Coltivare nella scuola la “magnifica humanitas”. Lettera


Inviata da Stefano Bianchi – Credenti o non credenti, tutti dovrebbero leggere il documento profetico e potente di Papa Leone per trarvi ispirazione. Chi lavora nel campo dell’educazione può trovare nella lettera papale parole di profonda sapienza pedagogica, che illuminano alcuni fondamenti educativi oggi minacciati dal maremoto digitale.

Al paragrafo 139 il pontefice dichiara che “in un tempo in cui la verità viene spesso piegata agli interessi e alle strategie comunicative, il mondo dell’educazione assume un rilievo decisivo. Ma le rapide trasformazioni tecnologiche mettono in luce quanto siamo impreparati sul piano educativo. La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità”. Il pontefice, con brevi pennellate, disegna perfettamente la cultura ove siamo immersi, una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione: i nostri device sono moderne lampade di AI-ladino che in pochi istanti producono performanti risultati in ogni campo del sapere e allo stesso tempo generano un inesauribile flusso informativo che satura il nostro cognitivo, il quale apprende a scivolare sui contenuti come il pollice fa sullo schermo senza mai esplorare le profondità sotto la superficie. Questa cultura, afferma ancora il pontefice, produce stanchezza, noia e apatia, delle conseguenze che sempre più spesso si osservano in molti studenti e negli stessi docenti, non immuni dalle trasformazioni in atto. Il paragrafo 140 dell’enciclica è una perla di saggezza e merita di essere approfondito. “I processi educativi, invece, hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente”. Per il Papa, “educare all’uso dell’IA implica quindi educare a decidere quando e per cosa non usarla. La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta o una sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande, che solo nella durata porta frutto”. La scuola dovrebbe riscoprire una metodologia lenta, così come lenta è la scrittura manuale su un foglio di carta, lenta è la lettura di un libro, lento il passo della lezione in cui la domanda del docente stimola il pensiero del discente. Usiamo una semplice metafora: abbiamo un tratto di strada da compiere e possiamo usare le nostre gambe o una performante macchina. Chi si affida alle proprie gambe sta scegliendo la lentezza e la fatica, chi opta per la macchina la velocità e la comodità. Di certo, il primo arriverà dopo il secondo, il quale avrà così risparmiato tempo ed energie fisiche. Ma quali sono i vantaggi della lenta camminata rispetto alla corsa sfrenata con la macchina? Chi ha scelto le proprie gambe, oltre ad averle allenate, ha potuto prestare attenzione, nel dettaglio, alla realtà circostante, approfondendone la conoscenza, dagli elementi naturali a quelli antropici. Durante il tragitto, ha colto e gustato le more mature di un gelso, scambiato un breve dialogo con un conoscente, ascoltato il canto degli uccelli. La lenta camminata ha consentito di appropriarsi dell’angolo di mondo attraversato, di interiorizzarlo e comprenderlo. Nella scuola distinguiamo sempre di più studenti che usano le gambe del proprio pensiero per compiere un tragitto (es. una versione di latino, esercizio di matematica, relazione scritta) e chi fa un uso parassitario dell’IA, la magica tecnologia che conduce in un istante alla meta, ma che non consente di memorizzarla e comprenderla. Ciò perché la meta non è stata conquistata dallo studente attraverso la fatica del pensiero ma è stata offerta magicamente e istantaneamente dalla tecnica. Nel primo caso il cognitivo dello studente si arricchisce di nuove connessioni, nell’altro si impoverisce e si impigrisce. Il Pontefice, dunque, ritiene che la prima forma di educazione al digitale e all’IA sia un’educazione al non uso. Tutti noi, a partire dagli adulti, dovremmo educarci ed educare al buon uso del digitale, ma il buon uso significa prima di tutto sapere quando digiunare dallo stesso affinché il virtuale non colonizzi via via territori sempre più consistenti della nostra vita, deprivandoci di relazioni autentiche, di sonno, di movimento, di esperienze e di tutte le altre dimensioni del reale. Molte scuole, inseguendo acriticamente la modernità, sono state invase negli anni da dispositivi digitali (es. tablet) che avrebbero dovuto favorire una didattica innovativa e stimolante. L’esito è stato quello di aggravare in molti studenti la dipendenza dallo strumento tecnologico, che è strumento didattico e strumento di piacere allo stesso tempo (per la presenza di giochi e social al suo interno), sì che nelle ore di scuola vi è un continuo scivolamento dello studente dalla dimensione didattica a quella ludica e un impoverimento evidente della relazione docente-studente, con docenti che si stanno abituando a parlare a studenti con lo sguardo chino sullo schermo. Le scuole iper-digitalizzate trascurano sia l’evidente peggioramento dei livelli di apprendimento degli studenti, sia i copiosissimi studi di neurologi sui danni causati dall’abuso del digitale. Il Pontefice cita in seguito la Lettera VII di Platone: “Le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, impegnandosi nella discussione con gli altri a ‘sfregare’ i concetti e le esperienze come fossero pietre focaie, finché in noi non scocchi la scintilla della comprensione”. Qui il Pontefice cita uno dei padri del pensiero occidentale per illustrare come avviene la comprensione delle cose, ovvero attraverso una messa alla prova costante del pensiero nell’agone dialettico. Questo esercizio del pensiero è lento e costa fatica, parola che dobbiamo riscoprire nell’ambito educativo. La “sottile seduzione” della tecnica, che consente di conseguire un risultato velocemente, efficacemente e senza sforzo, ci fa dimenticare che ogni crescita richiede sacrificio e fatica. Non possiamo semplificare oltre misura la vita dei nostri studenti, perché senza attrito non è possibile alcuna comprensione delle cose e incremento della volontà, né possiamo permettere che essi si obliino davanti a degli schermi che prima ammaliano e poi, inesorabilmente, svuotano di senso e desiderio.


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