In “Corrado Alvaro e la lezione americana sull’Italia del Sud” (Rubbettino, pagine 92, euro 14) Mimmo Nunnari, giornalista e scrittore che ha lavorato a lungo in Rai, ricostruisce la genesi del saggio sull’Italia del Sud che lo scrittore di San Luca pubblicò nel 1954, sulla rivista americana “Confluence”, allora diretta da Henry Kissinger. Attraverso quella “lezione americana”, Alvaro raccontò il Mezzogiorno come una realtà insieme povera e ricchissima: segnata da arretratezza, disuguaglianze e abbandono, ma anche da una lunga storia, da una profonda civiltà e da una straordinaria vitalità culturale. Il volume ripercorre il pensiero meridionalista di Alvaro, il suo rapporto con la Calabria e il ruolo della letteratura meridionale — da Verga a Pirandello — nel denunciare le contraddizioni dell’Italia post unitaria. L’ampia ricostruzione storica e culturale è completata, in appendice, dal testo integrale alvariano “Letteratura ricca e vita povera. Riflessioni sui problemi dell’Italia meridionale”, rimasto a lungo quasi sconosciuto in Italia.
Abbiamo intervistato Mimmo Nunnari.
Come è arrivato alla riscoperta del saggio di Corrado Alvaro pubblicato nel 1954 da “Confluence” e perché ritiene che quel testo sia ancora così importante?
È stata una scoperta fortuita. Navigando sul web, alla ricerca di libri su temi e argomenti meridionalistici, come faccio ostinatamente da decenni, mi sono imbattuto in un’antologia del 1957 delle Edizioni di Comunità, casa editrice fondata a Ivrea nel 1946 dall’industriale e filantropo Adriano Olivetti, che pubblicava, naturalmente tradotti dall’inglese, alcuni scritti di carattere politico, sociale e culturale apparsi in periodi differenti sulla rivista “Confluence”, dell’università di Harvard. Nell’indice dell’antologia, notai con non poca meraviglia , che figurava un saggio di Corrado Alvaro sull’Italia meridionale. Comprai quel volume, l’unica copia in circolazione, e così è cominciata l’avventura di questo libro su Alvaro, al quale ho lavorato a lungo, per ricostruire la genesi del saggio che considero uno dei migliori scritti meridionalistici in assoluto . Ho fatto molte ricerche, per analizzare anzitutto il ruolo e l’importanza della rivista americana in quegli , non solo negli Stati Uniti, ma nell’Europa tutta. Era un vero ponte politico e culturale tra l’America e l’Occidente democratico. Mi interessava contestualizzare quel saggio straordinario di Alvaro nel clima politico e sociale internazionale di quegli anni. Ho voluto studiare il contesto, in cui appariva il saggio. Mi serviva per dare il giusto rilievo allo scritto di Alvaro e capire perché, mentre in America, a quei livelli accademici e culturali, si interessavano della questione meridionale, in Italia si continuava a ignorarla, come oggi d’altronde. Nello stesso numero della rivista di Harvard, Alvaro e il suo Sud erano accanto a saggi di vario genere politico e culturale e a personalità del calibro di Hannah Arendt, Karl Jaspers, Ernest Junger, Gabriel Marcel, Herbert Read, James Farret. Mi sembrava, ed era, un riconoscimento internazionale di Alvaro, mentre in Italia era sottovalutato, o confinato a scrittore regionale.
Alvaro descrive il Mezzogiorno come una terra povera ma “estremamente civile”, dotata di una lunga storia e di una forte identità. Quanto è ancora attuale questa lettura della società meridionale?
Partiamo dal contesto attuale. Oggi, c’è un declino globale, internazionale. Siamo nell’epoca della “violenza speculativa” dei Trump, dei Putin, dei Netanyahu, che ha fatto precipitare nazioni e società nell’età della prepotenza, con leader mondiali arroganti e irresponsabili . In questo scenario dominante, scendendo giù, fino al nostro Sud, ci domandiamo quanto di quella magistrale lettura del Mezzogiorno di Alvaro resiste. Difficile dirlo, ed è inutile nascondere che il Sud soffre anche di una grande deficit civile. Ma è certo, tuttavia, che la civiltà del Mezzogiorno, la storia, le radici meridionali che affondano nel mondo classico, non si sono cancellate, non sono state del tutto estirpate, e quando si comincerà a ricostruire questo mondo oggi declinante, il Sud dell’Italia si troverà in vantaggio, rispetto a chi ha potere, ma non ha storia, o ce l’ha , la propria storia, nel Far West, che era come sappiamo, un ambiente selvaggio e violento, in cui non c’erano regole e vigeva solo la legge del più forte, come oggi.
