17 giugno 2026 – ore 06:30 – Ogni epoca produce il proprio certificato di rispettabilità. C’è stato il tempo delle tessere di partito, quello dei giuramenti di fedeltà, quello delle appartenenze ideologiche esibite come lasciapassare per entrare nella vita pubblica. Cambiano i regimi, cambiano le parole utilizzate per giustificarli, cambiano perfino le intenzioni dichiarate da chi li introduce. Il meccanismo, tuttavia, resta sorprendentemente simile: qualcuno stabilisce quali convinzioni siano considerate legittime e qualcun altro deve dimostrare di possederle. È per questo che la vicenda della dichiarazione antifascista richiesta agli editori per partecipare alla prossima edizione di “Più Libri Più Liberi” merita una riflessione che va ben oltre il regolamento di una fiera del libro. Perché il punto non è il fascismo. Il punto è la libertà. Naturalmente chi ha introdotto quella clausola è convinto di difendere la democrazia. Ed è proprio questo che rende la questione interessante. Nella storia quasi nessuno ha mai limitato la libertà dichiarando apertamente di voler limitare la libertà. Al contrario. Quasi tutti sostenevano di volerla proteggere, rafforzare, preservare o purificare. Le intenzioni, in politica, sono spesso la parte meno interessante della vicenda. Molto più importanti sono gli strumenti che vengono utilizzati. E ogni volta che una convinzione viene trasformata in requisito preliminare per accedere a uno spazio pubblico, la domanda da porsi non riguarda la nobiltà dello scopo. Riguarda la compatibilità del metodo con una società davvero libera.
Quando la libertà entra in discussione, Trieste dovrebbe prestare attenzione più di qualunque altra città italiana. Non per superiorità morale, ma per esperienza storica. Poche città europee possiedono i titoli di Trieste quando si parla del rapporto tra libertà e potere. Nel volgere di pochi decenni un triestino poteva nascere suddito dell’Impero austro-ungarico, diventare cittadino italiano, vivere sotto il fascismo, attraversare l’occupazione nazista, assistere all’arrivo delle truppe jugoslave e ritrovarsi infine amministrato dagli Alleati senza essersi praticamente spostato da casa. Sono cambiate bandiere, divise, governi, lingue ufficiali e ideologie. La città è rimasta dov’era. È forse per questo che Trieste dovrebbe diffidare istintivamente di chiunque pretenda di stabilire quale sia il pensiero corretto da esibire per essere considerati cittadini pienamente legittimati. Naturalmente nessuno mette in discussione il carattere antifascista della Costituzione repubblicana, il valore storico della Resistenza o le leggi che vietano la ricostituzione del partito fascista. La questione è un’altra. Può una democrazia chiedere una professione di fede come condizione preliminare per accedere a uno spazio pubblico? Può una comunità che si definisce aperta e pluralista subordinare la partecipazione a una dichiarazione preventiva di adesione morale? Può la cultura, che per definizione dovrebbe essere il luogo del confronto, trasformarsi nel luogo della certificazione?
Sono domande scomode. Proprio per questo meritano una risposta. Perché qui non si sta chiedendo il rispetto della legge. Quello è già obbligatorio. Si sta chiedendo qualcosa di diverso. Si sta chiedendo di condividere, aderire, sottoscrivere, dichiarare pubblicamente una conformità ideale. È il passaggio che trasforma il cittadino in un fedele. Ed è un passaggio che la storia europea dovrebbe aver insegnato a guardare con estrema prudenza. Tutti i sistemi ideologici, senza eccezione, hanno sempre iniziato nello stesso modo. Mai imponendo apertamente il conformismo. Mai dichiarando di voler limitare la libertà. Hanno sempre cominciato rivendicando una causa superiore, un valore indiscutibile, una verità così evidente da rendere superfluo perfino il confronto. Poi arrivava il certificato. Poi il giuramento. Poi il modulo. Poi la distinzione tra chi apparteneva alla comunità dei giusti e chi invece doveva dimostrare di meritarne l’ingresso. Cambiano le epoche. Cambiano i simboli. Cambiano i linguaggi. Il meccanismo resta sorprendentemente identico. Non interessa ciò che fai. Interessa ciò che pensi.
