*Articolo di Elena Tempestini originariamente pubblicato dal Nuovo Giornale Nazionale e ripubblicato da Trieste News
24 agosto 2026 – ore 16:30 – Il significato profondo della “rivoluzione dell’orgoglio” italiano evocata da Meloni. La maggior parte delle persone continua a confondere l’America con il suo presidente. Ma Washington è molto più di una presidenza è una struttura di potere, un interesse strategico e una continuità istituzionale che attraversa le singole amministrazioni. Trump può rappresentare la frattura, il detonatore di una trasformazione; ma Washington resterà quando Trump non ci sarà più. Ed è proprio qui che la nuova intervista di Giorgia Meloni al New York Times diventa interessante, quando la premier dice di aver pensato che con Trump sarebbe stato più facile, ma ribadisce che la strategia italiana non può dipendere dai rapporti personali e che l’unità dell’Occidente resta fondamentale, sta implicitamente spostando il discorso dal presidente alla struttura. La sua idea di una “rivoluzione dell’orgoglio” italiano e della necessità di essere al tavolo dove si decide va letta nello stesso modo non subordinazione a Washington, ma capacità di avere un peso dentro la nuova architettura occidentale. Per questo la domanda non è se Meloni stia prendendo le distanze da Trump.
La questione più interessante, è se stia iniziando a separare il rapporto con Washington dal rapporto personale con il presidente. È una differenza enorme. Non significa rompere con Trump, né scegliere oggi un successore. Significa costruire un rapporto con Washington abbastanza solido da rimanere utile qualunque sia l’America che verrà dopo Trump. E, oggi, le sue stesse parole rendono questa lettura meno teorica: Meloni afferma che la strategia italiana non viene decisa sulla base delle relazioni personali e che l’unità occidentale resta essenziale.
Perché Trump può essere il detonatore ma la questione decisiva è ciò che resterà dopo di lui. La trasformazione americana riguarda sicurezza, sovranità, migrazione, tecnologia, energia e rapporto con lo Stato, ma, soprattutto, il modo in cui Washington concepisce l’alleanza, meno dipendenza europea, più responsabilità degli alleati, più capacità industriale e militare.
Su alcuni di questi punti l’Italia può condividere la direzione americana; su altri ha interessi nazionali che non coincidono con quelli di Washington.
Essere alleati non significa essere sovrapponibili.
Ed è qui che il ragionamento si collega a tutto ciò che stiamo osservando sul ridisegno delle rotte. Mentre continuiamo a leggere la politica internazionale attraverso i rapporti personali fra leader, il mondo sta ridisegnando corridoi energetici, rotte commerciali, infrastrutture strategiche, catene tecnologiche e sistemi di sicurezza.
Hormuz, Bab el-Mandeb, Mediterraneo, Adriatico e Indo-Pacifico non sono semplici vie di transito, sono linee di potere. Chi controlla o protegge questi nodi decide costi, dipendenze, tempi di approvvigionamento e margini di autonomia.
La nuova architettura mondiale si sta quindi costruendo anche fisicamente, attraverso le rotte.
Vance e Rubio, in questo senso, non sono soltanto nomi da collocare in una possibile successione. Sono due traiettorie diverse dentro la stessa trasformazione americana.
Vance porta più radicalmente verso una revisione degli impegni esterni e del rapporto fra potenza americana e interessi nazionali; Rubio conserva una concezione più attiva della leadership americana, fondata su alleanze, deterrenza e proiezione di potenza.
Trump stesso ha alimentato pubblicamente la domanda “JD o Marco?”, segno che il problema del dopo-Trump è già entrato nel discorso politico americano, anche se sarebbe prematuro trasformarlo in una successione già definita.
Ma sarebbe un errore ridurli a “isolazionista contro interventista”. Entrambi appartengono a una trasformazione più profonda della cultura strategica americana, sovranità nazionale, riduzione delle dipendenze, controllo delle frontiere, capacità industriale e richiesta agli alleati di assumersi una quota maggiore della propria sicurezza.
È questo il punto che l’Italia deve capire il possibile dopo-Trump non sarà necessariamente un ritorno al passato, ma potrebbe essere una diversa forma dello stesso riassetto americano.
La differenza è nella proiezione: Vance potrebbe accettare un ridimensionamento dell’impegno americano pur di evitare nuove guerre; Rubio potrebbe invece voler ridisegnare l’ordine mantenendo gli Stati Uniti al suo centro.
Per l’Europa sono due scenari diversi.
Nel primo, aumenterebbe drasticamente il valore strategico della capacità europea di difendersi da sola.
Nel secondo, Washington conserverebbe una presenza più forte, ma chiederebbe all’Europa di diventare un alleato più armato, più sovrano e più utile agli interessi americani.
Per l’Italia, dunque, scegliere oggi sarebbe un errore.
La strategia è costruire una posizione che funzioni in entrambi gli scenari: rafforzare la relazione con Washington, ma contemporaneamente aumentare il proprio peso nel Mediterraneo, nei corridoi energetici, nei porti, nelle infrastrutture e nelle connessioni strategiche.
Non è una politica di distanza dagli Stati Uniti è una politica di maggiore valore per gli Stati Uniti.
La vera domanda, dunque, non è “Meloni sta prendendo le distanze da Trump?”. È molto più strategica: “Giorgia Meloni sta già costruendo il rapporto con Washington nel dopo-Trump?”.
Perché Trump può cambiare la Casa Bianca, può rompere un ordine, può accelerare una trasformazione ma Washington resterà. E una politica estera seria non si costruisce intorno alla durata di un presidente, si costruisce intorno alla durata degli interessi nazionali.
Se il mondo sta ridisegnando le proprie rotte, l’Italia non può limitarsi a scegliere da che parte stare. Deve diventare uno dei nodi attraverso cui il nuovo ordine passa.
Forse, è questo il significato più profondo della “rivoluzione dell’orgoglio” evocata da Meloni; non chiedere a Washington quale posto concederci, ma costruire un’Italia abbastanza strategica da rendere il proprio posto necessario.
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Redazione Trieste All News
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