Sedersi su una panchina o giocare per strada: la città si riconosce anche dalle libertà quotidiane che rende possibili. Eppure, vivere gli spazi urbani dipende sempre più dalla capacità di spendere, mentre i luoghi pubblici si riducono e interi quartieri cambiano volto sotto la pressione del turismo e della rendita immobiliare.

Chi è Elena Granata

In La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo, edito da Einaudi, Elena Granata, professoressa di Urbanistica al Politecnico di Milano e vicepresidente della Scuola di Economia Civile, invita a riscrivere una “grammatica del possibile“, restituendo valore a ciò che può essere accessibile e condiviso.

Copertina del libro “La città è di tutti” di Elena Granata

Il libro di Elena Granata

Il volume esplora nuove forme dell’abitare e il desiderio, soprattutto delle giovani generazioni, di una vita più libera e legata alla comunità. Tra i quattro finalisti della terza edizione del Premio Vero, promosso dalla Fondazione Peccioli insieme a Il Post per le opere capaci di spiegare il presente, verrà presentato il 19 settembre al Talk di Faenza con gli altri titoli in concorso. L’annuncio del vincitore è previsto il 5 dicembre durante la manifestazione A Natale libri per te.

Intervista a Elena Granata

Da quando la città non è più uno spazio condiviso?
È stato un cambiamento rapido, direi silenzioso. Molti beni essenziali per vivere – la casa, la salute, il tempo libero, la natura, gli spazi di prossimità, perfino le amicizie – sono passati dalla sfera dei beni di creatività, così li chiamava l’economia, a quella del mercato. Da beni che avevano un valore collettivo sono diventati beni che hanno un prezzo. Pensiamo a una spiaggia. Basterebbe stendere un asciugamano, fare un bagno, incontrare gli amici, per stare bene. Ma in gran parte d’Italia, per vedere il mare, bisogna pagare un ingresso, affittare un lettino, consumare qualcosa. Lo spazio pubblico si restringe, mentre cresce quello destinato al commercio, all’intrattenimento e al turismo.

Come si porta bellezza anche nei quartieri più trascurati?
Intanto liberandosi di un vecchio pregiudizio, purtroppo ancora presente anche tra gli architetti: l’idea che la bellezza sia un privilegio dei ricchi e che chi vive in periferia abbia altre priorità. È vero esattamente il contrario. La bellezza serve soprattutto dove la vita è più difficile. Una scuola ben progettata, una piazza accogliente, alberi che fanno ombra, materiali che non trasformano le strade in piastre roventi durante l’estate non sono un lusso: sono una forma di equità. Significa dare dignità ai luoghi della vita quotidiana, quelli dove le persone crescono, lavorano, invecchiano e costruiscono relazioni.

Quand’è che l’arte può trasformare uno spazio pubblico?
Dovremmo innanzitutto intenderci su cosa sia arte. Non basta collocare una scultura in una piazza o chiedere a un artista di dipingere un muro cieco per definirla arte pubblica. Un’opera diventa davvero pubblica quando cambia il modo in cui viviamo uno spazio. Quando rende visibile ciò che prima passava inosservato, quando suscita domande invece di offrire soltanto uno sfondo per i selfie. Quando non arreda la città ma la trasforma, la rende viva. E oggi aggiungerei una provocazione in più. La forma d’arte più urgente, forse, è restituire spazio alla natura tra le case. Piantare l’albero giusto, nel posto giusto, può cambiare la vita quotidiana di centinaia di persone molto più di tante installazioni spettacolari.

Cosa rende un edificio accogliente e aperto alla città?
Un edificio inclusivo non si riconosce soltanto dall’assenza di barriere architettoniche. Conta quanto sia facile orientarsi, come entra la luce, se il piano terra invita ad avvicinarsi oppure si difende dalla strada, se esistono luoghi dove sostare, sedersi, aspettare qualcuno. Ma il vero ingrediente segreto è un altro. Un edificio è davvero contemporaneo quando supera la mono funzionalità. Una scuola può diventare anche biblioteca di quartiere, un ospedale può ospitare un caffè o uno spazio per lavorare, un museo può offrire sale studio, una piazza coperta può trasformarsi in rifugio climatico durante le ondate di calore. Detto con parole semplici: dobbiamo rompere le scatole.

