A poco più di tre anni dall’inizio del suo mandato, e a quattro mesi dal suo rinnovo per un altro triennio, il Presidente del Fasi, Daniele Damele, traccia un bilancio dell’attività del Fondo di assistenza sanitaria integrativa dei dirigenti industriali, ente bilaterale costituito da Confindustria e Federmanager che oggi assiste oltre 310 mila persone. Tra i temi al centro del confronto: la prevenzione, l’ampliamento del Nomenclatore, l’uso etico dell’intelligenza artificiale, il ruolo dei territori e il valore della bilateralità.
Presidente, qual è il bilancio di questi tre anni alla guida del Fasi?
Tre anni fa abbiamo ereditato un Fasi in salute, che rispondeva bene alle esigenze dei nostri oltre 310 mila assistiti. Abbiamo lavorato per migliorare quella situazione, partendo dalla garanzia della sostenibilità dell’Ente: il Fasi esiste da 49 anni, nel 2027 festeggeremo il cinquantesimo, e il nostro obiettivo è che continui a esistere, in equilibrio organizzativo ed economico, per i prossimi 50. Ci siamo riusciti anche riducendo i costi di esercizio, ampliando così le risorse destinate ai rimborsi della sanità integrativa.
Partiamo dalla prevenzione, che lei ha definito una priorità.
La prevenzione è stata ed è il nostro cavallo di battaglia, anche perché si basa sui numeri. Offriamo 22 pacchetti di prevenzione gratuiti, utilizzabili presso le strutture convenzionate, e stiamo studiando come ampliarli ulteriormente. Continuiamo a insistere su questo perché vogliamo intervenire su una certa cultura manageriale, quella del “non ho tempo perché devo lavorare”. Non va bene: bisogna trovare il tempo per la prevenzione. I dati ci dicono che chi ha utilizzato i pacchetti prevenzione durante l’attività lavorativa, una volta in quiescenza, quando per ragioni anagrafiche ha maggiore bisogno di assistenza sanitaria, richiede rimborsi inferiori. Chi fa prevenzione arriva meglio alla terza età. È un messaggio basato su statistiche e dati: usare costantemente i pacchetti significa puntare a un invecchiamento in salute, che è sempre preferibile a un invecchiamento in malattia.
Sul fronte tariffe e rimborsi, cosa è cambiato in questi tre anni?
Abbiamo ampliato fortemente il Nomenclatore-Tariffario, che oggi è un punto di riferimento anche per altri fondi sanitari integrativi. Abbiamo svolto un’operazione di revisione delle voci esistenti, per adeguarle ai tempi e permettere rimborsi corretti, utilizzabili anche nelle circa 3.000 strutture convenzionate con il partner IWS. Abbiamo inoltre ampliato in modo considerevole il numero delle voci e aumentato le quote di rimborso. È un lavoro che in 49 anni di storia del Fasi non era mai stato condotto con questa puntualità e attenzione: oggi abbiamo un nomenclatore in continua evoluzione.
Una delle novità più rilevanti riguarda la differenziazione dei rimborsi in base alla qualità delle strutture.
Esatto. Se l’assistito effettua un’indagine diagnostica in una struttura con apparecchiature di eccellenza, tecnologicamente avanzate, noi rimborsiamo di più, perché siamo certi che questo significhi un servizio migliore e una diagnosi precoce più accurata. È un modo per incentivare il ricorso alla qualità. La maggior parte delle strutture sanitarie convenzionate ha colto questo sforzo e ha investito in nuove apparecchiature, consapevole che i tempi di ammortamento si sarebbero ridotti, perché è evidente che un assistito preferisce rivolgersi a una struttura tecnologicamente aggiornata piuttosto che a una con apparecchiature obsolete. È una funzione sociale importante: abbiamo allocato le risorse in modo da indurre un comportamento virtuoso negli operatori convenzionati.
Gli iscritti al Fasi sono cresciuti in questi tre anni?
Sì, ed è un dato che ci fa piacere, perché significa che le aziende continuano ad assumere nuovi dirigenti, con un evidente impatto socio-economico. Le imprese aderenti a Confindustria hanno un vantaggio ulteriore, perché operano in un contesto che offre servizi e confronti di rilievo, spesso strategici per le scelte aziendali. Sia a livello dirigenziale sia a livello di imprese, i nostri dati sono costantemente positivi, in un certo senso in controtendenza rispetto a una crisi generale di sistema. È un segnale che ci fa ben sperare per il futuro, e forse indica che l’Italia deve ripartire proprio dalle imprese private industriali e dai loro dirigenti.
Tra le novità di questi anni c’è anche l’attivazione di un Comitato Etico sull’Intelligenza Artificiale. Perché questa scelta?
