Dopo le frasi di Vannacci, il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi interviene sul femminicidio: non è una parola ideologica, ma uno strumento per riconoscere, prevenire e contrastare una forma specifica di violenza.
«Quando si discute se il femminicidio ‘esista’, si rischia di trasformare in opinione un fenomeno che la ricerca studia da cinquant’anni». Con queste parole il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) interviene con fermezza nel dibattito pubblico sul tema, ribadendo la necessità – scientifica e clinica, prima ancora che giuridica – di utilizzare un termine specifico per ridefinire i contorni di una violenza strutturale.
La nota della comunità scientifica diffusa oggi dall’Agenzia stampa Adnkronos arriva in risposta alle recenti e discusse dichiarazioni di Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, secondo cui “il femminicidio non esiste”. Una frase che ha riaperto il dibattito pubblico sul significato della parola e sulla sua utilità giuridica, sociale e culturale. E adesso è arrivata la netta presa di posizione del CNOP.
Per il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi non si tratta di un’opinione politica, né di una parola nata per alimentare contrapposizioni ideologiche, ma di un fenomeno studiato da decenni dalla ricerca, dalla criminologia, dalla psicologia clinica e dai servizi che ogni giorno si occupano di violenza sulle donne.
Secondo gli psicologi discutere se il femminicidio “esista” rischia di trasformare in opinione ciò che gli studi e l’esperienza clinica documentano da circa cinquant’anni. Il punto non è stabilire se l’uccisione di una donna sia “più grave” di un altro omicidio: ogni vita ha lo stesso valore. Il punto è capire se dietro alcuni omicidi vi sia un movente specifico, legato al genere, al possesso, al controllo, alla prevaricazione o al rifiuto della libertà della donna.
Da dove nasce la parola femminicidio
Gli psicologi ricordano come il termine abbia radici ben consolidate. Dal debutto del termine femicide nel 1976 con la criminologa Diana Russell – che lo definì come l’uccisione di una donna “in quanto donna”, cioè per ragioni connesse al genere – fino all’allargamento del concetto da parte dell’antropologa Marcela Lagarde, la parola serve a dare visibilità a ciò che il termine neutro “omicidio” finiva per cancellare: il movente.
“La parola femminicidio è il primo dei nostri strumenti, e rinunciarvi vorrebbe dire tornare a non vedere, come società intera, ciò che con fatica abbiamo imparato a riconoscere”.
Così si allarga l’attenzione non solo all’omicidio finale, ma anche al contesto di violenza, sopraffazione e dominio che spesso lo precede.
È proprio questo il punto sottolineato dagli psicologi: la parola “omicidio” descrive il fatto materiale, cioè l’uccisione di una persona; la parola “femminicidio”, invece, aggiunge un’informazione decisiva, cioè il movente. Serve a dire che quella morte può essere l’esito estremo di una relazione fondata su controllo, paura, isolamento, minacce, gelosia patologica, incapacità di accettare una separazione o un rifiuto.
I numeri: nel 2025 uccise 97 donne
Il Cnop richiama anche i dati del Servizio analisi criminale del Ministero dell’Interno. Nel 2025, in Italia, sono state uccise 97 donne. Di queste, 85 sono morte in ambito familiare o affettivo e 62 sono state uccise dal partner o dall’ex partner.
Il dato più significativo, secondo gli psicologi, è che mentre gli omicidi complessivi sono in calo, quelli di donne all’interno della coppia restano sostanzialmente stabili: 62 vittime sia nel 2024 sia nel 2025. Questo significa che la violenza letale contro le donne nelle relazioni affettive non segue semplicemente l’andamento generale della criminalità, ma presenta caratteristiche proprie e ricorrenti.
Gli uomini vengono uccisi più spesso in contesti differenti «e quasi mai da chi dicono di amare», sottolineano gli psicologi; le donne, invece, sono molto più frequentemente vittime di persone con cui hanno o hanno avuto un legame affettivo. È questa asimmetria, ripetuta nel tempo, a far parlare di fenomeno strutturale.
