26 agosto 2026 – ore 10:00 – Il 26 agosto 1985 Michael Jordan aveva ventidue anni e a Trieste non era ancora una leggenda. Era già il Rookie of the Year della NBA, certo, ma non era ancora il campione dei sei titoli, dei cinque MVP e del marchio che avrebbe trasformato il suo nome in una delle più riconoscibili icone commerciali dello sport. Era arrivato in Europa per una tournée promozionale della Nike e Trieste era stata scelta come unica tappa italiana; quella sera, al PalaChiarbola, il giovane americano indossò la maglia arancionera della Stefanel Trieste contro la Juve Caserta, segnò 41 punti e, durante una schiacciata, mandò in frantumi il tabellone. La partita finì 113-112 per Trieste dopo un tempo supplementare, ma il risultato sarebbe diventato quasi un dettaglio rispetto a quell’immagine: Jordan sospeso in aria, il vetro che esplode, il pubblico che per un istante smette di essere pubblico e diventa testimone. Quella fotografia avrebbe attraversato quarant’anni di storia della pallacanestro, ispirando anche la leggenda dello “Shattered Backboard”. Ma raccontare soltanto questo significherebbe fermarsi alla parte più facile della storia, quella che tutti conoscono. Il 26 agosto 1985 racconta soprattutto una città che, per una sera, si trovò davanti a una leggenda quando quella leggenda non era ancora stata scritta.

La parte più interessante, infatti, non comincia con Jordan. Comincia con Bepi Stefanel, l’imprenditore che nel 1984 aveva rilevato la società triestina, allora in A2, con l’obiettivo dichiarato di portarla ai vertici del basket italiano. Chiamò a Trieste Bogdan Tanjević, uno dei grandi allenatori della pallacanestro europea, e mise in piedi un progetto che non aveva nulla di prudente: investire in una squadra che ancora doveva dimostrare di poter stare ai massimi livelli. La prima stagione della gestione Stefanel non fu il trionfo che qualcuno poteva aspettarsi e terminò con la retrocessione in B1, ma Stefanel non fece ciò che spesso fanno gli investitori quando il risultato non arriva abbastanza rapidamente: non scappò. Continuò a investire, e la squadra tornò in A1 nel 1986, avviando una stagione destinata a trasformare il basket triestino. È qui che la storia diventa interessante anche fuori dal parquet, perché la vera scommessa non fu portare Jordan a Chiarbola: fu continuare a credere in Trieste quando il progetto aveva appena ricevuto la prima risposta negativa. Jordan era di passaggio. Stefanel stava costruendo. Quando arrivò la Nike, dunque, non trovò semplicemente un palazzetto dove organizzare una serata promozionale. Trovò una squadra, un progetto imprenditoriale e una città con una tradizione cestistica costruita nel tempo, una società che aveva già deciso di investire e un pubblico abbastanza appassionato da trasformare un’amichevole in un evento. Trieste fu scelta come unica tappa italiana del tour promozionale di Jordan, e quella decisione dice qualcosa che spesso dimentichiamo quando celebriamo il risultato finale: le grandi occasioni non cadono dal cielo, trovano quasi sempre un terreno che qualcuno ha preparato prima. Nel 1985 Jordan era già un talento straordinario, ma non era ancora il personaggio planetario che sarebbe diventato; Bepi Stefanel non poteva sapere quale dimensione avrebbe assunto il giocatore che quella sera avrebbe avuto davanti; il palazzetto di Chiarbola non era un santuario del basket mondiale e quella maglia arancionera era semplicemente una divisa da gioco. Il resto lo ha fatto il tempo, che ha un vizio curioso: trasforma spesso le scommesse riuscite in inevitabili, come se fossero state tutte evidenti fin dall’inizio.

È questo il punto nel quale il 26 agosto 1985 smette di essere soltanto una data sportiva e diventa una storia su Trieste. Perché una città come la nostra è diventata molto brava a riconoscere i visionari dopo che hanno avuto ragione. Quando una scommessa vince, la chiamiamo lungimiranza; quando perde, la chiamiamo follia. Il problema è che chi deve decidere deve farlo prima di sapere quale delle due parole useremo. Stefanel lo fece quando il progetto non era ancora una leggenda e quando la retrocessione avrebbe potuto essere un motivo sufficiente per chiudere tutto. La storia gli diede ragione dopo. Ma il merito di chi investe nel futuro sta proprio nel fatto che non può aspettare la sentenza della storia. Deve scegliere quando il futuro è ancora incerto, quando il risultato non è garantito e quando chi gli sta intorno può facilmente spiegargli che sarebbe più prudente non rischiare. Trieste, del resto, conosce bene questo meccanismo, perché la sua storia economica è piena di uomini che furono considerati lungimiranti soltanto perché il tempo si incaricò di dar loro ragione. Il 1719 di Carlo VI, il 1836 del Lloyd Austriaco, il collegamento ferroviario con Vienna del 1857 raccontano tutti la stessa cosa: una città cresce quando qualcuno decide di trasformare una possibilità in un progetto concreto. Il porto franco non sarebbe rimasto un’idea senza qualcuno disposto a sostenerlo; il Lloyd non sarebbe diventato uno dei simboli della Trieste commerciale senza capitali e uomini pronti a investire; la ferrovia non sarebbe arrivata a Vienna con un comunicato sulla centralità strategica di Trieste. Prima venne la scommessa. Poi venne il risultato. È la stessa logica che ritroviamo, su scala completamente diversa, in quella sera di Chiarbola: prima qualcuno costruì il palcoscenico, poi arrivò il protagonista. Ed è proprio qui che il confronto con la Trieste di oggi diventa meno divertente. Perché abbiamo imparato a celebrare magnificamente le grandi occasioni del passato, mentre siamo molto meno abituati a raccontare le persone che hanno avuto il coraggio di crearle quando non erano ancora occasioni. Celebriamo Jordan, celebriamo il tabellone rotto, celebriamo la maglia numero 23, celebriamo le fotografie, celebriamo oggi la collaborazione fra Pallacanestro Trieste e Jordan Brand, ma rischiamo di lasciare sullo sfondo la domanda più importante: chi ha costruito le condizioni perché quella serata potesse accadere? Nel 2025, a quarant’anni da quella partita, il club ha celebrato la ricorrenza con una nuova collaborazione con Jordan Brand, trasformando ancora una volta quella storia in un elemento di identità internazionale. È giusto farlo. Ma una memoria intelligente dovrebbe ricordare anche che Jordan fu la conseguenza di una scommessa precedente, non la causa.

