di Giovanni Talente
Il servizio del debito federale statunitense è costato 963 miliardi di dollari tra ottobre 2025 e luglio 2026, i primi dieci mesi dell’esercizio fiscale, secondo l’aggiornamento di bilancio diffuso ad agosto dal Congressional Budget Office. Sono 96,3 miliardi al mese e circa 3,18 miliardi al giorno sui 303 giorni del periodo, con un aumento di 117 miliardi, pari al 14%, rispetto allo stesso arco dell’anno precedente. Nello stesso intervallo il disavanzo federale ha raggiunto 1.800 miliardi e il CBO ha alzato la stima del deficit di fine esercizio a 2.100 miliardi, 200 in più rispetto alla proiezione di febbraio. Lo stock di debito ha superato i 40.000 miliardi di dollari a metà agosto e il rapporto tra debito e prodotto interno lordo è al 122% secondo la Federal Reserve di St. Louis.
Il prezzo del denaro conferma la direzione. Il 13 agosto il Tesoro americano ha collocato 25 miliardi di dollari di titoli a trent’anni con un rendimento del 5,216%, il più alto per quella scadenza dal 2001, con un rapporto di copertura di 2,39 e i primary dealer costretti ad assorbire l’11,5% dell’emissione, entrambi sotto le medie degli ultimi dodici mesi. Il giorno prima l’asta del decennale si era chiusa al 4,683%, massimo dal 2007. Sul mercato secondario il rendimento del trentennale è salito al 5,31% il 17 agosto, livello che non si vedeva dal 2007. Va aggiunta una precisazione tecnica che molte coperture omettono: il titolo a trent’anni fu sospeso dal 2001 al 2005, e in quella finestra i rendimenti a lungo termine furono in prevalenza superiori a quelli attuali.
La spiegazione del CBO, guidato da Phil Swagel, è meccanica: il debito è più grande di dodici mesi fa e i tassi a lungo termine sono più alti, mentre «i cali dei tassi a breve hanno mitigato in parte l’aumento». Maya MacGuineas, presidente del Committee for a Responsible Federal Budget, ha stimato che «prenderemo in prestito 2.000 miliardi o più in questo esercizio fiscale». Il fondatore di Bridgewater Ray Dalio ha usato l’immagine di un «infarto indotto dal debito» per descrivere il caso in cui il servizio del debito finisca per spiazzare la spesa per investimenti. Il 20 agosto il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato un’operazione di riacquisto di titoli che «potrebbe superare i 4 miliardi di dollari», dopo che i rendimenti a lunga avevano toccato i massimi di quasi vent’anni.
Il confronto con le altre voci di bilancio dà la misura del fenomeno. Secondo l’American Action Forum, i mille miliardi di interessi previsti per l’esercizio 2026 superano la spesa federale per la difesa, stimata in 947 miliardi, quella per Medicaid a 708, quella per i veterani a 435, per i trasporti a 153, per l’istruzione a 112 e per scienza, spazio e tecnologia a 44 miliardi. Il Peter G. Peterson Foundation, elaborando le proiezioni del CBO a legislazione vigente, colloca la spesa netta per interessi a 16.200 miliardi nel prossimo decennio, in salita da mille miliardi nel 2026 a 2.100 nel 2036, pari al 3,3% del prodotto interno lordo.
In Italia la dinamica è la stessa con numeri di scala diversa. Il debito delle amministrazioni pubbliche ha raggiunto 3.207,2 miliardi di euro a giugno 2026 secondo Banca d’Italia, 26,2 miliardi in più rispetto a maggio, sospinto dal fabbisogno delle amministrazioni, dall’aumento della liquidità del Tesoro e dalla rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione. Il 2025 si era chiuso a 3.095,9 miliardi e al 137,1% del prodotto interno lordo. Il Documento di finanza pubblica di aprile 2026 fissa il target di fine anno a 3.206 miliardi e il rapporto al 138,6%, mentre il Fondo monetario internazionale, nel Fiscal Monitor del 15 aprile, indica 138,4%.
È la spesa per interessi a distinguere il caso italiano. Secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, nel 2025 è risalita al 3,8% del prodotto interno lordo e resta la più alta dell’area euro, su livelli quasi doppi rispetto a Francia e Spagna e quattro volte superiori a quelli tedeschi. Nel bilancio dello Stato, che segue un perimetro contabile diverso da quello dei conti nazionali, la voce interessi tocca nel 2026 il valore più alto della serie storica pubblicata dalla Ragioneria generale dello Stato attraverso la banca dati BDAP, a 108,9 miliardi di euro.
Un secondo elemento rende il costo più sensibile al mercato. La quota di debito pubblico italiano detenuta dalla Banca centrale europea e dalla Banca d’Italia è scesa dal picco del 29% dell’ottobre 2022 al 20,6%, con una riduzione di circa 3,5 punti nell’ultimo anno, mentre sono cresciute le quote in mano ai risparmiatori italiani e agli investitori esteri. Il compratore meno sensibile al prezzo si è ritirato, e il rifinanziamento avviene sempre più a condizioni di mercato: è la stessa dinamica che negli Stati Uniti spinge il rendimento del trentennale verso i massimi di vent’anni, applicata a uno stock che vale oltre il 137% del prodotto interno lordo.
Da qui discende la questione di allocazione. Ogni punto percentuale di prodotto interno lordo assorbito dagli interessi è una risorsa che il bilancio pubblico impegna per finanziare decisioni già prese, e che non è disponibile per infrastrutture, ricerca, riduzione del prelievo fiscale o incentivi alle imprese. Il vincolo non si manifesta come un taglio annunciato ma come uno spazio che si restringe in fase di manovra, prima che qualsiasi scelta politica venga discussa.
Tre elementi vanno tenuti presenti nella lettura. La vita media del debito italiano si colloca intorno ai sette anni, il che significa che i rendimenti più alti si trasmettono al costo complessivo in modo graduale e non immediato, mentre il Tesoro deve comunque rifinanziare nel 2026 titoli in scadenza per circa 385 miliardi di euro secondo stime di settore. Il rapporto tra debito e prodotto interno lordo italiano, pur elevato, è definito dall’Osservatorio sui conti pubblici «un livello elevato ma nel complesso stabile nell’ultimo decennio». E il confronto storico sul trentennale americano va maneggiato con la cautela indicata sopra, perché la serie delle aste presenta un’interruzione di quattro anni che rende il primato «dal 2001» meno lineare di come viene riportato.
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