicale delle competenze e dei processi. E non solo: stiamo vivendo una fase in cui sta cambiando il modo stesso di concepire la protezione delle imprese, il rapporto tra rischio e continuità del business, il valore dei dati e, soprattutto, il ruolo delle competenze.
In questo scenario si inserisce il modello sviluppato da Secursat che ha scelto di affrontare la trasformazione del settore attraverso un approccio basato su governance, tecnologie avanzate, analisi predittiva e nuove professionalità femminili.
Per anni il concetto di sicurezza è stato associato quasi esclusivamente alla protezione di perimetri fisici o, più recentemente, alla cybersicurezza. Oggi però la distinzione tra spazio fisico e spazio digitale è diventata sempre più fragile. Aziende e organizzazioni operano all’interno di ambienti “promiscui”, nei quali infrastrutture materiali, reti, dati e processi si sovrappongono costantemente. Secondo il modello Secursat, il vero nodo non è rappresentato soltanto dalla tecnologia disponibile, ma dalla necessità di cambiare paradigma culturale. Le imprese non possono più limitarsi a considerare la sicurezza come una voce di costo o come un mero adempimento normativo. La security deve diventare un elemento strategico capace di proteggere il business nel suo complesso, contribuendo alla continuità operativa, all’ottimizzazione dei processi e alla capacità decisionale delle organizzazioni.
«La sicurezza oggi non è più un costo da contenere, ma un sistema informativo che genera valore. Attraverso l’analisi dei dati e l’integrazione tecnologica possiamo anticipare i rischi e supportare decisioni strategiche – prosegue Mormile -. È un cambio di prospettiva radicale che ridefinisce anche il ruolo del dato. In un ecosistema interconnesso, il perimetro da proteggere non coincide più esclusivamente con gli spazi fisici, ma comprende l’intero flusso informativo che attraversa reti, piattaforme e sistemi remoti. Gli eventi che hanno colpito grandi organizzazioni nazionali e internazionali negli ultimi anni hanno dimostrato come il dato rappresenti ormai uno degli asset più delicati per la sopravvivenza delle imprese».
Per questo motivo, Secursat ha scelto di sviluppare modelli basati sull’integrazione tra Security Operation Center, analisi predittiva, Kpi strategici e dashboard decisionali in grado di supportare processi rapidi e integrati. Un approccio che punta a superare la logica reattiva per spostare il baricentro verso la prevenzione, il monitoraggio remoto e l’utilizzo intelligente delle informazioni.
Un approccio evolutivo che ha aperto anche uno spazio nuovo per la leadership femminile, elemento che, nel caso di Secursat, non viene trattato come leva narrativa, ma come componente concreta dell’evoluzione del settore.
L’azienda ha costruito una struttura fondata su professionalità femminili altamente specializzate: laureate in scienze della sicurezza, professioniste formate in criminologia, data analysis applicata alla security, gestione del rischio nei contesti culturali e artistici. «Le competenze richieste sono sempre più trasversali: capacità analitica, visione sistemica, gestione della complessità. Non è un terreno esclusivo, ma un’opportunità per ridefinire i modelli di leadership», precisa Maura Mormile.
Il tema delle competenze rappresenta infatti uno dei punti centrali dell’intera trasformazione. Nel settore della sicurezza, la tecnologia è ormai ampiamente disponibile. La vera differenza competitiva non risiede più nello strumento in sé, ma nella capacità di governarlo. L’intelligenza artificiale può diventare un acceleratore straordinario, ma soltanto se inserita all’interno di modelli progettuali chiari, basati su obiettivi definiti, assessment accurati e conoscenza approfondita dei contesti di rischio. Secondo Secursat, l’utilizzo indiscriminato dell’AI rischia invece di generare modelli poco affidabili, caratterizzati da falsi allarmi, inefficienze operative e incremento dei costi gestionali. La qualità del risultato dipende dalla capacità di interpretare correttamente i dati, orientare gli algoritmi e integrare competenze tecniche e capacità critiche.
«Per essere efficace l’AI deve essere governata, capita, studiata e implementata verso obiettivi definiti a priori e sulla base di studi specifici sui rischi e sugli ambienti di riferimento – sottolinea Maura Mormile – Il rischio è che la diffusione incontrollata dell’intelligenza artificiale possa produrre una nuova forma di esclusione: quella di chi investe in tecnologie senza possedere le competenze necessarie per governarle realmente».
In questo quadro, la diversity assume un significato molto diverso rispetto alle narrazioni tradizionali. Non viene affrontata come elemento simbolico o come semplice tema reputazionale, ma come fattore concreto di performance. L’esperienza maturata da Secursat mostra come team multidisciplinari e inclusivi – composti da criminologhe e security manager certificate, guidate da Maura Mormile – possano riscrivere le regole della security e contribuire a una gestione più efficace del rischio, a una maggiore capacità di innovazione e a una diversa lettura degli scenari. La diversa percezione del rischio, la sensibilità verso i nuovi modelli urbani, la capacità di interpretare ambienti aperti e sistemi complessi rappresentano elementi che stanno contribuendo a ridefinire il settore della security anche in relazione alle logiche di smart city e ai nuovi modelli organizzativi. La tecnologia, in questo scenario, diventa uno strumento per misurare, monitorare e rendere trasparenti i processi, riducendo bias e inefficienze. Ma il vero elemento distintivo resta la cultura organizzativa. «I dati aiutano a oggettivare le decisioni, ma serve una cultura organizzativa capace di interpretarli. È qui che si gioca la vera partita», afferma Maura Mormile.
Per le imprese italiane il tema diventa, quindi, strategico. La sicurezza non può più essere trattata come funzione isolata o marginale. Richiede investimenti, visione, responsabilità e capacità di integrare nuove competenze nei processi decisionali. La competitività futura delle organizzazioni passerà sempre di più dalla capacità di coniugare tecnologia, governance e qualità delle competenze.
«Le tecnologie possono accelerare il cambiamento, ma non sostituirlo. Servono visione, investimenti e responsabilità. La parità non è un progetto, è un processo», conclude Maura Mormile. «E il futuro della competitività passa anche dalla capacità di integrare competenze femminili nei processi tecnologici. Non è una questione di quote. È una questione di opportunità, competenze e qualità del sistema».
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Rita Palumbo
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