Nel libro emerge l’idea dell’Italia come di “due Stati in uno”. A suo giudizio, quali sono oggi le cause principali della distanza tra Nord e Sud?
Le distanze stanno nelle disuguaglianze permanenti in settori come sanità, scuole, infrastrutture, diritti. Mai, come adesso, l’Italia appare spezzata ancor più che nel passato. Bando alle ipocrisie della politica, di destra o sinistra che sia. La forbice del divario, checche’ se ne dica, si è allargata e il Mezzogiorno è sparito all’agenda dei governi, al di là di qualche flebile, ipocrita, bugiarda citazione. È sparito pure il Sud dallo spazio pubblico del dibattito culturale, dove non è mai stato corretto, diciamo meglio non si è voluto correggere, quel vizio d’origine nato quando, con l’Unita’, siamo diventati italiani tutti assieme, ma non tutti alla stessa maniera e con la medesima idea di nazione, che è qualcosa da edificare con sentimenti, passioni, ideali e scelte condivise, sommando diversità e differenze territoriali, tradizioni e culture, per poi armonizzarle, fino a farle diventare ricchezza per tutti. Ecco, tra le distanze c’è sempre quella mancanza di sentimento unificante”.
Alvaro non attribuisce ogni responsabilità al Nord, ma critica anche le classi dirigenti meridionali, il trasformismo e l’incapacità di organizzare le energie locali. Qual è l’equilibrio, oggi, tra responsabilità esterne e responsabilità interne?
Le responsabilità esterne pesano più di quelle interne, che comunque ci sono eccome, e sono antiche e nuove, ma il nodo principale è di carattere culturale, è nel non capire, al Nord e al Sud, che la strada maestra è credere al valore irrinunciabile dell’unità, credere in un’Italia convintamente unita in un solo paese e in un solo stato, con la consapevolezza che il destino del Paese tutto è più che mai legato al Sud, che deve cominciare – liberandosi del suo deficit civile, del potere mafioso, dei piccoli diffusi sistemi corruttivi – a pensare a se stesso in modo diverso da come è stato indotto a pensarsi fin dalla nascita della nazione, cioè da suddito o colonizzato. Gli ostacoli sono tanti, ma la riconciliazione nazionale appare l’unica via per guarire ferite di vecchia data e lacerazioni nuove. Non intuire i pericoli del perpetuarsi di una storia incompiuta, che se non completata trascinerà tutti nella voragine, è la grande questione.
Il saggio di Alvaro fu pubblicato negli Stati Uniti in una rivista diretta da Henry Kissinger, dentro il clima della Guerra fredda culturale. Che cosa può insegnare oggi quella dimensione internazionale del dibattito sul Mezzogiorno?
La rivista di Harvard si presentava al suo pubblico di lettori internazionali come grande vetrina di opinioni su argomenti di comune interesse della comunità atlantica. Era un tentativo di costruire, dopo la guerra, e la fine del nazifascismo, una fase di scambio e di approfondimento di valori occidentali comuni che avrebbe accompagnato e intellettualmente sostenuto, l’elaborazione delle politiche a difesa del mondo che stava nascendo. L’interesse che ‘Confluence’ e il suo direttore Kissinger ebbero per l’Italia meridionale appare di per sé un’attenzione rilevante, qualcosa che ancora oggi è in contrasto con lo scarso interesse che il tema Meridione continua a suscitare in Italia. L’articolo di Alvaro fu una vetrina inaspettata, un riconoscimento autorevole, internazionale, per la “questione meridionale”, espressione, ricordiamolo, che non significa altro che aver colpevolmente lasciato una vasta parte del territorio italiano ai margini, producendo nel tempo strutture di “protetti” e “disperati”, dominate da ceti politici mediocri, salvo rare eccezioni, burocrazie incapaci, signorie parassitarie e poteri mafiosi e occulti.
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