14 giugno 2026 – ore 10:00 – C’è una Trieste che ogni giorno si muove silenziosamente tra le aule universitarie, i corridoi dei dipartimenti, le mense e gli appartamenti condivisi del centro città. È la Trieste degli studenti internazionali, quella fatta di accenti diversi, valigie trascinate sui marciapiedi, lingue che si intrecciano nei bar vicino all’Università e vite che ricominciano lontano da casa. In una città di confine, da sempre abituata ai passaggi e agli incontri, l’Ateneo continua a rappresentare uno dei principali punti di approdo per giovani provenienti da ogni parte del mondo. Alcuni arrivano per pochi mesi, altri decidono di fermarsi più a lungo; c’è chi cerca un’eccellenza accademica, chi un’occasione professionale, chi invece tenta di lasciarsi alle spalle contesti segnati da instabilità, guerre o difficoltà economiche. Per molti studenti extraeuropei, infatti, trasferirsi a Trieste non significa soltanto scegliere un’università. Significa ridefinire la propria esistenza. Cambiare lingua, abitudini, relazioni, affrontare il peso della distanza e, spesso, convivere con la preoccupazione costante per chi è rimasto nel paese d’origine. Dietro le lezioni seguite ogni mattina, gli esami preparati e i lavori part-time necessari per mantenersi, si nascondono storie molto più profonde: percorsi di adattamento, resilienza e ricostruzione personale.
Trieste, con la sua natura sospesa tra culture diverse e la sua forte vocazione scientifica e internazionale, diventa così qualcosa di più di una semplice città universitaria. Per chi arriva da lontano può trasformarsi in un rifugio, in uno spazio dove sentirsi temporaneamente al sicuro, oppure nel luogo in cui immaginare finalmente un futuro possibile. Non è un caso che molti studenti raccontino di essersi sentiti attratti proprio dal carattere particolare della città: il mare, il vento, il miscuglio di lingue, la dimensione raccolta ma aperta verso l’esterno. Una città che conserva nel proprio DNA il tema del passaggio e dell’accoglienza.
Le storie di Mahdis e Mohamad raccontano tutto questo da prospettive differenti ma profondamente vicine. Lei arrivata dall’Iran, con il desiderio di tornare a studiare fisica dopo anni complicati e una separazione forzata dal proprio paese; lui partito dal Libano nel mezzo delle tensioni e dei bombardamenti, deciso a costruirsi altrove una vita diversa. Entrambi hanno dovuto imparare una nuova lingua, cercare lavoro, adattarsi a ritmi e sistemi universitari differenti. Entrambi convivono con immagini di guerra che continuano ad arrivare attraverso lo schermo di un telefono, mentre qui cercano normalità tra lezioni, turni in gelateria e amicizie nuove.
Nelle loro parole emergono le contraddizioni di una generazione costretta spesso a crescere troppo in fretta: da una parte il dolore della distanza e delle radici spezzate, dall’altra la determinazione a costruire qualcosa di nuovo. E dentro queste traiettorie personali, Trieste assume un ruolo particolare: non soltanto luogo geografico, ma punto di equilibrio tra ciò che si è lasciato e ciò che ancora deve cominciare.
Grazie all’Università, Trieste vede un movimento continuo di giovani che, valigie alla mano, decidono di trasferirsi qui: fanno viaggi più o meno lunghi, si fermano in città per più o meno tempo, e scelgono l’Ateneo triestino per i motivi più disparati. Gli ambienti universitari sono luoghi di passaggio per i pendolari, ma diventano dimora fissa per chi arriva da lontano, in particolare dai paesi extra-europei. Per quei giovani che sono nati in contesti di guerra e fragilità, studiare all’estero rappresenta una possibilità concreta – alcune volte molto preziosa – per costruirsi un futuro nuovo. Trieste e la sua Università diventano così una casa dove poter rincominciare, un ponte che collega due mondi diversi. Si riportano qui le storie di due studenti internazionali, Mahdis e Mohamad.
Mahdis Nasr (abbreviativo per Nasrollahzadehmaleki) ha 25 anni, è una studentessa alla Triennale di Fisica e si è trasferita in città nove mesi fa. In realtà è arrivata dall’Iran tre anni fa, per motivi personali. Abitava a Cervignano, ospitata da altri conoscenti iraniani.
Dell’Iran Mahdis non parla molto, perché “la situazione è molto complessa e riuscire a spiegarla è difficile”. È nata e cresciuta nella città di Oroumieh, nella provincia dell’Azerbaijan occidentale, vicino al confine tra Iraq e Turchia. Durante il periodo del Covid Mahdis frequentava l’Università di Tabriz: anche lì studiava fisica, una materia che la appassiona da quando aveva 16 anni. Per diversi problemi non è riuscita a laurearsi, anche se le mancavano solo un semestre e tre esami. Arriva poi il momento di fare le valigie nel 2022, quando la situazione per lei non era più ideale. La sua famiglia è rimasta in Iran, e lei è sempre rimasta in contatto con loro. Allo scoppio della guerra la situazione si è complicata: “per due mesi internet non era collegato – racconta – e non lo è ancora del tutto. È stata dura non riuscire a parlare con loro, ma ci sono applicazioni con cui riusciamo a rimanere in contatto, e adesso so che stanno tutti bene”.
