Qual è lo stato attuale dei sistemi educativi e dell’infanzia a rischio, e quali sono le possibili soluzioni? Ne abbiamo parlato con il professor Simone Digennaro, docente di pedagogia speciale, coordinatore dei corsi di formazione iniziale per docenti e presidente dei corsi di laurea in scienze motorie presso l’Università di Cassino e del Lazio meridionale.
Professor Digennaro, iniziamo con una nota particolare. Oggi parliamo anche di uno spettacolo teatrale che si è svolto di recente, dal titolo “Le cose non dette – ti presento te stesso”, che in realtà è un primo convegno-spettacolo di educazione emotiva. Come nasce l’idea di trasformare un convegno in una rappresentazione teatrale?
in effetti l’idea nasce dalla noia, un po’ come in quel luogo comune dove si afferma che “dalla noia possono nascere belle cose”. Come professori universitari siamo tenuti a partecipare a tanti convegni; a volte sono interessanti, a volte un po’ meno. Circa un anno fa, partecipando a un convegno meno stimolante, ho iniziato a domandarmi se ci fosse la possibilità di pensare a un format diverso. È estremamente interessante affrontare tematiche adottando punti di vista differenti con il supporto della scienza, ma uno dei grossi limiti dei convegni tradizionali è che parlano a un solo canale, l’orecchio, tendendo a essere piatti e monotoni. Con il mio gruppo di lavoro ci siamo chiesti se fosse possibile rendere un convegno un’esperienza estetica: parlare di argomenti difficili e complessi coinvolgendo tutti i nostri sensi. Da lì è nata l’idea del convegno-spettacolo, che mette insieme la scienza, la divulgazione, il teatro e l’interazione con il pubblico, per rendere l’esperienza un fatto estetico e lasciare qualcosa di autenticamente significativo a chi partecipa.
Prendendo spunto dalla sua relazione finale di questo spettacolo, ritroviamo molte di queste riflessioni nel libro che ha pubblicato di recente con Erickson, intitolato “Cronache di un’infanzia. Appunti di pedagogia collettiva”. Lei fa una vera e propria cronaca dell’infanzia…
Ringrazio davvero l’editore per aver creduto in questo progetto nato circa due anni fa, quando ho avvertito, da adulto e da pedagogista, il bisogno di riflettere sulla mia stessa infanzia. Per mestiere riflettiamo costantemente su come educhiamo i ragazzi, sui grandi sistemi educativi e sulla scuola, cercando di fornire gli strumenti di lettura giusti a genitori, insegnanti ed educatori. A un certo punto, però, ho pensato che potesse essere interessante applicare queste stesse chiavi di lettura su me stesso. Ho ripercorso la mia infanzia, svoltasi principalmente nel centro storico di Frosinone, la città in cui sono nato. Non volevo che fosse una semplice cronaca nostalgica dei “bei tempi andati”, oggi capita spesso di rifugiarsi nella nostalgia, ma il mio intento era diverso: volevo recuperare quei pochi, preziosi fotogrammi che ci rimangono di quel periodo fondativo per confrontare lo stato dell’infanzia di allora con quello di oggi. Non per dire che si stava meglio quando si stava peggio, ma per un confronto costruttivo. Mi accorgo che, nonostante le innumerevoli nuove opportunità, attività e iniziative che offriamo a bambini e bambine, abbiamo smarrito elementi centrali. Riprendendo un concetto espresso da Neil Postman già negli anni ’80 sulla fine dell’infanzia causata dalla televisione, credo che quel processo si sia ulteriormente amplificato. Oggi ci siamo persi l’infanzia. I bambini stanno scomparendo numericamente — i dati indicano un saldo negativo drammatico nel nostro Paese tra nuovi nati e studenti che affrontano la maturità — ma soprattutto l’infanzia è scomparsa dalle nostre città, dalle agende politiche e dalla nostra attenzione reale. Il testo vuole denunciare questa scomparsa e capire come evitarne l’estinzione.
