Attenzione agli affari di famiglia

di Giovanni Talente

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Le banche centrali hanno acquistato 288,9 tonnellate nette d‘oro nel secondo trimestre 2026, il 62% in più delle 177,9 tonnellate dello stesso periodo del 2025 e il valore più alto mai registrato per un secondo trimestre nella serie del World Gold Council. Nel primo semestre gli acquisti netti ufficiali sono stati 345 tonnellate. La Banca nazionale di Polonia ha guidato il trimestre con 51 tonnellate, portando le riserve a 632 sulle 700 dichiarate come obiettivo, mentre la People’s Bank of China ha aggiunto 33 tonnellate, il maggior incremento trimestrale dalla fine del 2023, arrivando a 2.346 tonnellate. Il prezzo si è mosso in parallelo solo in parte: dopo il record di 5.589 dollari l’oncia del 28 gennaio 2026 il metallo ha perso circa il 28% fino a sfiorare i 4.000 dollari a fine giugno, ha superato i 4.300 il 6 agosto sui dati deboli dell’occupazione americana e il 21 agosto trattava a 4.607 dollari, in rialzo dell’11,5% sul mese e del 36,6% su base annua. Resta circa il 18% sotto il massimo di gennaio.

Questa sequenza spiega perché la lettura più diffusa, cioè l’oro che sale per la guerra, sia insufficiente. Nel secondo trimestre, quando il prezzo registrava il calo più marcato dal 2013, i gestori di riserve hanno comprato di più, non di meno. È il comportamento tipico di chi tratta il metallo come attivo strutturale e non come posizione tattica. Il sondaggio annuale del World Gold Council conferma la direzione: l’89% dei responsabili delle riserve prevede un aumento delle disponibilità auree globali nei prossimi dodici mesi e un 45% record si aspetta di aumentare quelle del proprio istituto, il valore più alto nella storia della rilevazione.

Il secondo elemento riguarda il debito sovrano. Il 19 agosto l’oro è salito di oltre il 4% in una seduta dopo l’annuncio del Tesoro americano di raddoppiare almeno i riacquisti di titoli a lunga scadenza per contenere i costi di finanziamento, con rendimenti e dollaro in calo. Il metallo ha mantenuto il guadagno anche quando i rendimenti hanno recuperato, segnale che il mercato ha letto l’intervento come rimedio temporaneo. È la stessa settimana in cui il trentennale americano era stato collocato al 5,216%, il costo più alto dal 2001, e in cui il debito federale ha superato i 40.000 miliardi di dollari. Secondo Morgan Stanley l’oro ha superato la quota dei titoli del Tesoro statunitense nelle riserve delle banche centrali per la prima volta dal 1996.

Sul fronte valutario la spinta arriva soprattutto dalle economie emergenti, in una logica di riduzione della dipendenza dal dollaro. Il quadro non è però univoco: nel secondo trimestre la Russia ha ridotto le proprie disponibilità di 22 tonnellate e la Banca centrale di Turchia, maggiore venditrice del primo trimestre, ha limitato le cessioni a 4 tonnellate. Chi vende lo fa per necessità di bilancio, chi compra per diversificazione: due comportamenti opposti che convivono nello stesso dato aggregato.

Il confronto più netto è con le criptovalute. L’11 agosto 2026 il bitcoin trattava intorno ai 64.000 dollari, circa il 49% sotto il record di 126.080 dollari dell’ottobre 2025, con una perdita del 46% su dodici mesi contro un guadagno dell’oro superiore al 31% nello stesso arco. L’escalation con l’Iran del 27 febbraio ha funzionato da prova di stress: nelle prime 48 ore l’oro è salito del 5,2% e il bitcoin è sceso del 12%. L’oscillazione del prezzo su 52 settimane è del 118% per il bitcoin e del 68% per l’oro. Su Polymarket la probabilità che il bitcoin faccia meglio dell’oro nel 2026 è scesa al 23% da oltre il 50% di gennaio. Robin Brooks, senior fellow della Brookings Institution, ha sostenuto che il bitcoin “non fa parte del debasement trade”. Va registrata anche l’obiezione opposta: la correlazione a 90 giorni tra i due attivi è passata da circa meno 0,9 di inizio 2026 a circa più 0,7, un movimento che l’amministratore delegato di CryptoQuant Ki Young Ju ha descritto come ritorno a «livelli da era del digital gold».

C’è un dato che complica la narrazione più semplice. Mentre le banche centrali accumulavano, gli investitori privati vendevano: la domanda di investimento del secondo trimestre si è fermata a poco più di 262 tonnellate, il livello più basso dal primo trimestre 2024, con deflussi consistenti dagli ETF quotati negli Stati Uniti. Il movimento in corso non è quindi una fuga generalizzata verso il metallo, ma una divergenza tra chi gestisce riserve pubbliche e chi gestisce portafogli finanziari.

Per l’Italia la posizione è di rendita. La Banca d’Italia detiene 2.452 tonnellate d’oro, quarta al mondo dopo Federal Reserve, Bundesbank e Fondo monetario internazionale, distribuite tra Palazzo Koch (44,86%), la Fed di New York (43,29%), la Svizzera (6,09%) e il Regno Unito (5,76%). Al valore di quotazione del 28 maggio 2026 le riserve valevano 298,47 miliardi di euro, il massimo storico, a fronte di un debito pubblico superiore ai 3.200 miliardi. Secondo il World Gold Council l’oro rappresenta il 75% delle riserve ufficiali italiane, contro una media dell’area euro del 66,5%. L’istituto non compra oro almeno dal 2001 e non ha mai venduto, nemmeno nelle crisi del 1992 e del 2011. Simone Manenti, amministratore delegato di Confinvest Oro, riconduce la tenuta della domanda a «rarità, disponibilità limitata e riconoscimento globale», caratteristiche che una valuta non può replicare con una decisione di politica monetaria. «Siamo tornati in un contesto in cui l’oro è di nuovo sinonimo di sicurezza», ha osservato Stefano Caselli, preside della SDA Bocconi School of Management. Sul dibattito ricorrente circa la monetizzazione delle riserve, Giacomo Chiorino di Banca Patrimoni Sella ha rilevato che «vendere metà dell’oro non basterebbe comunque a risolvere il problema del debito italiano».

Tre elementi vanno tenuti presenti prima di trarre conclusioni sul prezzo. La dispersione delle stime è ampia: la survey LBMA di luglio 2026, su sedici analisti professionali, indica una media 2026 di 4.604 dollari l’oncia e una media di fine anno di 4.500, ma le singole previsioni vanno da 3.879 a 5.100 dollari. Il ribasso del 28% tra gennaio e giugno ricorda che il metallo non è un attivo a bassa volatilità: l’escursione a 52 settimane resta del 68%. E i dati di domanda vanno letti con attenzione al perimetro, perché la domanda totale del secondo trimestre risulta pari a 1.269 tonnellate includendo gli scambi over the counter e a circa 942 tonnellate escludendoli: due numeri che descrivono aggregati diversi e che non vanno confrontati tra loro.


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