Considerata la ricorrenza di riferimenti all’arte nel libro L’invenzione nel terzo settore–Per un lavoro sociale trasformativo (Il Mulino, 224 pagine, 22 euro) si potrebbe sostenere che se il suo autore – Sebastiano Citroni – fosse un artista, un pittore precisamente, lo si potrebbe considerare un esponente del rovinismo. Si tratta di una corrente, in realtà non solo pittorica, attiva tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo lungo dell’Ottocento e che, nel pieno del romanticismo, rappresenta le rovine, soprattutto di civiltà classiche, per evidenziare lo scorrere del tempo e la caducità delle creazioni umane.
Citroni è un sociologo e quindi non si occupa di rovine ellenistiche ma di quelle sociali lasciate dalla disgregazione dei sistemi di welfare e ha il merito di rappresentarle in modo originale, tanto da costituire intorno a esse l’idea guida della sua opera. A differenza di altri esponenti di un’ipotetico filone di “rovinismo sociale” – tra i cui capostipiti si potrebbero annoverare Mark Fisher di Realismo capitalista o Anna Tsing de Il fungo alla fine del mondo – dove le macerie della società rappresentano il “ground zero” per una critica al neoliberismo, per Citroni sono invece un contesto di azione. Anzi, più precisamente, si tratta di un ambito di invenzione che sostanzia quello che il Terzo settore è, o potrebbe essere, nei fatti e non solo ex lege o come rappresentazione ideologica.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
Le rovine dei servizi e delle politiche di welfare e più in generale quelle delle relazioni sociali che alimentano una concezione estesa della cura sono causate, secondo un’importante letteratura scientifica ed engagè ripresa dall’autore, dall’introduzione sistematica di strumenti e logiche di burocratizzazione e di mercatizzazione che ne hanno non solo ridimensionato gli interventi, ma minato le fondamenta politico culturali.
In questo quadro catastrofico Citroni perimetra e analizza un campo di intervento diverso da quello delineato da altri rovinisti sociali che non sono andati oltre a forme radicali e interstiziali di attivismo che sorgono, precarie, dai margini di contesti devastati. L’approccio qualitativo adottato dall’autore e cruciale esso stesso ai fini della ricerca, ha invece il merito di delineare un modus operandi più diffuso e consolidato anche se meno esplicito negli intenti di cambiamento rispetto a certe narrazioni sul changemaking. Si tratta infatti di approcci basati su pratiche di intervento sociale mimetiche e border line rispetto a politiche di contenimento dei costi e standard di servizio sempre più stringenti. Pratiche e, in particolare, posture soprattutto di volontari e operatori sociali che consentono a un qualche “sistema sociale” non semplicemente di continuare a funzionare ma soprattutto, a determinate condizioni, di risultare trasformativo. Di nuovo, ciò avviene non per mandato di un attore sovraordinato (solitamente pubblico) con potere di regolazione o, in versione più recente e percepita da alcuni come più insidiosa, per effetto di strategie intraprese da parte di non sempre ben precisati “investitori sociali”. Si tratta piuttosto di accadimenti inventivi generati da professionisti capaci di operare in questo sfacelo grazie a una particolare capacità e conoscenza, esercitata spesso in modo inconsapevole anche da parte di chi la mette in atto, e che Citroni definisce come la principale risorsa di attivazione ovvero “la sensibilità all’indisponibilità”. Un approccio quasi paradossale nella sua formulazione astratta ma che se riempito di pratiche significanti consente di osservare che la non disponibilità (o la disponibilità limitata) di leve strutturali (economiche, di competenze, di potere politico, ecc.) consente al Terzo settore di accedere a un set risorse, principalmente di relazione, che nessun altro attore è in grado di riconoscere come tali e quindi di attivare. Conoscenze molto pratiche (e quindi molto tacite) con caratteristiche di opacità e ambivalenza che consentono aggirare quadri normativi, esigenze di sostenibilità economica e valutazioni d’impatto. Si tratta, in sintesi, di contesti dove lo scarto generato dal proceduralismo burocratico e dell’anonimato degli scambi di mercato abbonda e quindi può essere ricomposto in nuove concezioni del valore basate su un’eccedenza di opportunità che non può essere del tutto gestita e rendicontata secondo i classici schemi di razionalità mezzi – fini.
