di Saverio Di Giorno

Se si chiede all’avvocato Fabio Anselmo qual è la sua ricetta nei casi celebri che lo hanno visto coinvolto, la sua risposta è una: trovare un magistrato serio. Non c’è altra via. Anselmo trae questa lezione dai casi anche quelli cosentini che ha seguito: è necessario che sia un magistrato serio che guardi le prove. Sempre più necessario, dal momento che nel tempo gli strumenti a tutela dei cittadini sono diminuiti e l’arroganza delle istituzioni aumentate. E poi c’è un consiglio per riconoscere un possibile insabbiamento: occhio alle comunicazioni e ai comunicati (in)tempestivi! É lì che le istituzioni con la coda di paglia si contraddicono. Nelle ore successive. (Qui l’intervista completa: https://www.youtube.com/watch?v=J-Ks6o0zbbs)

Sono 20 anni che ti occupi di abusi di Stato, di mele marce come qualcuno dice. Di casi in cui le istituzioni non fanno il loro dovere. Come è cambiata la percezione in questi anni? Il racconto che se ne fa.

Devo dire che la narrazione delle cosiddette fonti ufficiali più o meno è rimasta la stessa. Sono cambiati i mezzi che sono più importanti, più invasivi, micidiali. C’è uno schema di carattere tecnico che scatena troll, fake, account falsi che tende a criminalizzare le vittime, le famiglie delle vittime e ha anche come bersaglio me e la mia compagna e la mia futura moglie (Ilaria Cucchi). Diciamo che la propaganda di odio, di mistificazione e di bugie,  ha avuto un’evoluzione tecnologica da un certo punto di vista, ma anche un’escalation da un punto di vista istituzionale. Ciò che una volta le istituzioni non si permettevano o chi ne copriva ruoli istituzionali di governo non si sarebbe mai permesso di fare, oggi viceversa costituisce il suo modus operandi invasivo, oppressivo e devo dire antidemocratico; nel senso che chi ha ruoli di governo comunque ha un certo potere, come dire, entra a gamba tesa anche nel vicenda, durante un processo.

Nel senso che mira ad influenzare l’andamento del processo?

Assolutamente sì. Quello che è successo per la morte di Abdahim Fakir è, diciamo, qualcosa che non mi è mai capitato di vivere e di assistere anche in casi eclatanti come quelli di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, e di Stefano Cucchi che più si è avvicinato in questa evoluzione negativa dello stato della nostra democrazia. La morte del signor Fakir ha fatto sì che  immediatamente intervenissero, addirittura recandosi fisicamente nel luogo nel quale venivano effettuate le indagini, il ministro Salvini; e che poi destinatario di questo luogo fossero addirittura le dichiarazioni del ministro dell’interno Piantedosi. Ci si è spinti ad esercitare un potere istituzionale negatorio e assolutorio nei confronti degli agenti delle forze dell’ordine. Qualcosa del genere poteva essere successo  quando venne ucciso Stefano Cucchi, laddove il ministro della difesa di allora, La Russa, intervenne a gamba tesa dicendo che era certo dell’onorabilità, dei carabinieri. Diciamo che questa affermazione non gli portò fortuna perché poi la verità ci mettemmo 15 anni, 16 anni, ma la verità poi è stata certificata con le sentenze passate in giudicato.

Quello che descrivi non nel senso è un quadro purtroppo molto simile a quello che è avvenuto a Cosenza, in con il suicidio di un ragazzo di 25 anni. Nei minuti successivi c’è stato – da una parte di popolazione – un sentimento di sospetto o condanna verso la vittima. Quindi, oggi che abbiamo più documentazione, abbiamo foto, abbiamo video (al contrario di 15 anni fa) sembra più facile far passare immediatamente una narrazione di odio?

Noi diciamo possiamo valutare, possiamo giudicare,  esprimere la nostra opinione di fronte all’evidenza dei fatti. Noi non possiamo negarla. A Cosenza ci sono dei colleghi che se ne stanno occupando e non posso entrare nel merito ma  ci sono meccanismi che generano un sospetto di immediata propaganda, di immediata, diciamo, exusatio non petita. Un mettere le mani avanti che tradisce una paura. Allora, se io non ho paura, non ho bisogno di mettere mai le mani avanti, soprattutto non lo deve fare lo Stato, non lo deve fare chi ha ruoli istituzionali,

Anche che quando oramai più di un anno fa ci fu l’aggressione  degli agenti sul direttore di questo giornale, anche in quel caso il ministro dell’Interno intervenne quasi subito. Come ha scritto di recente anche Ilaria Cucchi, in alcuni casi queste forzature di sostanza poi prevengono, sono laboratori che anticipano dei cambiamenti formali che poi cambiano le leggi. In questi anni hai avuto più o meno strumenti?

