L’ora dell’Africa tra Pechino, Mosca e Washington


12 giugno 2026 – ore 16:30 – PremessaMentre frammenti di notizie che provengono dall’Iran inducono a ritenere possibile l’avvio di un reale processo negoziale in grado di porre fine a una crisi devastante, le crisi in Ucraina e in Libano continuano, e nulla, assolutamente nulla ci viene raccontato sull’Africa. Come scrivevo alcuni anni orsono in due diversi libri, le “cose africane” interessano veramente a pochi, e la percezione generale di questo immenso continente continua ad essere rappresentata da una sorta di nebulosa confusa, spesso intessuta dei soliti stereotipi della fame, delle guerre, dei colpi di Stato, della siccità e delle carestie, insomma un continente da aiutare, sinonimo di povertà. Alcuni anni orsono padre Giulio Albanese, un brillante africanista, affermava che: “Siamo di fronte ad uno scenario inedito rispetto a quello che si era delineato a partire dalla metà del secolo scorso. Per diversi decenni, sia gli Stati Uniti come anche l’Europa hanno avuto il potere di dettare gli standard di normalità a tutti gli altri attori internazionali sostenendo la sintesi vincente di mercato e democrazia. Ma oggi, questo mondo non esiste più. Con il passare degli anni, come era già evidente negli anni Novanta del secolo scorso, la globalizzazione, nelle sue molteplici declinazioni, ha determinato uno scenario sempre più complesso segnato dal graduale mutamento della distribuzione del potere e del prestigio internazionale, per effetto del declino relativo degli attori occidentali, della comparsa di un vero sfidante globale quale la Cina e, sullo sfondo, dell’ascesa di altre grandi potenze almeno potenzialmente globali quali l’India e la Russia, e dell’assunzione di sempre maggiori responsabilità all’interno delle rispettive regioni da parte di Stati quali la

Turchia in Medio Oriente, il Sudafrica nell’Africa subsahariana e il Brasile in America Latina.” Tutto molto multiforme, incerto e, allo stesso tempo, stimolante e sfidante per aprire i nostri panorami mentali a nuove conoscenze, nuove possibilità, nuove alleanze

Il dragone cinese ha invaso il continente africano attraverso una strategia attenta, pensata e sviluppata negli anni, ed oggi, come ben sappiamo, possiamo dire che rappresenta l’interlocutore e l’investitore principale della gran parte dei 54 paesi africani. Anche altri attori continuano a recitare ruoli non secondari, stiamo parlando di Russia, USA, Turchia, Francia, Gran Bretagna e molti paesi arabi.

Giusto un piccolo inciso.

Stiamo parlando dell’area del pianeta più ricca di materie prime, di un potenziale mercato per oltre un miliardo e seicento mila persone.

Ho trascorso molti anni della mia vita in Africa, e in tutti i Paesi dove ho vissuto, ho avuto il privilegio di poter aprire la mia mente, ponendomi in ascolto di racconti ancestrali, comprendendo il significato profondo della vita, apprezzando la diversità di lingue, dialetti, tradizioni, danze e di mille “suoni” diversi; ammirando panorami incredibili, cercando di immedesimarmi nelle mille contraddizioni di quell’immensa realtà decisamente affascinante, dove è possibile ritrovare il concetto profondo dell’armonia nelle forme, nei colori, e nella musica, immersi in una natura che si presenta sempre come Madre, e avvolti in una spiritualità dalle antiche radici, profonda e autentica.

Oggi, seppur brevemente, proveremo a entrare in questa realtà, evidenziando alcuni indicatori dei rapporti intercorrenti tra l’Africa con le Nazioni Unite, La Russia, la Cina e gli USA.