Questa che non è semplicemente microsociologia ma il tentativo di definire una teoria che guarda al funzionamento del Terzo settore può essere utile per rifondarne l’ideologia. Una necessità, quest’ultima, particolarmente impellente dopo un decennio di egemonia normativa esercitato dalla riforma legislativa e prima ancora da una rappresentazione del settore basata sulla declamazione, quasi evangelica, dei suoi principi fondativi. Un approccio, quest’ultimo, tutt’altro che esaurito – basti pensare all’ulteriore spinta in avanti segnata dall’economia sociale – ma sempre più alle prese con una serie di evidenze discordanti – il lavoro sociale povero, la crescente delegittimazione nell’opinione pubblica, ecc. – rispetto alle quali l’autore ha il merito di ricostruire una letteratura critica estesa ma carsica. Se dunque da questa sorta di capacità negativa dell’invenzione intesa come ritrovare, assemblare e farsi incontro, può scaturire un’identità non tanto nuova in sé ma diversa nell’origine perché basata più sui vissuti delle persone che ogni giorno attraverso questo bricolage di pratiche letteralmente fanno il Terzo settore, allora si possono porre alcune questioni di natura strutturale che nel libro vengono affrontate, ma solo in parte. Temi di sviluppo che dal micro delle azioni osservate si spostano non tanto a livello macro – dove i sistemi socio economici tendono sempre più a svuotarsi di relazione perché hanno acquisito una crescente capacità tecnica di controllo – ma soprattutto a livello meso, come i sistemi territoriali di welfare, nei quali permane una qualche possibilità di ancoraggio a contesti generativi di invenzione, pur consentendo di ampliare lo sguardo.
Sostanzialmente la questione può essere posta nei termini seguenti: siamo proprio sicuri che le rovine sociali siano inerti generando uno scenario da “una battaglia dopo l’altra”, nel quale agire mimetizzandosi o, più spesso, utilizzando queste macerie in modo strumentale per raggiungere obiettivi “veri”? Non è che per caso questo sistema, seppur compromesso, a certi livelli e in certi contesti, sa apprendere e quindi adattarsi a questo modus operandi inventivo non limitandosi a tollerarlo mantenendolo nel sottobosco delle pratiche? Ad esempio attraverso mansionari che sanno cogliere soft skill comunitarie, accreditamenti che riconosco il valore di luoghi di cura non convenzionali, monitoraggi e rendicontazioni con i “sensori” giusti per valorizzare l’indeterminato, modelli di servizio (come la prescrizione sociale) che fanno un redesign profondo di servizi eccessivamente industrializzati. E soprattutto istituzioni, di Terzo settore esteso per dirla con l’autore, che sanno agire in senso strategico e operativo come learning organizzations e non svolgere la classica funzione di gabbia d’acciaio burocratica che procede per piani top down.
Affrontare questi temi potrebbe contribuire a sciogliere il dilemma che alla base dell’opera di Citroni, ovvero se lo spazio attuale per l’invenzione del terzo settore abbia paradossalmente bisogno di un contesto disfunzionale oppure se sia possibile ricostruirlo in termini proattivi come all’origine della sua storia recente. Anche perché, va ricordato, le rovine sociali attuali scaturiscono non solo, come magari avveniva nel passato, da fallimenti istituzionali e risorse limitate ma sono sempre più alimentate intenzionalmente da sistemi di regolazione e controllo che trovano soprattutto nel mainstream digitale – management algoritmico, piattaforme di matching, utilizzo disinvolto di AI generativa – un formidabile strumentario (con ideologia annessa) di restrizione del campo dell’invenzione. Forse rispetto a questa prospettiva di natura infrastrutturale si potrebbe chiamare in causa un campo di intervento che consiste in quel complesso di azioni e programmi di accompagnamento e di capacity building a favore di soggetti di terzo settore nei quali, seppure in forma ambigua per effetto di asimmetrie di potere e risorse che lo caratterizza, lo spazio per l’invenzione può essere meglio delineato grazie a una maggiore capacità di gestione e controllo dei fattori hard dello sviluppo. Ad esempio rispetto alla costruzione di modelli di piattaforma non estrattivi o a un utilizzo davvero intelligente dell’AI rispetto alla valorizzazione delle conoscenze tacite. E’ anche questo, al fondo, un modo per prendersi cura di uno spazio di invenzione da cui può scaturire un nuovo ciclo di vita del terzo settore come attore politico.
In foto: Napoli, Rione Sanità: Le catacombe gestite dalla cooperativa sociale La Paranza
Nessuno ti regala niente, noi sì
Hai letto questo articolo liberamente, senza essere bloccato dopo le prime righe. Ti è piaciuto? L’hai trovato interessante e utile? Gli articoli online di VITA sono in larga parte accessibili gratuitamente. Ci teniamo sia così per sempre, perché l’informazione è un diritto di tutti. E possiamo farlo grazie al supporto di chi si abbona.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Stefano Arduini
Source link

