A Valle Castellano, 820 abitanti in un’area interna abruzzese, l’Amministrazione comunale ha rilevato l’unico distributore di benzina per far sì che gli abitanti non perdessero un servizio utile alla comunità. L’acquisizione risale a quattro anni fa ma oggi è salita alla ribalta nazionale perché, con il prezzo della benzina oltre i 2 euro al litro, riesce a garantire un risparmio al consumatore (ne abbiamo scritto qui). Il modello risulta vantaggioso grazie a una gestione oculata che non punta all’utile ma a mantenere un servizio. Secondo il sindaco Camillo D’Angelo, che è anche presidente della Provincia di Teramo, potrebbe essere replicato in altri piccoli comuni, dove l’ente pubblico può intervenire per sopperire all’assenza del privato, «ma lo stesso non vale per centri maggiormente abitati, dove entrano in gioco le dinamiche del libero mercato e della concorrenza». Eppure, non è un caso isolato.
La conferma arriva da Giovanni Xilo, esperto di organizzazione dei servizi pubblici locali e socio di Riabitare l’Italia, l’associazione culturale che riunisce professori, operatori, attori sociali, cittadini, imprese e cooperative per cambiare il punto di vista sulle aree periferiche del Paese. «Le autonomie locali hanno sempre agito, quando potevano, per tutelare e garantire i servizi ai cittadini», spiega. «C’è un’origine storica: si ritrova nell’art. 5 della Costituzione italiana, che non istituisce le autonomie ma le riconosce. Questo significa che esse sono un elemento costitutivo della Repubblica e che devono essere promosse e tutelate affinché siano effettivamente garantite. Io vengo da una città, Bologna, che a inizio Novecento creò una società per fare il pane perché il grano costava troppo. I panettieri avevano fatto cartello e il sindaco dell’epoca costituì una fabbrica del pane: comprava la farina e produceva pane comunale a un prezzo calmierato».

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NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA
Ci sono altre Valle Castellano in Italia
Secondo Xilo, andrebbe fatta una survey nazionale per individuare tutte le iniziative che i piccoli centri stanno pensando e realizzando per rispondere a bisogni concreti. «L’esempio più tipico è quello dei negozi di alimentari, un problema diffuso nei borghi italiani: non sono sufficientemente redditizi per il singolo privato, ma sono l’unica possibilità per i cittadini, spesso anziani, di reperire beni di prima necessità vicino a casa. Oppure il bar, che in montagna o in un’isola minore non rappresenta soltanto la possibilità di prendere un caffè al mattino, ma significa avere un luogo che funga da riferimento per il territorio».
Quali sono le “altre” Valle Castellano in Italia? «Sono molte di più di quel che s’immagini. Mi viene in mente un piccolo Comune di 600 abitanti nell’Ascolano, Montedinove, che ha costruito una centrale fotovoltaica per le esigenze della sua comunità. L’ingegno di certo non manca, il punto è avere tecnici che con le competenze per rendere le idee concrete». E poi ci sono le risorse economiche: «I piccoli comuni non ne hanno a sufficienza per sopperire a tutti i servizi mancanti e i loro sindaci si sentono sempre più soli». Inoltre, aggiunge Xilo, «non tutti i piccoli comuni hanno a disposizione persone che abbiano il tempo, l’energia e la volontà per fare il sindaco».
Non esiste una vera comunità dei tecnici delle aree interne, né dei cittadini: non si è mai veramente sviluppata, ma ne avremmo un gran bisogno, per chiarire bene quali sono gli ostacoli a questi processi e fare un’azione di lobby
Giovanni Xilo, esperto di organizzazione dei servizi pubblici locali
Siamo abituati a pensare ai piccoli numeri come a un limite. E se invece fossero proprio questi la chiave per sperimentare? «I piccoli numeri obbligano ad adottare scelte non standard e nuove soluzioni, magari scoprendo che se non sono conosciute non significa che siano vietate», riflette Xilo. «Un contesto di sopravvivenza può diventare una leva, così come un dibattito locale molto chiaro sui fondamentali». Ci sono però delle accortezze di cui tenere conto: «Essere piccoli può rendere alcune cose più facili e rapide, ma può anche rendere più semplice bloccare un processo. È un’arma a doppio taglio: può permettere di agire più rapidamente e di definire insieme le priorità di sopravvivenza e dei servizi, ma c’è anche il rischio che manchi quel poco che impedisce di fare qualsiasi cosa».