A Trieste abbiamo spesso un rapporto particolare con le occasioni: ci piace raccontarle quando sono già diventate storia. Ci piace ricordare il porto quando il porto è già strategico, il turismo quando i turisti sono già arrivati, i talenti quando hanno già costruito altrove la propria carriera, gli investimenti quando sono già stati annunciati. Abbiamo trasformato il successo degli altri in una prova della nostra capacità di attrarre successo. Ma attrarre non basta. Una città che vive di attrazione prima o poi deve chiedersi che cosa sta costruendo per meritare di essere scelta. Non basta avere una posizione geografica favorevole, una grande tradizione scientifica, un’università, un porto o una storia internazionale. Queste sono condizioni. Il progetto viene dopo. E il progetto, per definizione, comporta un rischio. Dov’è, allora, oggi il nostro Bepi Stefanel? Non intendo necessariamente un imprenditore con un assegno in mano e una squadra da comprare, ma qualcuno disposto a mettere in gioco reputazione, capitale, tempo e persino la possibilità di avere torto per costruire qualcosa che oggi non è ancora garantito. Dov’è chi è disposto a investire in un giovane prima che diventi un nome? Dov’è chi vuole portare un’attività internazionale a Trieste non perché la città sia già perfetta, ma perché pensa di poter contribuire a renderla migliore? Dov’è il progetto capace di convincere qualcuno a venire qui quando non ha ancora alcuna ragione personale per farlo? Perché il problema di Trieste non è trovare un altro Michael Jordan. È creare di nuovo le condizioni perché qualcuno che oggi non conosciamo possa arrivare, crescere e diventare importante proprio qui. E qui c’è una differenza fondamentale fra la fortuna e la capacità di una città. La fortuna è che Jordan sia arrivato a Chiarbola. La capacità è aver creato una realtà nella quale la Nike avesse un motivo concreto per portarlo lì. La fortuna è il tabellone che si rompe. La capacità è avere un palazzetto pieno, una squadra competitiva, un imprenditore disposto a investire e un’organizzazione che sappia trasformare una serata in un evento. Il caso può regalare un momento. La progettazione può moltiplicare le probabilità che quel momento accada. Ed è probabilmente questa la parte della storia che oggi ci serve di più.

La canotta che Jordan indossò quella sera è diventata nel tempo un oggetto da collezione e nel 2024 una versione appartenuta alla famiglia Stefanel fu proposta da Sotheby’s con una base d’asta di 420 mila dollari; ciò che nel 1985 era una maglia da partita era diventato, quasi quarant’anni dopo, un pezzo della cultura sportiva globale. È il perfetto esempio di come il tempo trasformi il valore delle cose, ma anche del pericolo che corriamo nel guardare il passato con gli occhi del presente: oggi vediamo il mito e dimentichiamo l’incertezza che lo precedette. Nel 1985 nessuno poteva sapere quanto avrebbe valgono quella maglia, quelle scarpe, quella fotografia, quella schiacciata. Jordan era ancora Jordan soltanto in potenza. La sera del 26 agosto, dunque, non racconta soltanto un ragazzo che salta più in alto degli altri. Racconta un imprenditore che, per qualche anno, volle dimostrare che una squadra triestina poteva stare al tavolo dei grandi; racconta una città che aveva ancora abbastanza fiducia da sostenere una scommessa; racconta una multinazionale che individuò qui una tappa del proprio progetto internazionale; racconta un talento che non aveva ancora raggiunto la dimensione del mito. Soprattutto, racconta una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: le città non diventano grandi quando il successo è garantito, ma quando qualcuno è disposto a rischiare prima che lo sia. Forse per questo il modo migliore di ricordare Jordan non è chiedersi quando tornerà a Trieste. Non tornerà, e non ne abbiamo bisogno. Dovremmo chiederci piuttosto se la Trieste del 2026 sia ancora capace di produrre un progetto abbastanza ambizioso da attirare il talento che oggi non conosciamo, il capitale che oggi non abbiamo, l’impresa che oggi non esiste e la persona che, fra quarant’anni, qualcuno potrebbe ricordare come noi ricordiamo Stefanel. Perché a forza di aspettare le occasioni, si finisce per non creare più occasioni. Jordan aveva ventidue anni e non sapeva ancora chi sarebbe diventato. Stefanel non sapeva se avrebbe avuto ragione. Uno aveva talento. L’altro aveva coraggio. Trieste ebbe bisogno di entrambi. E forse è proprio questo che il 26 agosto 1985 dovrebbe ricordarci, quarantuno anni dopo: non il campione che passò da Chiarbola, ma l’uomo che ebbe il coraggio di costruire un palcoscenico prima di sapere quale spettacolo vi sarebbe andato in scena. Il tabellone lo ruppe Jordan. La scommessa, però, l’aveva fatta qualcun altro.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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 Francesco Viviani

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