di Giovanni Talente
L’indice dei prezzi al consumo statunitense è salito dello 0,1% su base mensile a luglio 2026 e del 3,4% su base annua, in calo dal 3,5% di giugno, secondo il Bureau of Labor Statistics che ha diffuso il dato il 12 agosto. La componente di fondo, al netto di alimentari ed energia, è cresciuta dello 0,2% sul mese e del 2,5% sull’anno, dal 2,6% precedente: è il livello più basso da cinque mesi e riporta l’indicatore al ritmo di gennaio e febbraio, prima dello shock energetico. Nello stesso periodo le retribuzioni orarie medie reali sono diminuite dello 0,2% su base annua, sempre secondo il BLS, con la crescita salariale nominale al 3,2% contro un’inflazione al 3,4%. In Italia il quadro è simile nella sostanza: l’Istat ha certificato per luglio 2026 un indice nazionale dei prezzi al consumo a +0,3% sul mese e +2,9% sull’anno, dal 3,0% di giugno, con l’inflazione di fondo ferma all’1,6%.
La distanza tra i due dati che contano è tutta aritmetica. Un tasso di inflazione che scende misura la velocità con cui i prezzi salgono, non il loro livello, che continua ad aumentare finché la variazione resta positiva. Negli Stati Uniti i prezzi energetici sono scesi dell’1,5% a luglio rispetto a giugno e restano superiori del 14,7% rispetto a dodici mesi prima, con la benzina a +24,6% e il gasolio da riscaldamento a +39,1%. La voce abitativa, che pesa per circa un terzo del paniere, è cresciuta appena dello 0,1% sul mese e ha comunque generato due terzi dell’aumento complessivo, con una variazione annua del 3,2%. Le tariffe aeree segnano +25,5% su base annua. Il dato che descrive meglio la differenza tra tasso e livello sta in fondo al comunicato: l’indice non destagionalizzato di luglio è rimasto invariato rispetto a giugno, a quota 333,918 su base 1982-84=100.
Qualche segnale di sollievo è arrivato dal carrello alimentare. I prezzi dei generi alimentari acquistati per il consumo domestico sono scesi dello 0,1% a luglio, primo calo mensile da marzo, e crescono del 2,7% su base annua, sotto l’indice generale. «C’è stato uno sforzo importante da parte dei discount e delle catene alimentari» per riportare indietro alcuni listini, ha osservato Diane Swonk, capo economista di KPMG. Per Mark Zandi, capo economista di Moody’s, «l’accessibilità resta un problema serio», pur in miglioramento rispetto ai mesi precedenti.
Sul reddito disponibile l’effetto è documentato. «Per gli americani a reddito medio e basso, questo è il punto chiave», ha scritto Heather Long, capo economista di Navy Federal Credit Union, osservando che l’inflazione sta annullando i guadagni salariali da quattro mesi. La Federal Reserve non si riunisce prima di settembre e avrà un’altra rilevazione, in uscita l’11 settembre, prima della decisione: i futures monitorati dal CME FedWatch assegnavano dopo il dato una probabilità intorno al 40% a un rialzo dei tassi a settembre, con la presidente della Fed di Cleveland Beth Hammack che si è espressa pubblicamente a favore di un intervento.
In Italia la scomposizione dell’indice spiega perché il rallentamento non si traduca in percezione di sollievo. Nel dato definitivo di luglio gli energetici regolamentati sono passati da +9,2% a +14,8% su base annua e quelli non regolamentati sono scesi da +13,3% a +11,4%. I servizi di ristorazione e alloggio sono accelerati dal 2,9% al 3,4%, i servizi di trasporto dall’1,1% all’1,6%. Il contributo più ampio alla crescita tendenziale arriva dalla divisione abitazione, acqua, elettricità e combustibili, con 0,878 punti percentuali, seguita dai trasporti con 0,650. Il carrello della spesa rallenta all’1,0%, mentre i prodotti ad alta frequenza d’acquisto restano al 3,4%: due indicatori diversi che descrivono panieri diversi e che nessuna famiglia sperimenta nella stessa proporzione. L’Ufficio studi di Confcommercio avverte che «le prospettive per i prossimi mesi richiedono una certa cautela».
Il passaggio decisivo riguarda i salari. Nel secondo trimestre 2026 le retribuzioni contrattuali orarie sono cresciute del 2,5% su base annua, con il settore privato al 2,3% e la pubblica amministrazione al 2,7%, contro un’inflazione al 3,0%. «Nel secondo trimestre 2026 si registra un’inversione di tendenza», scrive l’Istat, dopo dieci trimestri consecutivi in cui gli aumenti avevano superato i prezzi. A fine giugno risultavano in vigore 50 contratti collettivi nazionali per la parte economica, con una copertura del 69,9% dei dipendenti, mentre 3,9 milioni di lavoratori attendevano il rinnovo: 1,1 milioni nel privato e 2,8 milioni nel pubblico, dove tutti i contratti risultavano scaduti. Stefano Menghinello, direttore del dipartimento per le statistiche economiche dell’Istat, aveva indicato il rischio di «un sorpasso dell’inflazione rispetto alla dinamica dei salari nominali».
Il divario tra indicatore e vissuto ha una misura di lungo periodo. Il Rapporto annuale Istat 2026 colloca il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali a fine 2025 sotto dell’8,6% rispetto a gennaio 2019. L’Employment Outlook dell’OCSE relativo al primo trimestre 2026 indica salari reali italiani inferiori del 6,1% rispetto al primo trimestre 2021. L’indice cumulato costruito da Indeed Hiring Lab sui salari offerti negli annunci, con base 100 a gennaio 2021, colloca l’Italia a 89,9 contro il 99,1 della Germania e il pieno recupero di Stati Uniti e Regno Unito. La Banca d’Italia ricorda che il sistema italiano di contrattazione collettiva non prevede nella maggior parte dei casi clausole automatiche di indicizzazione, e che dove esistono fanno riferimento a un indice che esclude i beni energetici importati.
Due elementi vanno tenuti nel conto. Il XXV Rapporto annuale dell’INPS, presentato il 9 luglio, rileva che al livello della retribuzione mediana il netto è cresciuto del 19,2% contro il 10,8% del lordo tra il 2019 e il 2025, con quasi metà dell’incremento attribuibile agli interventi fiscali e contributivi e un prelievo sceso dal 28,6% al 23,1%: sul netto mediano l’impatto dell’inflazione risulta neutralizzato, sul lordo no. E la trattativa è aperta: Cgil, Cisl, Uil e quattordici associazioni imprenditoriali hanno avviato un tavolo per un accordo quadro interconfederale che punta a chiudersi entro fine settembre 2026. L’inflazione acquisita per l’anno in corso, cioè il valore che si registrerebbe se i prezzi restassero fermi ai livelli di luglio, è pari al 2,7% per l’indice generale e all’1,8% per la componente di fondo.
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