L’Unione Africana e le Nazioni Unite rafforzano il partenariato strategico in occasione del 10° Dialogo di alto livello sullo sviluppo dell’Africa e la governance globale

Questo è stato il titolo attraverso il quale l’Unione Africana, (UA), il 13 maggio u.s., ha aperto i lavori ad Addis Abeba della Conferenza annuale tra UA e le Nazioni Unite. Questa Conferenza annuale, si legge nei comunicati ufficiali, è stata istituita come piattaforma di alto livello per il dialogo strategico tra il Presidente della Commissione dell’Unione Africana e il Segretario Generale delle Nazioni Unite, al fine di esaminare i progressi compiuti, approfondire la collaborazione e fornire orientamenti politici sulle priorità continentali e globali che interessano l’Africa. Dalla conferenza inaugurale tenutasi a New York il 19 aprile 2017, il partenariato si è progressivamente evoluto attraverso il rafforzamento della cooperazione in materia di pace e sicurezza, sviluppo sostenibile, diritti umani, governance, risposta umanitaria e coordinamento istituzionale.

Tuttavia, in tale frangente, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, nel suo incontro finale con la stampa, uscendo dagli schemi canonici, ha voluto affermare, con insolita forza, come continue interferenze esterne stiano ostacolando gli sforzi di pace, esacerbando i conflitti e destabilizzando l’intero continente.

Desidero proporvi alcune delle domande e delle risposte emerse da questo incontro con la stampa, non solo perché contengono riflessioni inusuali da parte del massimo rappresentante delle Nazioni Unite, ma anche perché ci fanno meglio comprendere la delicatezza del momento storico che stiamo vivendo.

Domanda: Cosa può fare l’ONU per contrastare le interferenze straniere nei conflitti africani?

Segretario generale: È assolutamente intollerabile che paesi esterni all’Africa interferiscano nei conflitti africani, fornendo armi, offrendo sostegno politico e con il solo obiettivo di perseguire i propri interessi strategici o economici. Dobbiamo naturalmente continuare a sviluppare la nostra diplomazia comune, per garantire che si creino le condizioni affinché questo tipo di interferenza cessi e affinché gli altri attori possano raggiungere accordi politici in grado di porre fine a questi conflitti. Ma dobbiamo anche alzare la voce per denunciare quei paesi che contribuiscono in modo totalmente intollerabile a un terribile sacrificio del popolo africano. E ora stiamo assistendo a un nuovo tipo di guerra, una guerra in cui i militari non si combattono tra loro, ma lanciano droni contro i civili che si trovano dall’altra parte. E anche questo è qualcosa di intollerabile, possibile solo perché qualcun altro fornisce i droni che non sono prodotti in Africa.

Domanda: Per quanto tempo l’Africa continuerà a essere sottorappresentata a livello internazionale? Cosa impedisce alle Nazioni Unite di intraprendere azioni più efficaci contro il conflitto in Sudan?

Segretario generale: Beh, queste riforme avrebbero dovuto essere attuate già da tempo e non sono nell’interesse dell’Africa, ma del mondo intero. Il Consiglio di Sicurezza odierno non rappresenta la realtà geografica del mondo: con tre membri permanenti europei, uno nordamericano e uno asiatico, e nessun africano e nessun latino-americano. È evidente che il Consiglio di Sicurezza ha un problema di legittimità, e questo comporta un problema di efficacia. Pertanto, è nell’interesse della comunità internazionale, ed è nell’interesse degli attuali membri permanenti, accelerare le riforme del Consiglio di Sicurezza per consentire l’assegnazione di seggi permanenti all’Africa e apportare altre correzioni necessarie. E se si guarda alle istituzioni finanziarie internazionali, create nel 1945, se si considerano i voti, le quote, la percentuale di capitale, i paesi in via di sviluppo, queste non corrispondono più alla realtà dell’economia odierna. Nell’economia odierna, vediamo che gli scambi Sud-Sud sono più consistenti di quelli Nord-Nord, e vediamo economie emergenti con un dinamismo che le economie sviluppate non hanno più, e vediamo continenti come l’Africa, con tutte le sue difficoltà, 25 paesi in crescita più rapidamente di [inaudibile], e questo dimostra quanto sia necessario correggere la partecipazione e il peso dei paesi africani, e di altri paesi in via di sviluppo, nelle istituzioni finanziarie internazionali. Per quanto riguarda il Sudan, devo dire che siamo estremamente attivi, insieme all’Unione Africana, nel dialogo con tutte le parti. Abbiamo un’iniziativa molto importante del

Quintetto e della leadership dell’Unione Africana che ha riunito la società civile a Berlino, con una dichiarazione comune, con persone di entrambi gli schieramenti, e, allo stesso tempo, stiamo facendo tutto il possibile per assicurarci che coloro che ostacolano smettano di farlo e permettano ai sudanesi di trovare una soluzione che speriamo porti a una pace piena e a un dialogo guidato dai civili”.