Adesso che si trova a Trieste è felice – anche se l’Università non le ha riconosciuto gli esami fatti precedentemente -, e preferisce come viene insegnata qui la fisica: “studio molto di più la teoria – dice – ed essendo in italiano, mi devo ovviamente concentrare molto di più. Questa però è una cosa positiva, perché in poco tempo sono riuscita ad imparare concetti che prima non capivo, soprattutto nella matematica, che non è mai stata intuitiva come la fisica. Scherzo sempre con un mio amico sul fatto che ci ho messo pochi mesi per imparare argomenti in italiano che non mi sono entrati in testa in dieci anni di studio”. Nonostante la barriera linguistica, tra il lavoro (prima un anno al Mc Donald vicino a Palmanova, ora in una gelateria di Trieste) e l’Università, si è sempre sentita spronata ad imparare l’italiano e a migliorarsi.
Arrivata in Italia tre anni fa, Mahdis non sapeva dell’esistenza di una città come Trieste. Ha sentito parlare solo dopo qualche tempo di una città della scienza, del sincrotrone, dell’osservatorio… La prima volta di Mahdis a Trieste era da turista, e l’ha raccontata così: “Non sembrava di essere in Italia: gli edifici sono molti diversi rispetto a Firenze, Milano e la vicina Udine. Poi ho scoperto la storia e ho capito la sua diversità, ho sentito che non si parla solo italiano, ma anche un dialetto che non riesco a capire. Mi sentivo stranita inizialmente, però man mano è diventata una città divertente e interessante. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo, non è un posto noioso questo. Non ho mai visto una città bella come Trieste: qui sono specialmente belli i tramonti”. Dopo due anni dal suo arrivo in Italia, ha visto in Trieste la città perfetta per continuare i suoi studi ritornare ad essere la studentessa appassionata di fisica.
Nel Dipartimento di Fisica non ci sono molti studenti internazionali, quindi Mahdis non ha particolari rapporti con altri gruppi: sa che ci sono molti ragazzi e ragazze iraniane – sente parlare in turco e in persiano quando cammina per l’Ateneo – ma non ha avuto molte occasioni per entrare in contatto.
Diversa è la vita universitaria di Mohamad Ali, che frequenta più studenti stranieri perché studia Economia in inglese, un corso che dice essere composto da circa 70% di studenti internazionali. Mohamad ha 20 anni, ed è in Italia da un anno e sette mesi. Il 18 settembre 2024 è andato via dal Libano, lasciando la città in cui è nato e cresciuto, Deir El Zahrani, nel Sud del Paese e una vita noiosa, con pochi amici e molte giornate passate a casa. Era alla ricerca di un’Università migliore e voleva uscire da una situazione fragile, tra conflitti e tensioni interne. Doveva studiare a Torino, ma non è stato accettato; a Trieste si è iscritto all’unico corso per cui erano aperte le immatricolazioni a inizio novembre. Ha scelto l’Italia perché è un paese mediterraneo, e di Trieste gli piace tutto, la gente, il cibo, e soprattutto il mare. La zona del Carso, quello che si vede dalla sede centrale dell’Università, gli ricorda le colline vicino casa.
La guerra l’ha conosciuta una settimana dopo il 7 ottobre 2023, quando i bombardamenti hanno colpito villaggi al confine con Israele. In quella fase di conflitto nel suo paese arrivano le bombe al fosforo bianco. Ora invece, dopo l’inizio della guerra in Iran e la controffensiva di Israele nel Sud del Libano, Mohamad mostra i video che gli manda suo padre di una Deir El Zahrani distrutta. Ma Mohamad non si è separato solo fisicamente dal Libano, anche emotivamente: “di fronte a certe immagini non provo nulla, quasi non mi interessa, perché mi sto costruendo una vita da un’altra parte e so che non tornerò in Libano. Mi dispiacerebbe per la mia famiglia se sapessi che la nostra casa è stata distrutta, perché non saprebbero dove andare. Non provo particolari emozioni anche perché quella distruzione non la sto vedendo con i miei occhi”.
Come con Mahdis, anche la sua famiglia sta bene: tra il padre che lavora per una compagnia di gestione dell’acqua e la madre, insegnante da 36 anni di arabo e francese, i primi mesi riceveva dei soldi che lo aiutavano a vivere qui. Ma quando la guerra è arrivata alle porte di casa, la famiglia si è trasferita al Nord, e hanno utilizzato i soldi per pagare l’affitto di un appartamento, dovendo avere a che fare con proprietari che hanno sensibilmente alzato i prezzi per “fare affari con la guerra”. Così Mohamad ha incominciato a cercare lavoro a Trieste: “è stato abbastanza difficile – dice – perché non assumevano nessuno. Ho scoperto che il segreto è continuare a cercare, anche per diversi mesi”. Ora anche lui lavora in una gelateria, con un contratto part-time.
Approfondimento a cura di Aurora Cauter e Lorenzo Degrassi
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Aurora Cauter
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