Ricordo benissimo il video dell’aggressione ai danni di Gabriele Carchidi e ricordo che io lo condivisi oltretutto sulla mia pagina personale dei social. É  uno schema, purtroppo che si ripete, è uno schema sempre più invasivo. Al referendum ho sostenuto il no perché già la politica è già troppo dentro la magistratura, la politica è già troppo pervasiva. Sembra che abbia vinto il sì. La politica continua a ostacolare la magistratura anche in uno degli aspetti fondamentali che costituisce la bandiera quantomeno dichiarata e sventolata da tutti i partiti cioè la lotta alla mafia. Si pensi all’estensione a dismisura dell’immunità, dell’utilizzabilità delle fonti di prova, all’estensione delle garanzie parlamentari nelle conversazioni.

Cioè, fino a qualche anno fa era impensabile soltanto immaginare ciò che succede adesso, cioè abbiamo un procuratore antimafia, un procuratore di Roma, altre procure che chiedono di poter utilizzare conversazioni ai fini di procedimenti che hanno per oggetto la lotta alla mafia e di fronte a questi noi abbiamo un muro istituzionale che è dato dal Parlamentp che sistematicamente nega, si oppone e priva i magistrati anche con normative riguardo le intercettazioni

Potresti fare un vademecum su cose da fare, da notare immediatamente quando ci sono casi del genere per evitare che prove fondamentali, indizi vengano meno. Elementi per capire se c’è un tentativo di insabbiamento.

Una bella domanda la tua. È chiaro che, diciamo, degli elementi indicatori ormai ho imparato a conoscerli, appunto. La cosiddetta coda di paglia volgarmente denominata, ma che si tradisce attraverso i primi comunicati tempestivi, invasivi e perentori, quando non c’è nulla di perentorio può essere detto su quando accadono determinate tragedie. In questi casi io non ho un vademecum, ho una speranza avere un giudice, avere un magistrato. Questa è la mia unica speranza. Quando cesserò di avere un giudice o un magistrato, sarà meglio che mi dedichi ad altro.

E infatti molto spesso in queste vicende se uno analizza i comunicati o le note stampa che escono nelle note e poi nelle ore successive ci sono contraddizioni nelle versioni fornite. Man mano che emergono elementi aggiustano il tiro?

Il tema del tempo è un tema che ben conosce questo governo e che a cui ha sopperito con una norma veramente irrazionale che è lo scudo penale. Il problema principale è che le indagini devono durare 120 giorni, altrinti vengono si devono archiviare. Allora, se se noi usiamo questo termine, Riccardo Magherini sarebbe morto di droga. Invece poi le autopsie successive dimostrarono che invece era morto anche di asfissia, determinata appunto da quella compressione micidiale che oltretutto viene descritta dagli stessi manuali di polizia come estremamente pericolosa da evitare e soprattutto da non protrarre nel tempo. Stefano Cucchi sarebbe morto nei 120 giorni di morte naturale o al limite di fame di sete. E lì ci abbiamo messo 6 anni per riaprire un accertamento medico legale serio che arrivò alla fine a certificare che senza quel pestaggio violentissimo Stefano Cucchi non sarebbe morto.

Tra gli altri ti sei occupato di un caso che forse ha tutti gli elementi che hai nominato finora, il tempo necessario, un magistrato che abbia avuto voglia di fare luce (Facciolla) e ed è il caso Bergamini dove il tempo è una componente fondamentale. C’è differenza tra Nord e Sud Italia?

Me lo chiedono in tanti. Francamente non vi trovo differenze sostanziali tra Nord e Sud. Eh, diciamo, se parliamo di minacce dirette, indirette, francamente più o meno i contesti sono simili. Ed è verissimo quello che tu hai detto e cioè che i magistrati fanno la differenza. Laddove hai un verbale di ispezione cadaverica ad esito del quale non viene disposta l’autopsia se non dopo 50 giorni a detta sua, detta di questo magistrato, a causa della pressione dei media, quindi viva i media, devo dire, e fa un verbale dove si certificano una serie di situazioni che in realtà poi emergono come non essere state sussistenti; si certificano soprattutto una, diciamo, una serie di lesioni che in realtà poi non sono state riscontrate dagli accertamenti successivi. Eh, cioè come fai? Noi ci abbiamo messo 25-26 anni a fare riaprire il caso, trovando, diciamo, un magistrato che è stato crocifisso dalla difesa dell’imputata. Un magistrato sensibile non alle ragioni di una famiglia, ma alle evidenze di alcuni fatti che erano inconfutabili e che non erano mai stati adeguatamente presi in considerazione. E Denis è stato ucciso il 18 novembre del 1989. Oggi siamo nel 2026. La giustizia è una cosa degli uomini e la fanno gli uomini.

 

 

 


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