Il 24 agosto, alle ore 3,36, ricorrono 10 anni dalla violenta scossa di terremoto di magnitudo 6.0 che colpì l’Appennino centrale, in particolare i comuni di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. Per quest’occasione, il giornalista e scrittore Andrea Mattei ha scritto L’Appennino che resiste. Un cammino nelle terre del sisma, edito da Laterza, dedicato «ai resistenti delle Terre Mutate». Nel volume, infatti, l’autore ripercorre gli oltre 250 km nel cuore dell’Appennino del Cammino nelle Terre Mutate, da Fabriano a L’Aquila.
L’itinerario attraversa i territori ed entra in contatto con le comunità di quattro regioni del centro Italia (Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo), lungo i sentieri escursionistici e ciclabili di due importanti aree protette: il parco nazionale dei Monti Sibillini e il parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga. Nel libro, l’autore entra «in punta di piedi in un territorio vulnerabile e segnato dal sisma», per «ascoltare i sopravvissuti, farsi aprire le porte delle loro case provvisorie, raccogliere le storie di chi è rimasto, a dispetto di tutto».
Mattei, come nasce l’idea di questo volume?
Nasce da lontano. Sono appassionato di cammini, vado a curiosare in tutti gli itinerari esistenti in Italia, più o meno noti. Il Cammino nelle Terre Mutate l’ho attraversato tutto per la prima volta nel 2019, mi interessava molto, anche perché l’Appennino fa parte delle mie radici, in parte romane e in parte francesi. È un territorio che amo ed è stata una folgorazione perché è un cammino bellissimo dal punto di vista naturalistico.

È il cammino che più mi ha colpito, tra quelli che ho attraversato, mi ha lasciato qualcosa dentro, si trascorrono le giornate attraversando parchi nazionali straordinari: il parco dei Monti Sibillini, il parco Gran Sasso e dei Monti della Laga sono posti selvaggi e bellissimi. C’era questo fortissimo contrasto tra i paesaggi stupendi e l’arrivo, ogni giorno, in una località devastata dal terremoto, con le tappe nei vari paesi e, soprattutto, la conoscenza della gente colpita dal sisma. Gli incontri di quelle due settimane avevano lasciato molto il segno e mi avevano dato molti stimoli per raccontarli e per parlarne.
Non ho avuto in quel periodo il tempo di mettermi a scrivere un libro, l’idea mi è tornata alla mente con la ricorrenza dei 10 anni da quelle scosse. Ho rifatto tutto il Cammino organizzando gli incontri con le persone che reputavo giuste per raccontare lo stato dell’arte, per capire, a 10 anni di distanza, com’era la situazione sia della ricostruzione materiale che della ricostruzione immateriale delle comunità, di quello che ancora rimaneva e di come si stava ricostituendo.


Nel primo capitolo “In ascolto nelle Terre Mutate”, lei scrive che ascolto e accoglienza sono «le due parole chiave che ti accompagneranno nelle prossime settimane di cammino. Predisporsi a entrare in punta di piedi in un territorio vulnerabile e segnato dal sisma, ascoltare i sopravvissuti, farsi aprire le porte delle loro case provvisorie, raccogliere le storie di chi è rimasto, a dispetto di tutto, ma anche di coloro che non ci sono più, chi è partito, chi non ha avuto la forza di restare, chi ha preferito ricominciare altrove. Perché, in fondo, tutti restano, nei ricordi della gente, nello spirito dei luoghi. Perché anche la terra ha memoria».
Il titolo del libro fa riferimento all’incontro con chi ha avuto la forza e il coraggio di rimanere. Non è facile perché sono territori devastati. Però ho cercato di capire se c’è anche memoria di chi è andato via, cioè se nei luoghi rimane un po’ la memoria di chi se n’è andato. È giusto esaltare chi è rimasto, chi ha fatto uno sforzo di resistenza: alla terra, ai territori, alle radici. Però bisogna anche capire che chi è andato via non l’ha fatto per una fuga un po’ “vigliacca”.
Ho conosciuto gente che aveva dei figli giovani e lì non era più possibile farli studiare, far loro avere una vita di comunità. Anche l’essere andati via è stata dura. Ovviamente il libro si concentra su chi è rimasto. I luoghi portano con sé questo senso di memoria. Ho incontrato anche molta gente che è tornata, tanti giovani di 30-35 anni che, dopo le loro esperienze e i loro studi nelle grandi città o addirittura all’estero, hanno deciso di riabitare in questi luoghi, le aree interne che sono difficili al di là del terremoto.


Cosa ha spinto questi ragazzi, di cui parla nel libro, a ritornare a vivere in quei luoghi?
Sicuramente le radici, ma l’elemento più significativo è la qualità della vita. Per molti di loro, il modello che oggi viene imposto, “urbanocentrico”, delle grandi città, non è vincente a livello di qualità. La storia più emblematica che racconto nel libro è quella di Annalisa, che è presidente dell’associazione che gestisce il Cammino nelle Terre Mutate. È una ragazza che dalla Valle del Tronto è andata a studiare a Bologna, si è laureata. Ha viaggiato per l’Europa per lavoro, poi ha deciso di tornare a vivere a Collebrincioni, una piccolissima frazione dell’Aquila. Oggi è ricercatrice in Geografia economica e Scienze regionali al Gran Sasso Science institute dell’Aquila».
Le ho chiesto se è tornata per il richiamo delle radici, mi ha risposto: «Non solo. È anche questione di stile e qualità della vita. A Bologna era diventato tutto difficile, anche per fare volontariato dovevi superare un concorso. Io qua ho trovato relazioni più vere, paradossalmente faccio più vita sociale qui di quanta non ne facessi a Bologna, dove mi sentivo molto più sola. Lavoro a L’Aquila ma col mio ragazzo, che viene da Trento, abbiamo deciso di mettere su casa in questo piccolo borgo. E stiamo benissimo». Queste storie sono significative di territori colpiti da terremoti e colpiti già prima da politiche che hanno portato lo spopolamento.