È qui che il dibattito italiano degli ultimi anni ha assunto contorni sempre più paradossali. Ma il punto, in fondo, non è nemmeno la clausola antifascista. Quella è soltanto il sintomo. Il vero problema è che una parte della società italiana sembra aver progressivamente smesso di credere nella forza delle proprie idee. Chi è davvero convinto della superiorità della democrazia liberale non ha bisogno di certificati, di moduli o di professioni di fede. Discute. Argomenta. Convince. Chi pretende certificati, spesso senza accorgersene, finisce per confessare una fragilità: il timore che le proprie convinzioni non siano abbastanza forti da camminare da sole. Forse il problema non riguarda nemmeno l’antifascismo in sé. Forse riguarda il ruolo che una parte della politica gli ha progressivamente assegnato. Esaurite le grandi narrazioni economiche e sociali del Novecento, indebolite le identità tradizionali e sempre più fragile il rapporto con il proprio elettorato storico, l’antifascismo è diventato per molti l’ultima appartenenza disponibile. Una sorta di certificato morale attraverso il quale distinguere il campo dei giusti da quello degli altri.
Quando mancano risposte convincenti sul lavoro, sui salari, sulla produttività, sulla crescita economica, sulla sanità, sulla scuola o sulla sicurezza, la tentazione di rifugiarsi nella superiorità etica diventa inevitabilmente più forte. Del resto, distribuire patenti di rispettabilità costa molto meno che ridurre una lista d’attesa, aumentare uno stipendio, migliorare una scuola o costruire una prospettiva credibile per chi guarda al futuro con crescente incertezza. È molto più semplice stabilire chi sia moralmente presentabile che risolvere problemi complessi. Molto più semplice distribuire patenti che costruire consenso attorno a una visione del futuro. Ma una democrazia vive di confronto tra idee, non di graduatorie morali. Il paradosso è evidente. L’antifascismo nacque per liberare la società italiana da un regime che pretendeva obbedienza. Oggi rischia talvolta di essere trasformato, da alcuni dei suoi più zelanti custodi, in un criterio attraverso il quale misurare la conformità delle persone. È una trasformazione che dovrebbe inquietare soprattutto chi si considera sinceramente antifascista. Perché nessuna idea sopravvive alla propria riduzione a dogma. Quando una convinzione diventa obbligatoria, smette lentamente di essere una convinzione. Diventa un rituale. Una formula. Una liturgia. E le liturgie non tollerano il dubbio.
Forse è anche per questo che a Trieste, città che ha conosciuto tutte le grandi religioni politiche del Novecento, dovremmo essere particolarmente prudenti davanti a chi pretende di stabilire preventivamente quali opinioni siano degne di cittadinanza e quali invece necessitino di una certificazione morale. La lezione che il Novecento dovrebbe aver lasciato a Trieste è molto semplice: diffidare di chi pretende di classificare moralmente le persone; diffidare di chi sostituisce il confronto con la certificazione; diffidare di chi preferisce selezionare invece che discutere. Perché le idee non diventano vere perché obbligatorie. Non diventano più forti perché certificate. Non diventano più democratiche perché sottoscritte davanti a un modulo. Dimostrano il proprio valore soltanto nel confronto aperto con altre idee. Per questo una società libera non teme i libri, non teme le opinioni e non teme nemmeno gli autori che considera sbagliati. Li legge, li critica, li contesta e, se necessario, li sconfigge sul terreno del dibattito pubblico. Il giorno in cui preferisce selezionare invece che confrontarsi, certificare invece che convincere, autorizzare invece che discutere, compie un passo piccolo, quasi impercettibile, ma sempre nella stessa direzione. Perché le idee non hanno bisogno di lasciapassare. Hanno bisogno di libertà. E le democrazie raramente muoiono sotto i colpi dei loro nemici. Più spesso si consumano quando smettono di fidarsi della libertà e cominciano a fidarsi dei certificati.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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Francesco Viviani
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