Lei accennava alla sua infanzia in una città del centro Italia, dove ci si divertiva a giocare a pallone per strada con gli amici. Oggi i centri di aggregazione libera mancano e i ragazzi sono inseriti in attività continuamente programmate dagli adulti. Cosa cambia nella crescita di un ragazzo tra l’avere l’autonomia del gioco e il muoversi in un’attività costantemente controllata?
Di fatto abbiamo impegnato tutto il loro tempo e, paradossalmente, glielo abbiamo sottratto. Se facciamo un confronto con il passato, oggi i nostri figli hanno opportunità di viaggio, accesso alla tecnologia, allo sport e alla cultura che noi alla loro età potevamo solo sognare. Questo è sicuramente frutto del benessere, ma nel tentativo di riempire ogni istante della loro vita abbiamo sacrificato la sperimentazione, l’autonomia e la possibilità di gestire il tempo senza la supervisione di un adulto. La vita nel centro storico di Frosinone era una grande esperienza di autonomia. Non c’erano programmi prestabiliti: ci si incontrava per strada, il quartiere era il nostro terreno di esplorazione e si giocava a calcio, a campana, con le biciclette e così via. Oggi abbiamo creato luoghi recintati e strutturati che definiamo “a misura di bambino”, ma tutto il resto della città non lo è più. Le attività dei ragazzi sono sotto la costante supervisione dell’adulto. L’adulto deve esserci, certo, ma se non garantiamo spazi di autonomia in cui i bambini possano dettare le proprie regole del gioco senza interferenze, priviamo l’infanzia della sua funzione principale, che è fondamentale per la crescita e la maturazione. Si perde lo spazio dei discorsi tra bambini, non influenzati dai grandi. Un tempo, a casa della nonna, c’era la netta divisione tra il tavolo dei grandi e il tavolo dei bambini; quella separazione permetteva ai più piccoli di dialogare con un approccio proprio. Oggi tutto questo si è dissipato. Non c’è più uno spazio fisico, concettuale o politico per l’infanzia. A parole diciamo di volerla tutelare, ma nei fatti la perdiamo di vista. Le nostre città sono concepite per le auto e per le attività economiche, non per la socialità dei bambini. Spaventati dai pericoli, limitiamo la loro esplorazione. È il paradosso di insegnare loro ad andare in bicicletta per poi vietarne l’uso perché le strade sono troppo pericolose.
Parlando di autonomia e controllo, un esempio emblematico è il registro elettronico scolastico. Oggi i genitori sanno tutto in tempo reale: insufficienze, assenze, note. Un tempo, un brutto voto non comunicato subito era anche uno stimolo a responsabilizzarsi e recuperare da soli. Questo eccesso di monitoraggio non rischia di limitare l’autonomia dei ragazzi?
Assolutamente sì. Il registro elettronico è gioia e dolori: se da un lato ha semplificato il lavoro degli insegnanti, dall’altro ha eliminato quell’atto di responsabilità che spettava a noi ragazzi quando dovevamo raccontare a casa cosa succedeva a scuola. Ora tutto è monitorato e le notifiche arrivano istantaneamente sul cellulare dei genitori. Tuttavia, da adulti dobbiamo capire come usare questi strumenti senza cadere in posizioni ideologiche o nostalgiche del tipo “torniamo al vecchio”. La perdita di autonomia non dipende dallo strumento in sé, ma dalle scelte educative che compiamo. Nel mio caso personale, avendo un figlio che frequenta la scuola, ho stabilito un patto: nonostante le notifiche dei voti mi arrivino sul cellulare, ho scelto di non guardarle finché non è lui a raccontarmi com’è andata la giornata. Questo è un modo per mantenere l’utilità della tecnologia, tutelando al contempo il senso di responsabilità e il confronto reciproco. Dobbiamo uscire dalle logiche dei divieti assoluti ed elaborare contromisure educative intelligenti. Prima di affannarci a trovare un modo per vietare l’utilizzo dei social media e dei dispositivi elettronici fino ai 14 anni, dovremmo chiederci se nel momento in cui chiudiamo lo schermo, stiamo offrendo loro delle alternative reali. Spesso i ragazzi si rifugiano dietro uno schermo semplicemente perché non hanno alternative praticabili: i parchi sono distanti, nei cortili non si può giocare per via delle auto e raggiungere un amico è diventato troppo pericoloso a causa del traffico. Dobbiamo agire sulle cause strutturali anziché applicare divieti puramente ideologici.