Certamente è un primo passo, ma non sottovalutabile in un contesto geo-strategico confuso e suscettibile, ovunque, di continue frenate e accelerazioni, e dove si registrano fragilità strutturali nelle granitiche alleanze globali sancite alla fine del secondo conflitto mondiale.

https://au.int/en/newsevents/20260513/au-and-un-strengthen-strategic-partnership-10th-high-level-dialogue-africas

https://dppa.dfs.un.org/en/addis-ababa-guterres-urges-reforms-to-give-africa-stronger-global-voice

https://news.un.org/en/story/2026/05/1167503

https://www.un.org/sg/en/content/sg/press-events/2026-05-13/secretary-generals-press-encounter-following-10th-african-union-united-nations-conference

https://sudantribune.com/article/313917

L’orso russo sta cercando di rientrare da protagonista in Africa

ll ministro degli esteri russo, Sergey Lavrov, il decorso 11 giugno a Mosca, in occasione dell’incontro con il Commissario dell’Unione

Africana per gli Affari Politici, la Pace e la Sicurezza, Bankole Adeoye, ha voluto delineare i prossimi obiettivi del partenariato strategico esistente tra Russia e Africa. Questi indicatori ci aiutano a meglio comprendere alcuni scenari futuri, alcuni diversi terreni sui quali si confronteranno l’Occidente e “gli altri” anche nel continente africano.

Lavrov in estrema sintesi ha voluto ribadire che:

“Le nostre relazioni con il continente africano, con l’Unione Africana e con praticamente tutti i paesi africani, stanno progredendo in modo positivo e costante. Si fondano su basi solide e affidabili, costruite durante la lotta contro il colonialismo e il rafforzamento degli stati indipendenti nel vostro continente. Il nostro paese ha dato un contributo significativo sia al processo di decolonizzazione sia allo sviluppo dello stato nei paesi africani. Queste basi ci permettono di guardare avanti e affrontare le nuove sfide che attendono i nostri amici africani”;

“Oggi assistiamo a un fenomeno straordinario: il secondo risveglio dell’Africa. Dopo aver raggiunto l’indipendenza politica e dopo decenni di sviluppo autonomo, i paesi africani aspirano ora a essere padroni delle proprie risorse naturali. In un contesto di profondi cambiamenti e sconvolgimenti sulla scena globale, si percepisce un chiaro desiderio da parte degli africani di sfruttare al massimo ciò che la natura e Dio hanno donato loro, a beneficio del proprio popolo, anziché rimanere semplici fornitori di materie prime per le multinazionali. Ciò significa sviluppare l’industria manifatturiera e quella pesante, e fare tutto il possibile per garantire che il valore aggiunto derivante dalle risorse naturali rimanga, per quanto possibile, nei paesi africani. Il nostro paese vanta una vasta esperienza nell’aiutare a creare industrie e agricoltura nazionali nelle nazioni africane. E ora, credo, è il momento giusto per mettere a frutto tale esperienza in modo pratico e significativo in un nuovo contesto.”

“ll Forum di partenariato Russia-Africa si concentra proprio su queste tematiche. Il terzo Vertice Russia-Africa si terrà a Mosca il 28 e 29 ottobre 2026. Ci auguriamo che la maggior parte dei leader africani possa partecipare di persona, insieme al Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Mahmoud Ali Youssouf. Nel frattempo, stiamo ampliando la nostra presenza diplomatica in Africa.

Negli ultimi anni abbiamo aperto più di una dozzina di ambasciate. Ora ne contiamo 45 in totale, con altre quattro in fase di realizzazione. Siamo sempre lieti di collaborare con i diplomatici africani che prestano servizio presso le nostre ambasciate qui a Mosca. Non abbiamo dimenticato l’idea recentemente avanzata dai nostri amici africani: istituire un ufficio di rappresentanza dell’Unione Africana a Mosca. Saremo molto felici di agevolare questo passo.

