In un tempo che impone velocità, efficienza, presenza e iperconnessione, rivendicare il diritto alla pausa, all’incompletezza, all’opacità. Perché fermarsi non è fallire, ma scegliere. Non sapere non è una colpa, ma una eventualità. Non piacere non è una disfatta, ma una forma di libertà. Nel mondo contemporaneo, invaso da ansia da prestazione, necessità di mostrarsi all’altezza, difficoltà di abitare il tempo senza riempirlo, c’è un sentimento generazionale, un senso di «motore che gira ma non centrato». È questo il punto di vista di Lorenzo Marone, che nel suo Manuale pratico di smarrimento (Feltrinelli) snocciola i “diritti minimi dell’essere umano imperfetto”.

«Questo non è un libro per chi vuole ritrovarsi, non contiene mappe, né promesse né finali rassicuranti. È un piccolo breviario per chi si sente un po’ smagliato». Nella prima pagina del suo libro parla di smaggiamento, «una resa gentile, una stanchezza che si siede accanto a te sul divano e sospira. Non è una sconfitta, è un “sai che c’è? Faccio un passo di lato”». Ci spiega meglio?

Lo smaggiamento è una sorta di stanchezza, di tristezza malinconica, dovuta forse non tanto all’età quanto al fatto che la quotidianità corre così veloce che ci si sente un po’ fuori dal mondo, che diventa sempre più incomprensibile. Una volta questa sensazione la provavano i nostri nonni, però a 80 anni. Oggi succede a noi, a 40-50 anni. Siamo costretti a vivere dentro una parte di mondo che diventa una nicchia perché è tutto così veloce che divora ogni cosa. Vengono meno i riferimenti culturali. È una sorta di smarrimento e anche di inquietudine, dettata dalla sensibilità di ognuno. In passato, c’era un’intelligenza emotiva minore da parte dei genitori nei nostri confronti, oggi che abbiamo una cultura emotiva superiore a disposizione, c’è però una totale mancanza di empatia e di rispetto, se andiamo a vedere quello che succede tramite e grazie ai social. È anche contraddittoria la situazione, da questo punto di vista.

Lorenzo Marone.

Lei scrive: «Fermarsi sembra un atto di diserzione, un lusso colpevole. Eppure, più corriamo, più ci manca qualcosa». E ancora: «Fermarsi non è perdere, è scegliere di non correre dietro a una gara che non hai mai voluto».

Purtroppo, siamo anche figli dell’epoca nella quale viviamo, che ci dice che dobbiamo essere iper presenti, iperconnessi, che dobbiamo mostrarci simpatici. In questo momento storico, se non sei presente nella realtà virtuale, è come se tu non avessi una vita, una presenza, un’identità. E questa cosa sta cominciando a stancare tutti.

Lei rivendica il diritto di ognuno di noi ad avere «una sedia sotto il cielo», a considerare lo smarrimento e la solitudine come spazi legittimi e necessari.

La solitudine è una risorsa. In realtà, siamo tutti soli, molto più soli. Un tempo c’era una rete, c’era la famiglia intesa in senso largo, con i nonni, gli zii che davano un aiuto nell’educazione genitoriale. Adesso siamo genitori tardivi a 40-50 anni, abbiamo genitori anziani quindi siamo doppiamente genitori: dei nostri figli e dei nostri genitori. Non abbiamo una rete ad aiutarci, siamo ognuno preso dal proprio mondo. Viviamo con la convinzione che la solitudine sia da combattere, che sia il male assoluto. Il mio non vuole essere un inno alla solitudine né all’oblio, ma vuole essere un invito al ritirarsi per poi tornare con uno sguardo più pulito sul mondo. C’è bisogno di rimettersi in ascolto di sé.

Fermarsi sembra un atto di diserzione, un lusso colpevole. Eppure, più corriamo, più ci manca qualcosa. Fermarsi non è perdere, è scegliere di non correre dietro a una gara che non hai mai voluto

Lorenzo Marone

Franco Battiato, nella canzone L’era del cinghiale bianco diceva: “Quanto è difficile silenziare tutto e concentrarsi, tutto intorno a te, fanno rumore”. È un po’ così. È fatto tutto per cercare di non pensare, per cercare di non stare in contatto con se stessi, di non ascoltarsi, di non sentire. Questa è la società che non vuole che noi sentiamo. Secondo me, alla base c’è sempre più la filosofia, forse c’è sempre più la paura dei concetti base della finitudine della nostra vita. È come se l’uomo si staccasse dalle domande che si è sempre posto e che sono proprio quelle che l’hanno spinto a diventare quello che è diventato. E sempre più si accontentasse di intrattenersi, per paura. Noi siamo dentro questa giostra che gira, che frulla e il mondo ci spinge sempre più a non farci domande.

C’è un termine giapponese che le piace, “ma”: lo spazio tra le cose, il silenzio che dà valore alla musica.

Sì. Penso che l’essere umano dovrebbe tornare a condurre una vita più spirituale, invece è tutto “un eterno cazzeggio”, sempre riprendendo le parole di Battiato. Questo può servire fino a un certo punto. Nel breve o nel medio periodo, serve ad anestetizzarti, forse a sentire meno dolore. Però, così come non senti più il brutto, non vedi neanche più il bello. C’è una incapacità sempre maggiore dell’essere umano a curare la bellezza, a scorgerla. Basta vedere l’estetica delle nostre città come è cambiata nell’arco di 100 anni: non c’è più la voglia di fare, di inseguire il bello.

Lei scrive che «perdersi vuol dire dimenticare le istruzioni per l’uso e inventarsi nuove regole» e che se un giorno dovesse lasciare un consiglio a suo figlio non sarebbe fai presto, ma piuttosto: «Se puoi, prenditi tutto il tempo che ti serve, e se non serve a niente, almeno goditi la pausa».

Cercare è un nuovo inizio, un modo per riprogrammarsi, per guardarsi dentro e trovare altre strade. Bisognerebbe un po’ di più accettare lo smarrimento e la crisi, senza cercare di combattere tutto e senza, soprattutto, cercare di controllare tutto. Questo è un altro grandissimo nostro problema. Ci hanno convinto sempre di più che siamo artefici di tutto e che possiamo controllare ogni cosa della nostra vita. Questa è una grandissima bufala, perché controlliamo pochissimo della nostra vita. È un concetto quasi di fede, quello di cercare l’accettazione, non la rassegnazione. Avremmo bisogno tutti quanti di un bagno di umiltà, di tornare a capire qual è il nostro piccolo ruolo nel tutto. Potrebbe servire nella quotidianità, per dare più valore a ogni cosa.

Essere fragili, «a volte, è solo una questione di meridionalità: parola poco usata, ma bellissima, che deriva dal latino meridies, cioè mezzogiorno», che è «la geografia emotiva di chi tende la mano anche quando non ha risposte, di chi sa che tutto può crollare, ma intanto apparecchia lo stesso». Quanto è importante apparecchiare lo stesso?

Può sembrare un po’ retorico, ma è la verità. Quando nasci e cresci in una terra abituata alla precarietà, anche alla discriminazione, al giudizio, nutri un’empatia diversa nei confronti del dolore degli altri. Quindi, non è retorica, secondo me, dire che il Sud del mondo ha spesso uno sguardo diverso nei confronti della vita, del presente e del prossimo.

Foto di apertura di Xiaolong Wong su Unsplash e, nell’articolo, dell’autore

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 Ilaria Dioguardi

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