Quando il decoro diventa uno strumento di esclusione?
Molto più spesso di quanto pensiamo… Succede quando una panchina viene divisa da un inutile bracciolo, quando si elimina lo schienale per scoraggiare la sosta, quando si scelgono superfici di marmo che in estate diventano roventi, quando ogni elemento dello spazio pubblico è progettato per impedire la sosta anziché accoglierla. È quella che viene definita «architettura ostile»: un modo di progettare che non risolve i problemi sociali, ma cerca semplicemente di renderli invisibili. Una città che impedisce di sedersi, di fermarsi o perfino di sdraiarsi per qualche minuto tradisce la propria natura. Tutti gli architetti dovrebbero fare obiezione di coscienza, come accade in Brasile, dove il contrasto all’architettura ostile è legge dello Stato.

Perché lasciamo sempre meno spazio ai vuoti urbani e agli usi che possono nascere nel tempo?
Siamo ossessionati dall’idea che ogni metro quadrato debba produrre un rendimento economico. Ma i vuoti urbani non sono solamente spazi inutilizzati, spazi in attesa di diventare qualcosa. Sono riserve di possibilità. Permettono alle persone di appropriarsi dei luoghi, di reinventarli, di adattarli nel tempo. Sono anche una straordinaria risorsa ecologica. In molti quartieri periferici, un campo ancora sterrato o a prato, il famoso campetto, dove i ragazzi giocano a calcio produce più salute, più relazioni, più benessere dell’ennesimo edificio costruito fino al limite del lotto. Non tutto ciò che è vuoto è uno spreco. Molti vuoti sono indispensabili perché una città possa continuare a respirare.

Come si riconosce una vera rigenerazione urbana?
Se aumentano il verde, i servizi, le scuole, le case accessibili, i negozi di vicinato e gli spazi pubblici, probabilmente stiamo migliorando la qualità della vita. Se invece cresce soltanto il valore immobiliare e gli abitanti storici sono costretti ad andarsene e, di conseguenza, chiudono i negozi di prossimità, non siamo davanti a una rigenerazione, ma a una sostituzione sociale. Gentrificare è facile, tornare indietro più difficile. Per questo ogni atto di rigenerazione dovrebbe considerare prima gli impatti sul contesto.

In che modo si difende il diritto ad abitare di fronte alla diffusione degli affitti brevi?
Quando interi quartieri vengono trasformati per accogliere turisti e affitti brevi, non perdiamo soltanto residenti: perdiamo la scuola sotto casa, il negozio di quartiere, il bar dove ci si conosce, le relazioni di vicinato. Tra il diritto a viaggiare e il diritto ad abitare occorre trovare un equilibrio. Oggi la vera sfida è proprio quella di darsi collettivamente dei limiti, di impedire lo svuotamento delle città e la svendita del patrimonio a fondi esteri. Oltre al mercato esiste la politica, a cui spetterebbe il compito di intervenire regolando e pianificando: limiti, regole, controlli. Ma ne siamo ancora capaci?

Cosa racconta lassenza di bambini e adolescenti dalle strade e dalle piazze?
Bambini? Questi sconosciuti. Non solo i bambini sono pochi – il calo demografico è un dato di fatto – ma hanno anche pochissimo spazio. Le città non sono progettate per loro. Talvolta sembrano addirittura progettate contro di loro. Le strade sono dominate dalle automobili, gli spazi per giocare sono pochi, il traffico rende difficile muoversi in autonomia. Così i bambini finiscono per crescere quasi esclusivamente in spazi chiusi e sorvegliati: la scuola, la palestra, l’oratorio, il centro commerciale. Rimettere al centro delle politiche urbane i «primi 5.000 giorni di vita», l’infanzia e un pezzo di adolescenza, significa ripensare radicalmente le città, partendo dal loro diritto al gioco, all’autonomia, alla natura, all’incolumità per le strade. È questa la proposta che faccio nel mio libro. È l’investimento a più alto rendimento sociale che potremmo fare. E invece si legifera sul carcere per i quattordicenni.

Come può l’urbanistica imparare dalla natura ad affrontare il cambiamento climatico?
Per oltre un secolo abbiamo progettato città contro natura. Abbiamo impermeabilizzato il suolo, tombato fiumi e canali, canalizzato l’acqua piovana, eliminato il verde spontaneo. Oggi dobbiamo fare esattamente il contrario. Le città devono trattenere l’acqua, deve aumentare la permeabilità dei suoli, bisogna piantare alberi che abbiano davvero lo spazio per crescere, depavimentare dove è possibile, creare ombra, ridurre l’asfalto e appoggiarsi al verde come infrastruttura climatica. La natura non è un arredo urbano. È un’infrastruttura di sopravvivenza. L’urbanistica deve imparare a collaborare con i processi ecologici invece di combatterli: non è questo lo spiazzamento generato dalle piazze allagabili inventate a Rotterdam da De Urbanisten? Piazze nate per allagarsi. Serve una rivoluzione culturale.

Ginevra Barbetti

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