Il furto avvenuto ai danni del Museo di Messina ha avuto, giustamente, una grandissima copertura mediatica. In alcuni casi, le analisi hanno riguardato più gli aspetti di cronaca, mentre in altri, il caso è stato piuttosto analizzato secondo una prospettiva più ampia, includendo riflessioni sul ruolo dell’autonomia, e analisi del generale stato di salute della nostra cultura.

Una questione di valore

Si tratta, a pensarci bene, di una condizione del tutto naturale: il nostro sistema culturale è costellato da “nodi”, ancora tutti da sciogliere, che in genere vengono affrontati soltanto tra tecnici. Il carattere straordinario di quest’episodio, per entità del danno, per dinamica, e per il contesto in cui è accaduto, è tale da coinvolgere, direttamente o indirettamente, argomenti molto eterogenei tra loro.

È ironico notare come, tra questi temi “marginali”, sia rintracciabile quello che è senza dubbio uno dei motivi centrali dell’intera vicenda: il valore delle opere rubate. Se da un lato chi ha commesso il crimine l’ha fatto con ogni probabilità per trarne un beneficio economico diretto, dall’altro, la riflessione sul valore delle opere rubate viene derubricata con una singola parola: inestimabile.

Ma che significa inestimabile, nella realtà?  Il significato del termine è piuttosto puntuale: non stimabile, non valutabile. Con il tempo, questo termine ha poi acquisito, nell’uso collettivo, il significato di un valore “troppo alto” per essere ricondotto ad un prezzo. Si tratta tuttavia di un’imprecisione, e per quanto questo appunto possa apparire un eccesso di zelo, ha invece un significato incredibilmente importante all’interno del mondo della cultura. Già, perché il valore inestimabile delle opere rubate non è soltanto da interpretare come un valore enorme, ma va soprattutto interpretato alla luce del suo significato più letterale, perché le opere rubate non sono inserite in un “mercato”, e in quanto tale, non è possibile attribuire loro un valore monetario attraverso dei criteri che sono invece alla base di tutti gli oggetti per i quali si prevedono regolarmente delle attività di compravendita.

Antonello da Messina, Ecce Homo, 1460 circa (dettaglio)

Le opere d’arte sono davvero inestimabili?

Evitando eccessivi tecnicismi, è pacifico constatare che le opere rubate, se fossero state immesse in un mercato, avrebbero avuto un valore che per quanto significativo non le avrebbe di certo rese gli oggetti più cari del mondo. Il motivo per cui non si può attribuire un valore alle opere rubate è che, culturalmente, come nazione e come collettività, abbiamo deciso, tanto tempo fa, che una parte della produzione culturale del nostro Paese venisse sottratta al mercato, stabilendo delle regole di circolazione di tali beni non legate al concetto di denaro. Non si può dunque vendere la Fontana di Trevi, così come non si possono vendere a privati i capolavori della nostra storia dell’arte. O quantomeno, non si possono vendere tali oggetti secondo la legge.  Perché nel frattempo, e gli encomiabili risultati costantemente raggiunti dal Nucleo di Tutela del Patrimonio dei Carabinieri ne sono una prova, esiste, ed è molto florido, un mercato parallelo, in cui oggetti d’arte e rinvenimenti archeologici vengono regolarmente venduti e comprati. Esiste dunque un mercato (clandestino ed illegale) in cui ciò che chiamiamo inestimabile ha un prezzo. E quel prezzo è necessariamente formulato sulla base di criteri che, volenti o nolenti, seguono in ogni caso le leggi della domanda e dell’offerta.

Il valore dell’arte è ben più che monetario

Definire inestimabile un’opera trafugata non solo semplifica in modo un po’ troppo netto la questione del valore economico, ma nei fatti identifica proprio nel “prezzo” l’unico valore attribuibile ad essa.

Una condizione estremamente distante dalla realtà. Malgrado i beni culturali sottratti al mercato non siano corredati da un valore “di scambio”, è tuttavia evidente che accanto alle dimensioni monetarie le opere d’arte siano portatrici di altre forme di valore, che tuttavia vengono spesso ignorate perché meno “efficaci” sotto il profilo informativo, del prezzo. Si tratta di un tema di grande rilevanza, perché iniziare ad attribuire “valori” al Patrimonio culturale può avere dei risvolti gestionali prima ancora che politici, di grande impatto. Nel tempo sono state avanzate numerose proposte per determinare quale valore possa essere realmente attribuito ad una parte del patrimonio culturale. Alcune del tutto slegate dal concetto di prezzo, altre invece indirettamente ricollegabili ad esso.

La cultura e la valutazione contingente

È il caso, ad esempio, della valutazione contingente. Si tratta di un metodo che, semplificando al massimo, ricrea un mercato “ipotetico”, chiedendo alle persone quanto sarebbero disposte a pagare per un determinato bene o servizio, o per quale cifra siano disposte a rinunciare ad un bene o servizio di cui già dispongono. Questo tipo di stima ha, chiaramente, delle peculiarità e delle “distorsioni di base” perché il valore attribuito ad un determinato bene potrebbe oscillare notevolmente nel tempo.

Si pensi, ad esempio, al caso delle opere trafugate a Messina: oggi, con ogni probabilità, il valore che i messinesi sarebbero disposti ad accettare per non riavere indietro le opere, sarebbe diverso da quello dichiarato l’anno scorso, o anche soltanto alcuni mesi fa. In parte per ragioni “comportamentali” già note in ambito economico: le persone tendono infatti ad attribuire ad oggetti in loro possesso un valore più elevato rispetto a quelli che sarebbero disposti a pagare per acquistarli. In parte, per ragioni dovute alla grande attenzione che tale furto ha avuto sui media, e la differente sensibilità che da tale attenzione naturalmente ha indotto.

Antonello da Messina, Madonna con il Bambino e Santo Francescano in adorazione
Antonello da Messina, Madonna con il Bambino e Santo Francescano in adorazione

Quanto vale la cultura della gente?

Questa variazione, che spesso porta a guardare con cautela i risultati della valutazione contingente, può essere tuttavia estremamente importante nell’identificare il rapporto tra cittadini e patrimonio culturale, perché le oscillazioni di “prezzo ipotetico” potrebbero in realtà riflettere le oscillazioni di attribuzione di valori altri, come il valore culturale, l’attribuzione di un significato identitario, e via discorrendo, fornendo però ai rispondenti una “scala” che risulti loro più familiare. Così facendo, pur mantenendo “inestimabile”, il valore economico di mercato del patrimonio culturale, si potrebbe tuttavia “stimare” se il valore attribuito dai cittadini ad una parte del patrimonio abbia conosciuto un incremento o un calo a seguito di specifiche attività, o politiche, o strategie di valorizzazione. Lasciamo dunque che il valore di mercato sia inestimabile, perché inapplicabile. Ma iniziamo quantomeno a capire quanto, un’opera, un monumento, o un’area archeologica, valgano per le persone. Sarebbe senza dubbio un passo avanti nella relazione tra cittadinanza e cultura.

Stefano Monti

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