Non tutti i beni rifugio degli italiani sono chiusi in banca: molti riposano nei portagioie, tra le scatole dei ricordi e nei nascondigli ricavati tra armadi e cassetti. Anelli ereditati, collane ricevute per un anniversario, orologi custoditi per anni senza mai essere indossati compongono un patrimonio che per generazioni ha avuto soprattutto un valore affettivo e che oggi le famiglie misurano con un metro economico.
Il Rapporto Ipsos Doxa – Affide 2026 fotografa questo cambio di sguardo: l’85% degli italiani considera i propri preziosi una risorsa, pur indossandoli raramente, temendo i furti e faticando a stimarne il valore reale. Lo studio segue il percorso che trasforma questi oggetti in liquidità, dal credito su pegno alle aste, e registra l’ingresso delle borse di lusso tra i nuovi beni rifugio.
In questo articolo:
- Beni rifugio, il valore nascosto nei cassetti
- Il tesoro che nessuno indossa
- Tra pegno e aste, le vie della liquidità
- Le borse firmate entrano tra i beni rifugio
- Il valore che la bilancia non misura
Beni rifugio, il valore nascosto nei cassetti
Secondo il Rapporto Ipsos Doxa – Affide 2026, l’85% degli italiani considera i propri gioielli e preziosi una risorsa economica e non soltanto un bene legato ai ricordi, dieci punti percentuali in più rispetto al 75% rilevato nel 2024. Il dato descrive un’evoluzione nel modo in cui le famiglie interpretano ciò che possiedono, con una crescente attenzione verso i cosiddetti pleasure asset, gli oggetti di pregio acquistati anche per il piacere di possederli e oggi percepiti come riserva di valore.
La dimensione di questo patrimonio è rilevante. A livello nazionale ogni italiano possiede in media sette preziosi, e la ricchezza tangibile stimata corrisponde a un possesso medio di 54 grammi d’oro a persona.
Il tesoro che nessuno indossa
Il patrimonio custodito in casa vede raramente la luce del giorno. Il 68% degli intervistati dichiara di indossare meno di cinque gioielli nel corso di un anno, una quota che delinea un patrimonio in gran parte immobilizzato, conservato in casa senza generare alcun rendimento. La custodia di questo tesoro dormiente rappresenta una fonte concreta di preoccupazione: il 60% del campione teme i furti nelle abitazioni, un timore alimentato dall’esperienza diretta, visto che il 35% ha subito personalmente, o attraverso un familiare, il furto di oggetti di valore in casa.
Le contromisure adottate restano affidate in prevalenza all’iniziativa individuale. Un quarto degli intervistati nasconde i propri preziosi all’interno dell’abitazione, il 22% sceglie di distribuirli in più luoghi diversi e il 16% dichiara di non proteggerli in alcun modo, senza ricorrere a strumenti di custodia dedicati. Un divario analogo riguarda la conoscenza del valore effettivo dei beni. Solo il 38% afferma di sapere quanto valgono i propri preziosi, con una consapevolezza più diffusa nella fascia tra 18 e 39 anni, dove la quota sale al 46%. Il 77% ammette di non possedere le competenze necessarie per stimarli in autonomia, un dato che rende centrale il ruolo degli operatori specializzati nella valutazione.
Le borse firmate entrano tra i beni rifugio
Il concetto di bene rifugio si estende oltre i gioielli e raggiunge gli accessori d’alta gamma, borse di lusso in testa. Il 35% del campione possiede, personalmente o in famiglia, una o più borse di pregio, con una punta del 45% tra gli under 40. Il 64% riconosce a questi accessori un valore economico e patrimoniale che supera la dimensione estetica o affettiva, collocando le creazioni di maison come Chanel, Gucci, Hermès e Louis Vuitton tra gli asset finanziari a tutti gli effetti.