L’intelligenza artificiale, a livello generale, è un’opportunità se utilizzata e indirizzata dall’uomo. Mi limito al campo sanitario: applicata alla consultazione rapida di casi clinici simili che un medico deve esaminare, l’IA rappresenta una sorta di grande biblioteca di riferimento, ed è positiva. Allo stesso modo, se applicata a strumentazioni diagnostiche per renderle più precise. Ma occorre porre un limite: la gestione dell’intelligenza artificiale deve restare esclusivamente in mano all’uomo. Per questo abbiamo istituito un comitato etico interno, che valuta qualunque progetto basato sull’IA e ne autorizza l’utilizzo solo dopo aver verificato il rispetto di linee guida fondamentali, pensate per salvaguardare la dignità della persona. Queste linee guida sono a disposizione di Confindustria, Federmanager e di chiunque altro voglia adottarle.
Può farci un esempio concreto di applicazione di queste linee guida?
Il caso del nostro call center è significativo. Ci è stato chiesto di introdurre l’intelligenza artificiale nel servizio, e abbiamo accettato a una condizione precisa: che le persone attualmente impiegate non venissero licenziate né diventassero esuberi per le società che ci forniscono il servizio. Vogliamo che vengano avviati eventuali percorsi di riqualificazione professionale, ma continueremo a remunerare questo servizio solo se il livello occupazionale viene mantenuto, se non addirittura aumentato. È un segnale concreto di attenzione alle persone. Il comitato etico può dare il via libera all’intelligenza artificiale solo se non lascia indietro nessuno, e solo se resta sempre controllata e monitorata dall’uomo. È un principio che suggerirei di applicare a tutti i livelli: Cina e Stati Uniti stanno procedendo in maniera, a mio avviso, eccessiva; l’Europa, per fortuna, sta lavorando a delle regole, e il rispetto di queste regole nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale è eticamente fondamentale e irrinunciabile.
Lei viene da un’esperienza territoriale, come presidente di Federmanager Friuli-Venezia Giulia. Che valore ha avuto, in questi tre anni, la bilateralità tra Confindustria e Federmanager?
È stata la mia prima esperienza alla guida di un ente bilaterale, ed è stata entusiasmante. Quello che ho rilevato come elemento distintivo è proprio il valore della bilateralità: riuscire a fare le cose insieme, ad attuare le scelte insieme, trovando sempre la mediazione e l’equilibrio tra le due realtà, che tutelano contestualmente gli interessi di Confindustria e di Federmanager. In fondo sono interessi che fanno capo a persone con obiettivi sostanzialmente comuni: gli imprenditori, titolari delle imprese di Confindustria, e i dirigenti di queste stesse imprese. Devono lavorare insieme, e nella sanità integrativa siamo riusciti, in questi tre anni, a favorire concretamente questo percorso comune.
C’è un aspetto particolare di cui va fiero, in questo percorso?
Insieme al Vicepresidente Fasi, Fabio Pengo, fin dall’inizio abbiamo voluto portare avanti il valore della trasparenza: non abbiamo mai negato nulla rispetto alle nostre scelte, né prima, né durante, né dopo averle compiute. Confindustria e Federmanager sottoscrivono insieme il Contratto Collettivo Nazionale di lavoro per i dirigenti delle imprese private industriali, ed è inevitabile che nella contrattazione emergano momenti di confronto anche aspro. Essere riusciti a trasformare questi momenti in mediazione, in un fare insieme nel rispetto reciproco, credo sia stato un risultato importante.
Un’ultima riflessione sul ruolo delle associazioni territoriali.
È il valore più importante che ho trovato in questa esperienza, e con cui mi sono trovato pienamente d’accordo: il ruolo delle associazioni territoriali, sia di Confindustria sia di Federmanager. Se i vertici nazionali continueranno a valorizzarle, avremo fatto centro; se invece qualcuno pensasse di muoversi in autonomia, avremmo dei problemi. Le associazioni territoriali sono la linfa vitale delle realtà nazionali, ne sono per certi versi gli azionisti.
Chiudiamo con un accenno a un altro fronte su cui il Fasi è impegnato: la non autosufficienza.
È un tema che abbiamo voluto valorizzare, anche attraverso un progetto sperimentale con l’Istituto Superiore di Sanità, che auspichiamo di poter proseguire. L’obiettivo è dare risposte a domande precise: chi deve fare cosa, quando, come e con quali risorse. Sono domande rivolte innanzitutto al Servizio Sanitario Nazionale, di cui restiamo sempre i primi sostenitori come secondo pilastro del sistema. Il Servizio Sanitario Nazionale deve dare risposte, e noi, come sanità integrativa, possiamo offrire risposte complementari, per garantire a chi si trova in una condizione di non autosufficienza il diritto sacrosanto di essere assistito da tutte le realtà che si occupano di sanità.
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Sergio Luciano
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