Abbiamo un programma ampio e i compiti sono ancora più ambiziosi. Spero che la Sua visita e i Suoi intensi colloqui qui nella capitale russa contribuiscano a delineare passi concreti per affrontare queste sfide. I miei colleghi mi hanno informato sulle vostre approfondite discussioni sulle modalità per rafforzare ulteriormente il partenariato tra la Federazione Russa e l’Unione Africana. Trovo queste idee stimolanti e utili. Le condividiamo ampiamente e ora le analizzeremo nel dettaglio”.

https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2117346/

Il partneriato consolidato e strategico tra Pechino e l’Africa

La Cina ha compreso da molti anni e prima della quasi totalità dei paesi occidentali, che il continente africano avrebbe rappresentato uno dei principali terreni della competizione globale tra le grandi potenze. Pechino sta rafforzando la propria presenza attraverso una strategia che cerca di combinare commercio, credito, tecnologia e diplomazia. Ricordiamo che gli scambi commerciali tra Cina e Africa hanno superato il valore record di 350 miliardi di dollari. La decisione cinese di concedere l’accesso a dazi zero a 53 Paesi africani con, cui intrattiene relazioni diplomatiche, rappresenta uno dei pilastri di questa politica “illuminata”. L’unica eccezione è rappresentata dallo Swaziland, ora denominato e Swatini, retto da una monarchia decisamente “eccentrica”, con un sovrano Mswati III che riconosce unicamente Taiwan, ama lavorare e ricevere diplomatici prevalentemente di notte, sempre attorniato dalla Regina madre, Ntfombi Tfwala, con cui condivide il potere e, ovviamente, dalle 14 mogli.

In tale scenario, si è appreso altresì che Pechino sta investendo notevoli risorse nelle infrastrutture marittime africane, creando, in collaborazione con i governi e le autorità portuali africane, nuovi corridoi marittimi che mirano a collegare in maniera sempre più efficace i principali agglomerati portuali africani dell’Africa occidentale, settentrionale e meridionale con i principali porti cinesi di Qingdao, Tianjin e Yantai.

Queste rotte, secondo quanto recentemente affermato da Paolo Nantulya esperto di Africa Strategic Center confermano la volontà di Pechino di realizzare nel prossimo futuro una piena integrazione dell’Africa nelle reti marittime incentrate sulla Cina. La Cina rappresenta infatti circa il 22% di tutto il commercio africano e le imprese cinesi gestiscono, finanziano, collaborano o detengono partecipazioni in circa un terzo dei porti africani.

Il crescente coinvolgimento della Cina nei sistemi marittimi africani è certamente motivato da obiettivi economici, tecnologici e geopolitici.

In merito sempre Nantulya ci informa che la sicurezza delle rotte commerciali marittime africane appare essenziale per la strategia geopolitica globale della Cina. Corridoi come il Golfo di Aden, il Golfo di Guinea e il Capo di Buona Speranza sono vitali per il trasporto marittimo e le importazioni energetiche cinesi. Si stima che i predetti 350 miliardi di dollari di scambi commerciali cinesi transitino ogni anno attraverso questi snodi marittimi. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) ha contemporaneamente ampliato i dispiegamenti, gli scali portuali e le esercitazioni in queste regioni. In secondo luogo, la ricchezza di risorse dell’Africa la rende fondamentale per l’accesso a lungo termine della Cina a petrolio, gas, minerali e prodotti agricoli. In terzo luogo, la Cina mira a consolidare la sua posizione di partner economico dominante dell’Africa. La Cina è il principale partner commerciale dell’Africa dal 2008 e ora detiene tale posizione per 52 dei 54 Stati africani. Tuttavia, come in altre parti del mondo, i crescenti squilibri hanno sollevato preoccupazioni in merito ai deficit commerciali e al dumping di merci cinesi a basso costo. In quarto luogo, la Cina è in competizione per esportare tecnologie marittime, tra cui sistemi di dragaggio, infrastrutture portuali intelligenti, piattaforme logistiche e strumenti di sorveglianza. Più di 30 paesi africani stanno utilizzando il sistema di navigazione satellitare cinese BeiDou, in alternativa o in aggiunta al sistema GPS americano, per la navigazione marittima primaria. Inoltre nell’ambito della Belt and Road Initiative, un numero crescente di porti africani ha installato sistemi di automazione cinesi e una serie di sistemi di intelligenza artificiale emergenti, tra cui sensori, varchi intelligenti e guida autonoma, per modernizzare le proprie operazioni. Questi sistemi richiedono continui investimenti per la manutenzione. Di conseguenza, la dipendenza continua dal supporto tecnico cinese potrebbe, nel tempo, costare ai paesi africani più del valore fisico delle infrastrutture portuali, arrivando a miliardi di dollari. In quinto luogo, la Cina sta anche promuovendo aspetti del suo modello di governance commerciale incoraggiando l’adozione di standard , pratiche e quadri normativi cinesi. Questi sforzi rientrano nell’approccio più ampio di Pechino alla “competizione strategica” che mira a rendere i paesi partner più compatibili con i sistemi cinesi e meno dipendenti da quelli occidentali.

