Jonio tradito, Mazza: “La colpa, prima che a Roma, nasce qui”

Il levante calabrese produce ricchezza, ma le classi dirigenti non hanno saputo redistribuirla. Il benessere non arriva a tutti

Una crepa attraversa la Calabria. Una frattura che nessuno ha mai ricucito disgrega l’illusione di una condizione economica omogenea. Una disparità di trattamento territoriale porta alla luce ingiustizie profonde, mai sanate dalla politica locale. La Calabria non è una sola. L’Arco Jonico ne soffre la parte peggiore.

Lungo la fascia di levante, le aziende agricole mostrano vitalità. Le piccole attività industriali spingono. Insieme testimoniano un tessuto produttivo dinamico e intraprendente, generato con encomiabile spirito di sacrificio. Il motore gira. La ricchezza prodotta è evidente. Dietro la facciata di questo dinamismo commerciale, però, la cittadinanza convive con redditi mortificanti. Sopporta una precarietà occupazionale pervasiva. Subisce un potere d’acquisto ridotto ai minimi termini. L’economia avanza. Le famiglie sprofondano.

La trappola della povertà produttiva

Il lavoro, almeno in alcuni settori, c’è. Si produce anche ricchezza. Il benessere, invece, non arriva alla maggioranza della popolazione. Le risorse umane e materiali impiegate fanno di questa zona il cuore pulsante dell’imprenditoria regionale. Eppure i frutti di tale operosità restano concentrati nelle mani di pochi. La maggioranza dei residenti è abbandonata alla marginalità.

Il guadagno non si redistribuisce. Chi produce non ne beneficia. I dati ISTAT dipingono scenari allarmanti. A Corigliano-Rossano il reddito medio si attesta attorno ai 14.000€ all’anno. È un dato dichiarato, chiaramente, non disponibilità spendibile ogni giorno. La cifra resta comunque preoccupante: circa 38€ al giorno per abitante. Per una città di 80mila abitanti, sono numeri da fame, che paralizzano l’economia.

Nei capoluoghi storici, e in talune località a questi legate quasi simbioticamente, la presenza capillare degli uffici pubblici assicura invece redditi medi di 21/22.000€ annui. Il divario, messo a confronto, resta netto. Un territorio produce. Capoluoghi e succursali incassano.

Il tradimento viene da dentro

La radice di questo squilibrio non nasce a Roma. Nasce qui. La politica regionale è stata storicamente pervasa da un centralismo parossistico. Ha concentrato risorse e attenzione nei capoluoghi storici e nelle realtà a essi succursali.

Il consolidato storico calabrese si è costruito tra gli anni ’70 e la metà degli anni ’90, sugli equilibri ereditati dalla stagione dei Mancini, dei Misasi, dei Principe e dei Pujia. Equilibri da cui la periferia jonica avrebbe dovuto smarcarsi. Ma non l’ha fatto.

Le classi dirigenti che sono seguite hanno solo ossequiato gli equilibri storici consolidati. La loro Calabria è rimasta sempre e solo quella a tre poli: Cosenza, Catanzaro, Reggio. Per loro, evidentemente, il resto non era Calabria. Era altro. Anche il notabilato jonico sapeva. Sapeva, ma taceva. Non ha mai obiettato di fronte alla concentrazione di strutture nei nuclei storici del potere politico. Il silenzio era il prezzo della loro sopravvivenza dentro gli equilibri centralisti.

I notabili hanno difeso poltrone, non persone. Hanno amministrato cittadini, pensando a loro stessi. Non hanno saputo leggere il territorio. Non hanno saputo rappresentarlo. Hanno assecondato l’accentramento invece di contrastarlo.

Roma, in tutto questo, si è limitata a sottoscrivere. Ha recepito le direttive che le arrivavano dai centri di potere regionali, perché dalla periferia jonica non si è mai levata una voce dissonante. Non è un’assoluzione per lo Stato. È la fotografia di un meccanismo: un centro che si adegua a chi parla. E una periferia che ha scelto di tacere.

I numeri del silenzio

Gli effetti di quella subordinazione sono ormai misurabili. Nell’area jonica il reddito deriva in gran parte da lavoro agricolo, spesso sommerso. Nei capoluoghi, dove storicamente si concentrano le strutture statali, il reddito arriva prevalentemente da lavoro dipendente.

Poi è arrivata la stagione dei tagli alla spesa pubblica. I capoluoghi non li hanno visti. Sullo Jonio, invece, dove lo Stato era già poco presente, quel poco si è assottigliato. E continua ad assottigliarsi sempre più. La classe politica non è mai stata cieca: ha finto e continua a fingere di non vedere.

A Cosenza, Catanzaro, Castrovillari, Rende e Paola il rapporto tra dipendenti statali e residenti resta elevato: un lavoratore ogni tre o quattro abitanti. Nell’area jonica, invece, un solo occupato nel pubblico impiego ogni diciotto-diciannove cittadini.

I servizi si cancellano. Gli uffici chiudono. Il territorio perde il proprio ruolo guida. Lo Jonio è ormai sempre più periferia di sé stesso. Corigliano-Rossano non riesce ad assumere il ruolo di comunità polo. La città resta un comune più grande in mezzo a tanti centri più piccoli; non traduce in peso politico la propria massa critica. Dove lo Stato non arriva, il reddito non cresce. Il divario non è un incidente. È un sistema che si autoalimenta.

L’esodo senza risposta

Qualsiasi strategia di sviluppo rischia di restare un esercizio teorico. Vale solo se si frena la fuga di giovani e professionalità qualificate. Una fuga che impoverisce quotidianamente queste comunità. I giovani se ne vanno. Le città si svuotano. I numeri spaventano.

Il notabilato locale non cambierà da solo. Non lo ha mai fatto. Chi ha sempre visto e taciuto non può essere la soluzione al problema che ha contribuito a creare. Per questo la richiesta va rivolta allo Stato, non a chi lo Jonio lo ha tradito dall’interno.

Per arrestare questo lento declino non servono promesse elettorali. Occorre un intervento statale diretto e coraggioso. C’è bisogno di un’operazione che riequilibri i proventi. È necessaria un’iniziativa che restituisca fondi e dignità alle risorse locali. Serve presenza. Serve equità.

Bisogna procedere a una revisione organica degli enti intermedi esistenti: una rigenerazione amministrativa che rispetti le omogeneità territoriali e stabilisca principi di equità demografica fra gli ambiti. Se questa perequazione non arriva, la conseguenza è già scritta. I giovani continueranno a fuggire a gambe levate. E meno popolazione significherà meno servizi: è un cane che si morde la coda.

Lo strappo jonico si ricuce solo con una redistribuzione vera delle risorse pubbliche. Lo Jonio non ha bisogno di privilegi. Ha bisogno di non essere più periferia. Questa volta la responsabilità non si scarica solo su Roma. Prima di pretendere che lo Stato cambi rotta, la Calabria deve riconoscere chi quella rotta l’ha accettata, in silenzio, per decenni. La colpa nasce qui. E qui, da oggi, nessuno può più permettersi di tacere. Domenico Mazza


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