Il Green Deal arretra, Meloni porta avanti il fronte del buonsenso


A Bruxelles si torna a parlare di fabbriche, bollette e competitività. Obblighi ambientali vengono rimessi in discussione, scadenze riesaminate, costi finalmente sottoposti a una valutazione politica. Il Green Deal incontra la realtà che per troppo tempo i suoi sostenitori hanno trattato come un fastidioso ostacolo: un continente deve poter produrre, garantire energia e difendere il lavoro.

In questo cambiamento Giorgia Meloni ha svolto un ruolo riconoscibile. Il governo italiano ha trasformato la critica all’impostazione ideologica della transizione in iniziative diplomatiche, documenti comuni e richieste di revisione. Una battaglia condotta dentro le istituzioni europee, cercando alleati anche oltre i confini delle famiglie politiche.

Il bersaglio è il radicalismo con cui sono state tradotte alcune ambizioni ambientali in obblighi e divieti. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e il Green Deal europeo sono strumenti diversi: la prima comprende obiettivi globali di sviluppo sostenibile, il secondo è la strategia europea da cui discendono specifiche politiche climatiche. La contesa concreta riguarda queste ultime, i loro tempi e il prezzo imposto a cittadini e imprese.

La battaglia parte dall’industria

Già il 18 settembre 2024, intervenendo all’assemblea di Confindustria, Meloni aveva assunto l’impegno di correggere le scelte europee che rischiavano di sacrificare la capacità produttiva alla decarbonizzazione. Una posizione esplicita, espressa quando mettere in discussione l’impianto del Green Deal significava ancora esporsi all’accusa di ostacolare il progresso.

A quelle parole è seguito il lavoro del governo. Nel novembre dello stesso anno Italia e Repubblica Ceca hanno promosso un documento comune sull’automotive, presentato dal ministro Adolfo Urso al Consiglio Competitività. Lo hanno sottoscritto anche Austria, Slovacchia, Bulgaria, Polonia, Malta e Romania. L’obiettivo era anticipare la revisione delle regole sulle emissioni delle automobili, riportando al centro la competitività industriale e la neutralità tecnologica.

Quest’ultima espressione può sembrare tecnica. Il significato è semplice: fissare gli obiettivi ambientali e consentire alle diverse tecnologie di contribuire a raggiungerli. Imporre una sola soluzione significa invece decidere per legge quali produzioni avranno un futuro, prima ancora di verificarne costi, disponibilità e condizioni di impiego.

Per l’Italia, con la sua filiera della componentistica e le competenze nei motori, nei carburanti e nella meccanica, la distinzione riguarda investimenti e occupazione.

Le alleanze costruite da Meloni

Un passaggio importante è arrivato con la lettera datata 4 dicembre 2025, indirizzata ai vertici europei e firmata da Meloni insieme ai leader di Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Bulgaria. La richiesta era riconoscere un ruolo, anche dopo il 2035, alle ibride plug-in, alle celle a combustibile e ai carburanti rinnovabili, contrastando inoltre nuovi obblighi sulle flotte aziendali.

Tra i firmatari figurava Donald Tusk. Un elemento politicamente significativo: la difesa dell’industria automobilistica aveva prodotto una convergenza che superava la contrapposizione tra conservatori e progressisti.

È questo il punto di forza dell’iniziativa italiana. Meloni ha contribuito a costruire un fronte capace di misurarsi su interessi concreti: le fabbriche europee, il lavoro, la sostenibilità economica delle trasformazioni richieste. La critica acquistava così il peso di una proposta condivisa da più governi.

Il confronto sul costo dell’energia

La stessa impostazione si ritrova nella battaglia sul sistema europeo delle quote di emissione, l’Ets. Il meccanismo attribuisce un prezzo alle emissioni e dovrebbe incoraggiare investimenti meno inquinanti. Il problema politico nasce quando quel costo pesa sulla competitività e si trasmette ai prezzi dell’energia.

Al termine del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2026, Meloni ha rivendicato l’ingresso nelle conclusioni di questioni sollevate dall’Italia, anche attraverso un documento elaborato con la Repubblica Ceca: revisione dell’Ets, stabilità del mercato e valutazione di tempi e salvaguardie dell’Ets2, il sistema destinato a interessare combustibili per edifici e trasporti stradali.

Le conclusioni del vertice chiedono un mercato del carbonio prevedibile, attenzione alla competitività industriale, contenimento della volatilità e una nuova valutazione degli effetti dell’Ets2. Mantengono il ruolo del sistema nella transizione climatica: il risultato ottenuto è un’apertura alla correzione dei suoi meccanismi, sulla quale proseguire il negoziato.

Una direzione da consolidare

Anche sul metano il calendario degli obblighi è diventato oggetto di revisione. Il 14 ottobre la Commissione ha proposto di rinviare alcune disposizioni legate alla rendicontazione, motivando l’intervento con le difficoltà dei mercati energetici e la sicurezza degli approvvigionamenti. Il 22 ottobre il Parlamento europeo ha adottato la propria posizione sul rinvio: un passaggio legislativo che richiede ancora il confronto con gli Stati membri.

Le singole correzioni hanno origini e sostenitori diversi. Attribuirle tutte a un solo governo sarebbe una forzatura. Ma la sequenza delle iniziative italiane documenta la continuità di una linea che Meloni ha sostenuto e contribuito ad allargare in Europa.

La posta in gioco resta la capacità di governare la transizione. Ogni obbligo deve reggere alla prova degli investimenti necessari, delle alternative disponibili e delle conseguenze sociali. Spostare una produzione fuori dall’Europa può migliorare il bilancio delle emissioni europee senza offrire un beneficio equivalente al clima, lasciando però sul territorio disoccupazione e dipendenze industriali.

È su questo terreno che il fronte del buonsenso deve continuare ad avanzare. Difendere l’ambiente richiede innovazione, risorse e un’industria capace di investire. La battaglia condotta dall’Italia ha contribuito a riportare queste condizioni nel dibattito europeo. Ora devono diventare il criterio con cui riscrivere le regole.


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