La sfida per i governi africani sarà pertanto quella di saper sfruttare questa visione strategica cinese per ottenere sviluppo e investimenti senza rinunciare alla propria autonomia decisionale.

https://africacenter.org/spotlight/china-africa-maritime-networks/

https://www.wsj.com/world/africa/china-africa-tariffs-664f62eb

USA – AFRICA: una nuova strategia dai contorni ancora sfumati

Saper decifrare l’attuale strategia statunitense in Africa non appare un compito semplice, atteso che l’Amministrazione Trump sta cercando di rivisitare e ridefinire assetti, alleanze strategiche e partnership globali che consideravamo ampiamente consolidate.

Tuttavia, Nick Checker, responsabile per il Dipartimento di Stato per “gli affari africani”, già operante per la famosa Agenzia intelligence della CIA, il 19 marzo 2026, ha voluto delineare la politica statunitense in Africa, che ci consente di comprendere numerosi indicatori strategici, decisamente interessanti.

Come vedremo l’approccio strategico statunitense appare totalmente diverso da quello russo e da quello cinese.

Testo completo della strategia statunitense in Africa disponibile nel link in descrizione

Checker, in estrema sintesi, ha affermato che:

“Gli Stati Uniti stanno ridefinendo le loro relazioni con l’Africa basandosi su partenariati reciprocamente vantaggiosi, anziché su aiuti, dipendenza e diffusione di ideologie divisive. Anziché disinteressarci, ci siamo impegnati a fondo nel continente. Infatti, il presidente Trump ha incontrato 13 capi di Stato africani nel suo primo anno di mandato… un record, per quanto ne sappiamo, e un segno concreto non solo di un impegno continuo, ma anche rafforzato, nei confronti del continente.”

“Ogni nostra azione è guidata dalla Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 dell’Amministrazione Trump, che, nella sua forma più chiara nell’era post-Guerra Fredda, definisce la nostra priorità globale e il nostro obiettivo primario: proteggere e promuovere i nostri “interessi nazionali fondamentali”. Si tratta di una correzione radicale, ma necessaria, alla sconsiderata ricerca dell’egemonia liberale degli ultimi

30 anni. Si tratta di un approccio all’economia strategica che si contraddistingue per: modestia negli obiettivi, chiarezza negli interessi, disciplina nei limiti. Come ha affermato il Segretario Rubio, l’interesse nazionale guida il nostro impegno con gli altri Stati. La diplomazia è stata definita da un dialogo sobrio e pragmatico e guidata dall’assioma secondo cui gli attori globali razionali agiranno a beneficio dei propri popoli e dei propri Stati; in altre parole, “America First” è pienamente compatibile con “Africa First”. Avere successo in diplomazia significa quindi incontrare i paesi alle loro condizioni e rispettare le differenze di cultura, storia e governo al fine di promuovere priorità comuni. Questa realtà implica che dobbiamo interagire con i governi per come sono, e non per come Washington vorrebbe che fossero”.

“Tenendo presenti questi principi, vorrei parlare di tre aree prioritarie in Africa: la diplomazia commerciale, il ripensamento degli aiuti esteri e la risoluzione e gestione dei conflitti.