Come si può sostenere l’innovazione sociale nelle aree interne? «Rendendola visibile. Uno degli aspetti più interessanti della Strategia nazionale Aree interne era l’idea di creare una Federazione delle Aree interne, un luogo dove donne e uomini di buona volontà potessero confrontarsi a partire dalle singole esperienze. Non esiste una vera comunità dei tecnici delle aree interne, né dei cittadini: non si è mai veramente sviluppata, ma ne avremmo un gran bisogno, per chiarire bene quali sono gli ostacoli a questi processi e fare un’azione di lobby».
Quando non esistevano il “mio” e il “pubblico” ma esisteva il “nostro”
È un’economia di mezzo quella che nasce nelle aree interne, abbraccia pratiche di rigenerazione e apre a intuizioni che non sono mai estemporanee. È figlia di un’attitudine alla cooperazione? Vanni Treu, progettista e ricercatore in ecosistemi territoriali e innovazione sociale per le aree interne e la montagna del futuro, non la definisce così: «È un modo di organizzare se stessi, non è cooperazione nel senso classico del termine. Si tratta di forme che non sono né profit né non profit: mettono in conto anche la perdita economica pur di tenere in vita un servizio».
Per comprendere davvero questa prospettiva, secondo il progettista friulano, dovremmo guardare alla storia delle popolazioni alpine. «Per molti secoli vivere in montagna ha significato necessariamente organizzarsi. Le comunità alpine abitavano territori difficili, caratterizzati da risorse limitate e da una forte dipendenza dall’ambiente. Non potevano permettersi una gestione completamente individualistica del bosco, dei pascoli, dell’acqua o dei prati. In Carnia, per esempio, le case, i rustici e piccoli appezzamenti coltivati potevano essere di proprietà privata, mentre boschi, pascoli e prati esterni al villaggio erano utilizzati collettivamente dalle famiglie della comunità, con sistemi di assegnazione periodica, rotazione o sorteggio. È un modello che trovo estremamente moderno. Non esistevano soltanto il “mio” e il “pubblico”. Esisteva anche il nostro».
Forse non dobbiamo immaginare nuove istituzioni amministrative, ma luoghi nei quali abitanti, amministrazioni, imprese, associazioni e nuovi residenti possano assumere responsabilità concreta su alcuni beni e problemi del territorio
Vanni Treu, progettista e ricercatore in ecosistemi territoriali e innovazione sociale per le aree interne e la montagna del futuro
Come si traduce nel presente? «Era una sorta di economia circolare. Quei beni comuni non servivano soltanto a produrre reddito o a garantire il pascolo degli animali. Il surplus derivante dai boschi e dalle produzioni collettive poteva essere utilizzato per finanziare esigenze della comunità, comprese opere pubbliche come strade e acquedotti, oppure per garantire approvvigionamenti durante calamità e crisi alimentari. Se lo guardiamo con gli occhi di oggi, il meccanismo è chiarissimo: il territorio produce una risorsa, la comunità la governa e una parte del valore generato ritorna alla comunità sotto forma di servizio». Attenzione: Treu non vuole idealizzare quel mondo: «Era una società molto diversa dalla nostra, spesso dura e fortemente selettiva. Ma c’è un principio che considero ancora attualissimo: una comunità diventa più forte quando dispone anche della capacità di trasformare le proprie risorse territoriali in beni collettivi».


C’è un altro rischio che Treu non vuole correre: trasformare questa riflessione in nostalgia. «Forse non dobbiamo immaginare nuove istituzioni amministrative, ma luoghi nei quali abitanti, amministrazioni, imprese, associazioni e nuovi residenti possano assumere responsabilità concreta su alcuni beni e problemi del territorio. Un bosco. Una rete di sentieri. Le case vuote. Un servizio di mobilità. Una comunità energetica. La manutenzione del paesaggio. Un servizio per gli anziani. Uno spazio per giovani e nuove imprese. Non delegare tutto a un livello superiore, ma costruire forme nelle quali una parte della risposta possa nascere dal territorio stesso. Per secoli le popolazioni alpine sono state costrette a partecipare alla costruzione del proprio futuro perché da lì dipendeva la loro sopravvivenza. Oggi disponiamo di tecnologie, istituzioni e risorse incomparabilmente maggiori, eppure rischiamo di ridurre l’abitante al ruolo di utente: della sanità, dei trasporti, dei servizi comunali. La rigenerazione territoriale dovrebbe provare a trasformare nuovamente l’utente in abitante, e l’abitante in attore territoriale».
In apertura, una veduta panoramica su Dossena, un comune della Val Brembana dove è nato un gruppo di lavoro condiviso tra Comune, società in house, cooperativa di comunità, operatori turistici, proprietari immobiliari, associazioni e nuovi abitanti. (Fotografia di Vanni Treu)
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Daria Capitani
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