Perché il femminicidio non arriva quasi mai all’improvviso
Secondo gli psicologi, il femminicidio è raramente un gesto isolato e improvviso. Spesso rappresenta l’ultimo gradino di una lunga escalation.
La psicologa Lenore Walker, già nel 1979, descriveva il cosiddetto ciclo della violenza nelle relazioni maltrattanti: una fase di accumulo della tensione, una fase di esplosione della violenza e poi una fase di riconciliazione, in cui promesse, pentimenti e apparenti ritorni alla normalità trattengono la vittima nella relazione. Il problema è che, a ogni ripetizione del ciclo, la spirale può stringersi sempre di più.
A questo si aggiunge il concetto di controllo coercitivo, elaborato dal sociologo Evan Stark: una forma di dominio che può non lasciare segni fisici evidenti, ma che limita progressivamente la libertà della vittima. Può manifestarsi con svalutazioni continue, isolamento dagli amici o dalla famiglia, controllo del denaro, sorveglianza del telefono, imposizione delle abitudini quotidiane, minacce più o meno esplicite.
Sono condotte che dall’esterno possono sembrare meno gravi della violenza fisica, ma che in realtà servono a costruire un rapporto di dipendenza, paura e sottomissione. Dunque una forma di dominio psicologico capace di non lasciare lividi, restando invisibile all’esterno, ma mossa da dinamiche di possesso e incapacità di accettare la separazione e l’autonomia della donna. È in queste dinamiche che gli psicologi individuano la specificità del femminicidio.
Dare un nome al fenomeno aiuta a prevenirlo
Per il Cnop, usare la parola femminicidio non è una questione simbolica. Ha conseguenze pratiche.
Riconoscere la specificità del fenomeno consente di valutare meglio il rischio, soprattutto nei momenti più pericolosi, come la fine di una relazione, la decisione di separarsi, la denuncia, l’allontanamento da casa o la richiesta di aiuto ai servizi.
Aiuta anche a proteggere le donne in pericolo e a intervenire sugli uomini autori di violenza, attraverso programmi dedicati che hanno l’obiettivo di interrompere le aggressioni e ridurre il rischio di recidiva, mantenendo sempre al centro la sicurezza della vittima.
C’è poi un aspetto umano e psicologico: dare un nome al fenomeno permette alle vittime e ai familiari di sentirsi creduti. Dove manca il nome, diventa più difficile riconoscere il problema; e se il problema non viene riconosciuto, è più difficile prevenirlo.
Cosa dice oggi la legge
Con la legge n. 181 del 2025 è stato introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio, previsto dall’articolo 577-bis. La norma punisce l’uccisione di una donna quando il fatto è commesso per ragioni legate a odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso o dominio in quanto donna, oppure in relazione al rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo.
Nella stessa direzione si muove anche l’Unione europea, con la direttiva 2024/1385 sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, che richiama espressamente fenomeni come il femminicidio e il controllo coercitivo.
Secondo gli psicologi, queste norme non introducono una gerarchia tra le vittime, ma riconoscono che alcuni delitti hanno un movente particolare. E distinguere il movente del delitto non significa attribuire meno valore ad altre vite: significa capire meglio perché un certo tipo di violenza si ripete e quali strumenti servono per prevenirla.
Perché rinunciare alla parola sarebbe un passo indietro
La conclusione del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi è netta: rinunciare alla parola femminicidio vorrebbe dire tornare a non vedere ciò che, con fatica, la società ha imparato a riconoscere.
La parola, in questa prospettiva, non è uno slogan ideologico. È invece uno strumento di lavoro per chi opera nei centri antiviolenza, nei servizi sociali, nella valutazione del rischio, nei percorsi di protezione delle vittime e nei programmi rivolti agli uomini maltrattanti.
Negare il femminicidio come categoria specifica rischia quindi di oscurare proprio ciò che serve a prevenirlo: la catena di segnali, comportamenti e dinamiche che spesso precedono l’omicidio. E che, se riconosciuti in tempo, possono salvare vite.
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Paolo Remer
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