DIPLOMAZIA COMMERCIALE

Mentre le amministrazioni precedenti si concentravano su aiuti e conferenze, l’amministrazione Trump promuove il commercio e gli investimenti privati come fondamento per una crescita e una partnership sostenibili. Ci relazioniamo con le nazioni africane non in qualità di beneficiarie di aiuti, bensì come partner commerciali capaci. Il nostro obiettivo, in parole semplici, è aumentare le esportazioni e gli investimenti statunitensi in Africa per promuovere la prosperità reciproca e sfruttare le abbondanti risorse naturali e il potenziale economico latente dell’Africa per garantire la sicurezza delle nostre catene di approvvigionamento. Allargando lo sguardo: l’Africa rappresenta la prossima grande opportunità commerciale mondiale. Nove delle 20 economie a più rapida crescita si trovano in Africa e, entro il 2050, una persona su quattro sul pianeta vivrà in Africa: 2,5 miliardi di consumatori con un potere d’acquisto stimato superiore a 316 trilioni di dollari. Soddisfare tale domanda richiederà ingenti investimenti in generazione, infrastrutture e catene di approvvigionamento. È vero che l’Africa rappresenta solo l’uno per cento delle esportazioni statunitensi. Tuttavia, con i cambiamenti economici e demografici in atto, abbiamo un enorme margine di crescita che andrà a beneficio sia degli Stati Uniti che dell’Africa.

Dall’inizio di questa amministrazione, le nostre ambasciate sul campo e il team di Washington hanno lavorato direttamente per sostenere oltre 60 accordi diversi per un valore superiore a 25 miliardi di dollari. A metà ottobre 2025 abbiamo superato gli obiettivi annuali di esportazione verso l’Africa subsahariana per il 2022, 2023 e 2024. Le previsioni finali indicano un aumento del 23% per l’anno in corso. L’Africa si trova al centro della corsa globale per i minerali critici, dal cobalto al rame, dalla grafite agli elementi delle terre rare.

La strategia dell’amministrazione Trump in materia di minerali critici in Africa è guidata da una richiesta chiara e costantemente espressa dai governi partner africani: desiderano maggiori investimenti statunitensi nei loro settori minerari. Per troppo tempo, questi settori sono stati dominati da investimenti opachi e predatori da parte dei nostri avversari, che sfruttano la corruzione e creano mercati insostenibili.

Il nostro obiettivo è garantire che i minerali critici provenienti dall’Africa inizino a fluire verso ovest, fino agli Stati Uniti. Anche in questo caso, iniziative come il Corridoio di Lobito sono un esempio concreto di questo modello. Uno dei passi più importanti che abbiamo compiuto in questo ambito è stato quello dello scorso anno, quando gli Stati Uniti e la Repubblica Democratica del Congo hanno firmato un Accordo di partenariato strategico sui minerali critici nell’ambito degli Accordi di Washington.

AIUTO ESTERO

Passando agli aiuti esteri, se ne è parlato molto sui media. Lasciatemi spiegare la realtà dei fatti. Gli Stati Uniti sono la nazione più generosa al mondo, soprattutto in Africa. Sotto l’amministrazione Trump, abbiamo cambiato il nostro paradigma di aiuti. Gli aiuti esteri statunitensi non sono beneficenza, bensì capitale strategico da investire con saggezza per promuovere gli interessi degli Stati Uniti, e ci aspettiamo che tutti i nostri alleati e le nazioni beneficiarie prendano sul serio le priorità strategiche e commerciali americane.

Riteniamo responsabili le nazioni beneficiarie con una politica di tolleranza zero nei confronti di sprechi, frodi e abusi e abbiamo messo in atto nuove e innovative modalità di intervento in questo ambito per spezzare il ciclo della dipendenza. Ora condividiamo una serie di principi comuni quando parliamo di assistenza statunitense: è condizionata, mirata, privilegia i nostri partner e include una chiara strategia di uscita. Quindi sì, i Paesi che non hanno agito in modo da favorire gli interessi statunitensi rischiano una riduzione degli aiuti. Non vogliamo inoltre che gli aiuti di emergenza si sostituiscano alla buona governance e vengano sfruttati da speculatori senza scrupoli, come nel Sud Sudan e, più in generale, non dovremmo sprecare denaro pubblico in luoghi dove gli aiuti non raggiungeranno i destinatari previsti, date le risorse limitate e le esigenze concorrenti. Non siamo responsabili di questo fardello da soli.

