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Il teatro è il modo di trasformare la violenza in bellezza. Siete così belli quando siete in scena: una furia, un terremoto e in certi momenti una dolcezza, una perla. L’unica cosa di cui sarei felice, anche nei prossimi anni, quando farete altro nella vita, e questo sarà forse un ricordo, è di mantenere questa cosa nel cuore. Di cosa parliamo in questo spettacolo, ragazzi? Parliamo di noi».
Era maggio 2022, la sera del debutto di Acarnesi nel Teatro Grande di Pompei, seconda tappa del progetto, tuttora in corso, Sogno di Volare.
Marco Martinelli, co-fondatore con Ermanna Montanari della compagnia de Le Albe e del metodo della “non-scuola”, diffusa e praticata in questi trent’anni ogni parte d’Italia e del mondo, era tornato a Napoli quasi vent’anni dopo Arrevuoto, progetto di teatro e pedagogia che ha lasciato in città segni indelebili. Queste sue parole chiudono il diario di viaggio, prima parte del libro La non-scuola di Marco Martinelli, tracce e voci intorno ad Aristofane a Pompei (Luca Sossella Editore), nato dall’osservazione da parte della sottoscritta, nei diversi ruoli di insegnante, giornalista e critico teatrale, del primo anno di progetto.

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.
Il libro, presentato lo scorso novembre al Piccolo di Milano all’interno di un prezioso focus su Aristofane organizzato dalla rivista Stratagemmi in occasione della “messa in vita” di Lisistrata, contiene alcune delle questioni che da sempre mi accendono: il teatro nella sua forma più potente, profondamente politica, specchio della polis, della comunità; ascoltare i ragazzi, considerandoli non contenitori vuoti da riempire ma parte integrante del processo culturale di costruzione di un sapere che aiuti ad affrontare la vita. Sono molte le testimonianze da me riportate nel libro di quanto il teatro sia stato vivificante, epifanico, in alcuni casi curativo per i giovani che hanno preso parte al progetto. E ancora, alcuni degli elementi fondanti della pratica della “non-scuola”: il coro che tutto sostiene, vivificare la scrittura di un classico come Aristofane, «adolescente furioso» con le vite, gli umori, la passione, i nervi di giovani di oggi, scontenti e, come allora, inascoltati. La “lenta semina”, pratica asinina, eretica, è un altro degli elementi che caratterizza il lavoro delle Albe. I suoi frutti maturano nel tempo: anche in questo Martinelli e Montanari vanno in direzione ostinata e contraria rispetto la logica dominante del teatro «prêt-à-manger». Ragioniamo di questo e altro con lui.
«Rimettere in vita» i classici con i corpi, le voci, le urgenze degli adolescenti che fanno proprie le istanze di un drammaturgo vissuto oltre duemila anni fa. Come si accende questa scintilla?
Le prime esperienze di non-scuola risalgono agli inizi degli anni ’90, a Ravenna. Prima di allora non avevo mai lavorato con gli adolescenti. Mi resi conto subito che non gli interessava il teatro: mi sorprese percepire, dietro quel rifiuto, tutta la loro vitalità. Mi sono messo a guardarli, ho chiesto loro di far galoppare la fantasia a partire dal loro quotidiano. Da questo guardare è nato un metodo. Non ho cominciato assegnando le parti. I classici, Aristofane, Brecht, potevano prendere vita attraverso le improvvisazioni, le creazioni degli adolescenti. La necessità del dionisiaco era presente fin da allora: l’idea che ci sia un segreto della vita che sta prima del testo e che ti devi mettere in relazione scardinante con quei dialoghi, quei monologhi. Altrimenti un testo, nato migliaia di anni fa, rischia di risultare solo una prigione senza vita che paralizza.
La magia del teatro ha un nome preciso: Dioniso. Non si manifesta se ti limiti a fare il compitino, anche se il tuo compitino luccica di costumi appariscenti e una scena che costa montagne di euro. C’è un segreto della vita che sta prima del testo
Questo modo di fare teatro, legato all’azione collettiva, un cerchio che tutto tiene, uno stomaco che mastica e digerisce tutte le brutture del mondo, a mio parere ci riavvicina alla funzione più nobile e antica dell’arte della scena.
C’è una magia nei saltelli, nella lingua, nelle cadute, nel risorgere delle centinaia di adolescenti che ho incontrato. Questa magia ha un nome preciso: Dioniso. Il dio del teatro, il turbolento, non si manifesta se ti limiti a fare il compitino, anche se il tuo compitino luccica di costumi appariscenti e una scena che costa montagne di euro. Non si rivela se scritturi attrici e attori di grido ma poi non scavi con loro alla ricerca del dio sepolto. Dioniso non fa differenze classiste tra professionisti e non, tra Teatro con la maiuscola fatto dai piccoli-medio-alto borghesi e “teatro sociale” per i “poveretti”, carcerati o immigrati o disabili o adolescenti che siano… quanto sono insulsi e pedanti questi “distinguo”, queste ripartizioni in ghetti. L’unica Arte vera, con la maiuscola, è quella abitata dal dio.
I ragazzi hanno compreso che non si trattava del copione, ma di loro. Dioniso arriva in ogni luogo del mondo, a Napoli come a Nairobi e a New York, parla in qualsiasi corpo. Quando accade questo, il resto va da sé
Dopo tutti questi anni, qual è il momento più importante, delicato di questo processo?
L’inizio. Trovarsi davanti qualcuno che, anziché assumere la posa da regista e dirti “fai questo, fai quello”, ti apre un campo, una possibilità, un luogo in cui puoi veramente tirare fuori te stesso, le tue paure, i tuoi desideri. Ricordo, nei primi due mesi di Arrevuoto non riuscivamo a lavorare. Poi qualcosa è accaduto. I ragazzi hanno compreso che non si trattava del copione, ma di loro. Dioniso arriva in ogni luogo del mondo, a Napoli come a Nairobi e a New York, parla in qualsiasi corpo. Quando accade questo, il resto va da sé. È lavoro, disciplina, pratica, attenzione. Ma tutto inizia con quell’innamoramento. La fiducia è una forma di innamoramento, l’innamoramento è una forma di fiducia. È l’affidarsi: rompere il muro di sospetto che ci fa guardare di traverso l’altro sul nostro cammino. La forza è in quella fiducia: quando le braccia si aprono. E quando questo avviene, accade qualcosa che dopo trent’anni continua a emozionarmi.
In apertura, foto di Francesca De Paolis
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Antonio Mola
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