Agosto è il mese delle vacanze per eccellenza. C’è chi parte con gli amici, chi con i bambini, chi con i genitori ormai anziani, chi con il proprio cane. C’è chi cerca un ristorante senza glutine, chi segue un’alimentazione vegetariana o vegana, chi deve evitare determinati alimenti per un’allergia e chi ha bisogno di una camera senza barriere. Persone diverse, esigenze diverse, spesso all’interno dello stesso gruppo.
Eppure, quando parliamo di turismo accessibile, continuiamo troppo spesso a pensare esclusivamente alla disabilità. Come se esistessero da una parte i “turisti” e dall’altra le persone con esigenze specifiche. La realtà delle nostre vacanze racconta qualcosa di molto diverso: il turista standard, semplicemente, non esiste.
Una vacanza, tante esigenze
Prendiamo uno degli aspetti più importanti di qualsiasi viaggio: il cibo. Mangiare durante una vacanza non significa soltanto nutrirsi. Significa scoprire un territorio, provare un ristorante, fare colazione in albergo, assaggiare un prodotto locale, condividere una cena con gli amici. Ma le esigenze possono essere molto diverse. Ci sono persone con celiachia, allergie o intolleranze alimentari; altre che seguono un’alimentazione vegetariana o vegana; altre ancora che, per motivi religiosi, cercano alimenti halal o kosher. Non sono situazioni equivalenti. Un’allergia o la celiachia implicano esigenze di sicurezza alimentare differenti rispetto a una scelta personale e richiedono competenze specifiche, anche nella preparazione e nella gestione delle contaminazioni. Proprio per questo, una ristorazione realmente accogliente passa anche dalla formazione del personale, dall’uso della terminologia corretta e dalla capacità di fornire informazioni precise, senza minimizzare né creare inutili allarmismi.
Lo stesso accade per le famiglie. Essere family friendly non significa semplicemente mettere a disposizione una culla o un seggiolone. Può significare poter scaldare una pappa, proporre attività adatte a età differenti, disporre di spazi facilmente percorribili con un passeggino o organizzare tempi e servizi pensando anche alle esigenze dei più piccoli. E poi ci sono i viaggiatori senior, le donne in gravidanza, chi ha subito un infortunio temporaneo, chi necessita di conservare un farmaco a una determinata temperatura, chi preferisce ambienti meno rumorosi e affollati. E ancora chi parte con il proprio animale e cerca una struttura realmente pet friendly.
A queste esigenze si aggiungono naturalmente quelle delle persone con disabilità motorie, sensoriali, cognitive o intellettive. Il punto, però, non è costruire un elenco sempre più lungo. È esattamente il contrario.
Non servono cento turismi diversi
Accessible, family, senior, pet, gluten free, vegan friendly. Le etichette possono essere utili per identificare servizi e caratteristiche dell’offerta, ma rischiano anche di farci dimenticare una cosa molto semplice: le persone non viaggiano per categorie. E soprattutto viaggiano insieme.
Immaginiamo una famiglia in vacanza: i nonni possono avere qualche difficoltà nel percorrere lunghe distanze, uno dei genitori essere celiaco, un bambino avere bisogno del passeggino e un altro avere esigenze sensoriali particolari. E magari con loro viaggia anche il cane. A quale segmento appartiene questo gruppo? È proprio qui che il concetto di turismo accessibile assume un significato più ampio. Non significa creare una vacanza speciale per ogni possibile esigenza, ma costruire un sistema turistico abbastanza preparato e flessibile da accogliere la diversità delle persone.
Perché turismo accessibile non significa soltanto turismo per persone con disabilità. Significa mettere ciascuno nelle condizioni di poter scegliere, partecipare e vivere l’esperienza turistica nel modo più autonomo e soddisfacente possibile.
Dalle etichette alle persone
È questa la cultura dell’accoglienza che IsITT – Istituto italiano per il Turismo per tutti cerca di diffondere attraverso il proprio lavoro con destinazioni, operatori, enti pubblici e filiere turistiche. Non si tratta di chiedere a una struttura di prevedere qualsiasi possibile esigenza. Sarebbe irrealistico. Si tratta piuttosto di formare gli operatori, conoscere la propria offerta, fornire informazioni affidabili e imparare ad ascoltare le richieste senza dare per scontato che tutti i clienti abbiano gli stessi bisogni.
Una struttura può non avere una determinata soluzione e continuare a essere un buon esempio di accoglienza se sa comunicarlo correttamente, proporre un’alternativa o indirizzare la persona verso un servizio adeguato. Al contrario, dichiararsi genericamente “per tutti” senza conoscere realmente ciò che si è in grado di offrire rischia di produrre l’effetto opposto. Il turismo per tutti nasce quindi anche da una domanda molto semplice: di cosa hai bisogno per vivere bene la tua esperienza?
La normalità è essere diversi
Agosto ce lo ricorda forse meglio di qualsiasi altro mese. Milioni di persone si mettono in viaggio contemporaneamente, portando con sé età, abitudini, capacità, necessità e desideri differenti. La sfida del turismo non può essere individuare un ipotetico cliente medio e chiedere a tutti gli altri di adattarsi. È costruire un’offerta capace di riconoscere questa varietà e rispondervi con competenza, flessibilità e informazioni corrette.
Perché la vera sfida dell’accoglienza non è essere pronti per ogni possibile categoria di turista. È essere preparati alla varietà delle persone. E forse è proprio da qui che dovremmo ripartire quando parliamo di turismo accessibile: non da chi è “diverso” rispetto a uno standard, ma dalla consapevolezza che quello standard, nella vita reale, non è mai esistito.
Questo articolo fa parte di una serie dedicata al turismo e all’accessibilità. Leggi anche:
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La fotografia in apertura è di Etienne Girardet su Unsplash
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Daria Capitani
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