Fondamentalmente, vogliamo che i paesi africani siano più autosufficienti, e il nostro nuovo paradigma è un modo sicuro per raggiungere questo obiettivo. Ad esempio, nell’ambito della strategia sanitaria globale “American First”, abbiamo promosso protocolli d’intesa bilaterali in materia di salute con decine di paesi, per un valore di miliardi di dollari, al fine di aiutarli a raggiungere l’autosufficienza. Anche in questo caso, i governi africani apprezzano questi accordi perché offrono loro la possibilità di assumersi la responsabilità e di gestire i sistemi sanitari.

A differenza di altri che hanno anteposto i propri interessi, gli Stati Uniti si battono per una partnership autentica e per la responsabilità reciproca.

RISOLUZIONE E GESTIONE DEI CONFLITTI

Infine, in merito alla risoluzione e alla gestione dei conflitti, lo avete già sentito dire: il Presidente Trump è il presidente della pace.

Siamo aperti a opportunità di negoziare soluzioni ai conflitti in corso. In sostanza, il Presidente Trump è un negoziatore con un programma improntato al realismo. Alcuni dei suoi maggiori successi in politica estera sono derivati dall’aver accantonato il pensiero comune dell’élite e le norme preesistenti.

Ne abbiamo avuto un chiaro esempio con la firma degli Accordi di Washington tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda a dicembre.

Avete anche visto l’impegno congiunto del Consigliere Senior Boulos per porre fine alla devastante guerra in Sudan e risolvere i problemi relativi alla GERD.

Restiamo inoltre vigili nei confronti della recrudescenza dell’attività terroristica jihadista, pur evitando qualsiasi presenza o impegno a lungo termine da parte degli Stati Uniti. Il nostro impegno con Niger, Mali e Burkina Faso per ristabilire le relazioni rappresenta uno sforzo di ripartizione degli oneri volto a promuovere la responsabilità regionale e la cooperazione contro la persistente minaccia dei gruppi terroristici transnazionali nel Sahel.

Questo tentativo di ristabilire le relazioni ha però riconosciuto che impartire lezioni sulle norme democratiche in un contesto locale complesso è inefficace; il nostro approccio si basa su una cooperazione pragmatica fondata su interessi condivisi e sulla salvaguardia dello spazio necessario per una transizione credibile nel tempo. Questa è l’unica opzione per affrontare l’insicurezza in quella regione.

Questo è rappresentativo del nostro approccio più ampio, che prevede il trasferimento dell’onere agli attori regionali e ad altri partner affinché gestiscano le crisi umanitarie e di sicurezza nei loro territori, evitando rischi morali.

Ciò significa anche tollerare l’instabilità laddove gli interessi statunitensi non siano direttamente coinvolti.

Nel complesso, questi tre pilastri dimostrano che l’approccio dell’amministrazione Trump all’Africa rappresenta un invito stimolante a un pensiero nuovo e creativo, a rompere dogmi obsoleti e a sfruttare appieno l’esperienza diplomatica del Dipartimento per promuovere le nostre priorità nazionali.”

https://www.state.gov/releases/bureau-of-african-affairs/2026/03/america-first-in-africa

Conclusione

Desidero chiudere questo momento africano, attraverso un sapiente ricordo dal Benin, West Africa.

In quelle terre lontane si dice: “ Nel Benin, se vedi una giara d’acqua posata sotto un albero davanti a casa, sappi che è per te, straniero di passaggio; non c’è bisogno di bussare alla porta per chiedere da bere, ti basta aprire la giara, prendere la zucca, bere l’acqua e proseguire per la tua strada se non c’è nessuno. Lo straniero che passa può essere la rappresentazione o la metamorfosi di un dio che viene a rendersi conto del modo in cui verrà ricevuto”

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Stefano Silvio Dragani

Source link

Di