All’inizio del Cammino, Jacopo le dice che si accorgerà, percorrendo i sentieri, che «natura e spiritualità vanno sempre di pari passo». Se ne è accorto?
Sì, ce ne accorgiamo ogni volta che stiamo nella natura. Si dice sempre che i cammini religiosi sono itinerari fatti lungo le vite dei santi. In realtà, se andiamo a vedere le statistiche di chi si mette in cammino, il tema religioso non è molto ricorrente. Quello spirituale di più, è proprio l’incontro forte che fai con te stesso e con un ambiente naturale che ti tocca dentro e ti cambia. Questi viaggi, questi territori si prestano proprio a questo tipo di esperienza.
Faccio un esempio. Quando si parte da Norcia, la tappa successiva è prevista dopo tre ore di salita per 1000 metri di dislivello, molto faticosa. Alla fine di questo sforzo immane, ti affacci sulla Piana di Castelluccio e sul Monte Vettore: un paesaggio che ti lascia veramente senza fiato. Sul Monte Vettore c’è una ferita che è la faglia dei terremoti, c’è una spaccatura sul fianco della montagna lunga otto chilometri che è proprio il segno del sisma: lì la piana si è abbassata e ha tagliato la montagna in due.
L’impatto con una natura così violenta, così forte ti dà la misura della dimensione di quello che siamo noi di fronte a questi paesaggi, a questi territori, a questa natura così imponente. Credo che la spiritualità sia questa cosa qui: ritrovare una dimensione in un contesto che spesso trascuriamo, per la vita che facciamo, sempre più cittadina, che ci fa dimenticare il reale contesto in cui viviamo.


Nancy racconta: «Avevamo una casa, un nido dove vivevo con le mie fi glie, mio marito, mia madre e tanti animali, una comunità di affetti quotidiani, gatti, cani e persino una tartaruga. Oggi le mie paure riguardano proprio questo, ossia il rischio di non riuscire a ritornare in tempo a quella vita privata che il terremoto mi ha tolto».
Nelle parole di Nancy è racchiuso il dramma di queste popolazioni, il dramma di questi 10 anni, quello che è stato tolto è proprio questo. Il tema non è solo quello di tirar su le case, il problema grosso è che si è perso il tessuto sociale, sono sparite le comunità. Penso a chi è nato nell’arco di questi 10 anni in quei territori e non ha mai conosciuto quei borghi, quelle città, quelle comunità com’erano prima del terremoto. Dieci anni sono tanti. Il libro si conclude all’Aquila perché lì si conclude il cammino.
Dal sisma del 2009 sono passati 17 anni, ci sono degli adolescenti o poco più che non hanno mai conosciuto la città di prima. il centro storico è stato ricostruito bellissimo, ma con un modello sociale completamente stravolto: un centro costruito per il turismo “mordi e fuggi”, le scuole che erano nel centro storico non sono mai state riaperte, esistono 17 scuole nei famosi moduli provvisori. I ragazzi che studiano nei container non hanno mai conosciuto una scuola vera, è una cosa terribile.
Nel suo libro si parla molto dell’importanza dell’associazionismo, del Terzo settore.
In questi territori, il lavoro che hanno portato avanti soprattutto ActionAid ed Emergency è stato enorme. ActionAid aveva creato degli sportelli di aiuto psicologico che sono stati fondamentali perché il trauma è enorme. I veri angeli custodi di questi territori sono stati i Vigili del Fuoco, l’associazionismo e il Terzo settore, me lo hanno detto tutte le persone incontrate. Un altro segnale molto bello è che l’associazionismo è nato molto da queste comunità che sono rimaste. Si sono costituite nuove associazioni che hanno cercato di mantenere le vecchie tradizioni, di riesumare i riti, l’antica sapienza di questi territori per ridare un senso di vita alla gente rimasta.
È stato ricorrente il racconto del senso di nostalgia del tempo successivo al terremoto, in cui ci si ritrovava a vivere tutti nello stesso ambiente, a condividere i pranzi, le cene, le attività. A molti manca questo senso forte di solidarietà e di aiuto reciproco, che col tempo si è perso: ognuno è tornato alle proprie vite, alle proprie individualità. Dopo una fase di grande energia e di grande adrenalina, per reagire all’evento a caldo, c’è stata una fase di disincanto. Quando si è persa questa energia, in questi territori ci sono stati fenomeni di depressione, di alti consumi di psicofarmaci, anche di suicidi.
Il Cammino nelle Terre Mutate è anche nel magazine VITA di luglio-agosto “Nell’Italia dei paesi-persona”:
Foto dell’intervistato
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Ilaria Dioguardi
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