Da accessorio a garanzia il passo è breve, e molti proprietari si dicono pronti a compierlo. Il 61% di chi possiede una borsa di lusso prenderebbe in considerazione l’ipotesi di impiegarla come garanzia per ottenere liquidità, mantenendone la proprietà e conservando la facoltà di riscattarla in un secondo momento, secondo lo schema tipico del credito su pegno. “La percezione stessa della ricchezza si è evoluta, abbracciando nuove categorie di beni”, spiega Andrea Rotunno, direttore generale di Affide, precisando che le perizie, altamente specializzate, si avvalgono anche dell’intelligenza artificiale a supporto dell’autenticazione, così da “trasformare le borse in solide risorse”.
Tra pegno e aste, le vie della liquidità
Nel cammino che porta un gioiello dal cassetto alla liquidità, la prima tappa è sempre un tavolo di valutazione. Accanto alle gioiellerie e ai Compro Oro, l’11% del campione indica il credito su pegno come punto di riferimento per la valutazione dei preziosi. Lo strumento è conosciuto dal 59% dei cittadini e si inserisce in un contesto di domanda di credito diffusa: negli ultimi cinque anni quattro italiani su dieci hanno chiesto un prestito. La destinazione più frequente è l’acquisto di un’auto o di una moto, indicato dal 30% di chi ha ottenuto un finanziamento, seguita dall’acquisto o dalla ristrutturazione della casa con il 27%.
Le motivazioni che spingono verso il pegno seguono una logica simile. Il 27% lo considera una risposta alle spese impreviste, il 21% uno strumento per ottenere in tempi rapidi la liquidità necessaria a realizzare un progetto e il 13% un modo per valorizzare un bene già posseduto. Il vantaggio più apprezzato, citato dal 38% degli intervistati, è la possibilità di conservare la proprietà dell’oggetto dato in garanzia. I dati storici confermano questo aspetto: circa il 95% dei clienti riscatta regolarmente i propri beni una volta superata l’esigenza finanziaria.
Per i preziosi che non vengono più indossati si apre la strada della rimessa in circolo. L’83% degli italiani attribuisce importanza all’economia circolare e cresce l’interesse per le case d’asta, in particolare per il mandato a vendere, con cui l’operatore cede il bene per conto del proprietario in cambio di una commissione. Il 52% ne conosce il funzionamento e il 65% sarebbe disposto a ricorrervi per ottenere il miglior prezzo. Anche gli acquisti guardano a questo canale: il 53% valuta positivamente le aste online per i beni di valore, quota che sale al 57% tra gli under 39.
Il valore che la bilancia non misura
Il momento della vendita porta i preziosi in un mercato dove venditore e acquirente non partono mai alla pari. Chi cede un prezioso è quasi sempre un privato che gestisce un’eredità, una separazione o un oggetto che non usa più, e dispone di informazioni limitate su prezzi, margini e andamento della domanda internazionale. Chi acquista è un professionista con una conoscenza approfondita del settore. Questa asimmetria non può essere eliminata, ma può essere gestita, e l’equità della transazione dipende in larga misura dalla qualità del processo di valutazione più che dalla cifra finale indicata nell’offerta.
Il primo indicatore dell’affidabilità di un operatore è la trasparenza sul metodo di stima. Una valutazione strutturata spiega come si arriva al prezzo, distinguendo il peso e il titolo del metallo, la qualità gemmologica delle pietre, la presenza di un brand o di una firma, lo stato di conservazione e la possibilità di ricollocare il bene sul mercato internazionale.
Lo stesso limite riguarda chi considera un prezioso come semplice somma di oro e pietre. Il prezzo di mercato incorpora elementi immateriali, dal marchio al periodo storico fino alla domanda internazionale per quella categoria, che in alcuni casi pesano più dei materiali. Un anello Bulgari degli anni Settanta non vale il suo oro e il suo corallo: vale quanto un collezionista o un dealer qualificato è disposto a pagarlo in quel momento. Nei gioielli firmati e d’epoca la differenza può arrivare a decine di migliaia di euro.
Anche la documentazione incide sull’esito. Per diamanti e pietre preziose, le certificazioni di laboratori come GIA, IGI o HRD standardizzano la valutazione e riducono il rischio percepito dall’acquirente, con un effetto diretto sul prezzo riconosciuto al venditore.
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