Mentre il paese si prepara a riaprire i cancelli dell’anno scolastico 2026/2027, dietro il consueto affollamento delle aule si nasconde un’emergenza silenziosa che rischia di minare le fondamenta stesse del diritto allo studio.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha lanciato un allarme che va ben oltre la cronaca estiva dei “posti vuoti”, puntando il dito contro un paradosso inaccettabile: il costo della vita sta trasformando la professione docente in un lusso insostenibile per molti, soprattutto al Nord.

Un’emergenza che diventa struttura

I numeri parlano chiaro e sono inquietanti. Secondo i dati diffusi dalla stampa e analizzati dal CNDDU, in Lombardia sono stati conferiti ben 11.570 contratti di supplenza a docenti fuori graduatoria, una cifra che rappresenta il 57,39% del fenomeno a livello nazionale. Questi numeri, spiega Romano Pesavento, coordinatore dell’ente, non possono più essere liquidati come la fisiologica “emergenza di settembre”.

“Quando il ricorso a procedure straordinarie assume tali dimensioni e si ripete nel tempo, il problema diventa strutturale. Non è più un incidente di percorso, ma una falla nel sistema di programmazione del personale scolastico.”

Il paradosso del trasferimento: lavorare per perdere soldi

Ma la questione non è solo quantitativa; è profondamente qualitativa ed economica. Il CNDDU evidenzia come la rinuncia alle cattedre del Nord da parte di docenti provenienti da altre regioni non sia dettata da una presunta “indisponibilità alla mobilità”, ma da una valutazione economica spietata.

Per un insegnante, trasferirsi a Milano, Bergamo o Brescia significa sostenere affitti stellari, utenze elevate e un costo della vita mediamente superiore del 30-40% rispetto al Meridione. A ciò si aggiunge il costo del pendolarismo o dei frequenti viaggi verso la residenza originaria, dove spesso il docente continua a mantenere un nucleo familiare.

“A fronte di una retribuzione sostanzialmente uniforme sul territorio nazionale – sottolinea il CNDDU nel suo rapporto – le profonde differenze nel costo dell’abitare possono rendere un trasferimento economicamente poco sostenibile”. Si crea così il cortocircuito per cui accettare una cattedra al Nord può significare, in termini di potere d’acquisto, un declassamento economico rispetto a rimanere in attesa di un posto al Sud.

L’incubo dei docenti di ruolo fuori sede

Se la situazione è drammatica per i precari, lo è altrettanto per i docenti di ruolo “fuori sede”. La stabilità contrattuale, in questo contesto, si trasforma in una gabbia. Per anni, questi insegnanti sono costretti a sostenere una doppia abitazione, con un conseguente rischio di impoverimento progressivo che il CNDDU invita le istituzioni a monitorare con maggiore attenzione.

Il quadro si tinge di toni ancora più cupi quando la lontananza da casa si somma alla responsabilità di essere caregiver. Il Coordinamento solleva il velo su una categoria di docenti “invisibili” che assistono familiari fragili o non autosufficienti.

“Chi assiste un familiare fragile può essere costretto a continui spostamenti o a ricorrere al part-time per conciliare lavoro e responsabilità di cura. Alla riduzione della retribuzione possono così sommarsi i costi della permanenza fuori sede e quelli legati all’assistenza, determinando una condizione economica e personale particolarmente gravosa.”

Il CNDDU lancia un monito chiaro al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara: “Il diritto al lavoro e il diritto alla cura non dovrebbero diventare diritti tra loro concorrenti”.

Le proposte del CNDDU: mobilità agevolata e politiche abitative

Di fronte a questa fotografia impietosa, il Coordinamento non si limita a denunciare, ma avanza proposte concrete. La prima richiesta riguarda una revisione delle norme sulla mobilità annuale e sulle assegnazioni provvisorie per i docenti di ruolo che siano anche caregiver certificati. L’obiettivo è agevolare il ricongiungimento territoriale, “nel rispetto delle esigenze delle istituzioni scolastiche e attraverso criteri rigorosi, trasparenti e verificabili”. Non si chiedono privilegi, ma il riconoscimento di una condizione di svantaggio oggettivo.

In secondo luogo, il CNDDU chiede un cambio di passo nella programmazione territoriale: “Formazione universitaria, reclutamento e fabbisogno devono essere messi in relazione con il costo effettivo della vita”. Per i territori del Nord a forte carenza di personale, si propone di avviare un tavolo di confronto con gli enti locali per definire politiche abitative mirate, alloggi a canone sostenibile e forme di sostegno alla mobilità.

Quando la precarietà del lavoro diventa precarietà educativa

Il grido d’allarme del CNDDU assume un significato particolare nella scuola dell’infanzia e primaria. In queste fasce d’età, la relazione educativa è costruita sulla continuità e sull’affetto. Un avvicendamento continuo di supplenti rischia di compromettere gravemente il percorso formativo dei più piccoli.

Per questo motivo, il Coordinamento propone l’introduzione di un innovativo “indicatore nazionale sulla continuità didattica”, che rilevi quanti alunni cambino uno o più insegnanti nel corso dello stesso anno scolastico.

“Non è sufficiente sapere quante cattedre vengono coperte – conclude  Pesavento – occorre conoscere anche quanta discontinuità viene concretamente vissuta dagli studenti. La scuola italiana non può continuare a scoprire ogni settembre di avere bisogno degli stessi insegnanti negli stessi territori. Quando un problema è prevedibile, ricorrente e misurabile, non è più soltanto un’emergenza, ma una responsabilità di programmazione pubblica.”

Garantire il diritto all’istruzione, in definitiva, significa restituire dignità alla professione docente, mettendo chi insegna nelle condizioni di vivere dignitosamente del proprio lavoro, senza essere costretto a scegliere tra la cattedra, la sostenibilità economica della propria famiglia e il dovere di prendersi cura dei propri cari.


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 Andrea Carlino

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