Siamo immersi in quella che Miguel Benasayag definisce “l’epoca delle passioni tristi”, caratterizzata da una visione pessimistica verso i giovani e il futuro. Perché esiste questo forte scollamento tra la percezione degli adulti e la realtà degli adolescenti?
Siamo avvolti da uno stato di negatività diffusa. L’epoca delle passioni tristi si riassume in una propensione verso il futuro che ha cambiato radicalmente disegno: guardiamo a domani con una rappresentazione sistematica di segno negativo. Eppure viviamo in una società che offre comfort e aspettative di vita mai raggiunte dalle generazioni precedenti. Questa ansia e precarietà derivano da fattori politici, economici e lavorativi che alimentano un forte senso di fragilità. Rischiamo di essere la prima generazione di adulti che vivrà meglio dei propri figli, interrompendo di fatto quell’ascensore sociale che è sempre esistito tra le generazioni. Questa prospettiva fosca ha un effetto devastante sui giovani. Per natura, un giovane dovrebbe essere proiettato verso il futuro con entusiasmo; se invece vi scorge solo una ragnatela di preoccupazioni, tende a ritrarsi e a rifugiarsi esclusivamente nel presente, nel “qui e ora”. Non lo fanno per mancanza di aspirazioni, ma perché sono spaventati. La priorità assoluta per noi adulti oggi è ricostruire la fiducia nei confronti del futuro. È un compito difficilissimo, ma indispensabile per sbloccare la crescita e la maturazione delle nuove generazioni. Una società senza futuro è una società che smette di evolvere, e questo non possiamo permettercelo.
Un’ultima domanda, in risposta alla crisi dei sistemi educativi lei avanza la proposta di una nuova “pedagogia collectiva”. Di cosa si tratta esattamente?
Se guardiamo allo scenario politico attuale, facciamo molta fatica a individuare un’attenzione reale e sostanziale nei confronti dell’infanzia. Le priorità dichiarate sono sempre l’economia, il lavoro, l’urbanistica. Così facendo, però, perdiamo di vista il fulcro della comunità: l’educazione delle nuove generazioni. Un bambino sofferente oggi sarà un adulto fragile e complessato domani, incapace di affrontare le grandi sfide sociali, politiche ed economiche. La pedagogia collettiva richiede uno sforzo corale che non può essere delegato solo ai genitori. L’educazione è una responsabilità sociale che riguarda tutti: genitori, insegnanti, politici, educatori, allenatori e così via. Ricostruire questa attenzione significa ascoltare realmente la voce dell’infanzia. Se lo facessimo sul serio, progetteremmo città diverse e faremmo scelte differenti sugli spazi comuni. Pensiamo alle polemiche che nascono ogni volta che si propone l’istituzione di una zona pedonale: la prima reazione è spesso la protesta legata a interessi commerciali. Nessuno mette sul piatto della bilancia il valore inestimabile di restituire uno spazio di libertà, socialità e autonomia ai nostri ragazzi. Questo da solo rappresenta un investimento e un rientro sociale che giustifica qualsiasi scelta amministrativa. Solo cambiando radicalmente il nostro atteggiamento nelle politiche e nelle scelte collettive potremo sperare di costruire un futuro diverso e una società più sana.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Fabio Gervasio
Source link


