Ogni anno, tra giugno e settembre, migliaia di genitori italiani si trovano a dover risolvere lo stesso rebus: tre mesi di scuole chiuse, ferie che non bastano mai, centri estivi dal costo proibitivo e una rete familiare spesso insufficiente.
Il calendario scolastico, pensato decenni fa per un Paese con nonni disponibili e mamme casalinghe, è ancora fermo agli anni Cinquanta.
L’estate lunga non è solo un problema organizzativo. Dietro le quinte della chiusura estiva si gioca una partita che coinvolge lavoro, cura, disparità economiche e persino le scelte di natalità. Lo sanno bene Francesca Fiore e Sarah Malnerich, fondatrici del progetto culturale Mammadimerda, che insieme a WeWorld hanno lanciato una campagna per ripensare il calendario scolastico raccogliendo oltre 75mila firme. L’obiettivo? Un “Piano Estate” che restituisca continuità educativa e sostegno concreto alle famiglie, senza aspettare che siano i singoli ad arrangiarsi.
“La più grande bugia che ci raccontiamo è proprio questa: che non si possa cambiare”, spiega Francesca Fiore a The Talk su Substack. “In Italia abbiamo una resistenza enorme al cambiamento. In parte è culturale: modificare le abitudini fa paura. In parte è politica: ci sentiamo dire che non ci sono i soldi. Ma i soldi sono una questione di priorità: se una cosa diventa davvero importante per un Paese, le risorse si trovano”.
A pagare il conto più salato sono i bambini stessi. Arrivano a giugno già stremati da un anno scolastico compresso – si comincia sempre presto e si finisce tardi, con ritmi serrati – e poi affrontano oltre tre mesi di vuoto educativo. Chi appartiene a famiglie benestanti può permettersi campi estivi, viaggi e attività. Gli altri no. E a settembre la distanza tra chi ha avuto opportunità e chi no si allarga.
C’è poi il capitolo economico: i centri estivi costano tra i 250 e i 300 euro a settimana per ogni figlio. Molte famiglie rinunciano alle vacanze, consumano le ferie per coprire i mesi caldi o semplicemente non ce la fanno a sostenere la spesa. “Lo pagano i genitori, certo, ma soprattutto lo pagano i ragazzi”, dice Fiore.
Se il ministro dell’Istruzione, Giusepe Valditara le concedesse carta bianca, la prima mossa di Fiore sarebbe chiara: partire dagli edifici scolastici. “Le scuole sono tra i pochi edifici pubblici a non essere climatizzate”, osserva. “Non possiamo continuare a inseguire il cambiamento climatico chiudendo sempre prima”. Poi terrebbe aperte almeno elementari e medie per tutto giugno e dal primo settembre, redistribuendo le pause durante l’anno sul modello di molti Paesi europei. “Noi non chiediamo di aumentare i giorni di scuola, chiediamo di distribuirli meglio”. Nei periodi senza didattica, le strutture potrebbero restare aperte con attività gestite dal terzo settore, a prezzi accessibili e con supporto pubblico.
Europa: durata delle vacanze, un mosaico senza regole
Il calendario scolastico europeo racconta storie molto diverse tra loro. C’è chi a giugno chiude i battenti e li riapre a fine luglio, e chi invece stacca la spina per quasi tre mesi e mezzo. L’Italia appartiene a quest’ultimo gruppo, e non da sola.
Secondo i dati raccolti da Eurydice – la rete di informazione sull’istruzione finanziata dalla Commissione europea – le vacanze estive degli studenti italiani durano tra le 12 e le 13 settimane. Un periodo che sale fino a 14 settimane secondo altre rilevazioni, a seconda del grado scolastico e delle specificità locali. Solo le scuole primarie in Bulgaria fanno meglio (o peggio, dipende dal punto di vista): in alcuni casi la pausa tocca le 15 settimane, anche se la media nazionale si attesta attorno alle 10.
Il podio delle lunghe soste estive include anche Turchia, Romania, Portogallo, Albania e Montenegro, tutti con 11 settimane di stop. Poco più sotto si trovano Spagna, Polonia, Ungheria, Svezia e Finlandia, dove l’estate senza banchi varia dalle 9 alle 11 settimane. All’estremo opposto della graduatoria ci sono Germania (poco più di 6 settimane), Paesi Bassi e Liechtenstein (6), e infine la Danimarca, che si ferma appena 5 settimane e mezzo.
Il paradosso italiano: tante vacanze, ma più giorni a scuola
C’è però un elemento che capovolge l’apparenza. Nonostante la pausa estiva lunghissima, gli italiani trascorrono più giorni in classe rispetto alla media europea. Il motivo è semplice: le vacanze sono concentrate quasi tutte d’estate, mentre nel resto dell’anno gli stop sono ridotti all’osso. Altri Paesi, invece, distribuiscono i giorni di riposo in più blocchi (autunnali, invernali, primaverili), diluendo la pausa complessiva.
Nel biennio 2020-2021, ultimo periodo per cui sono disponibili dati comparativi omogenei, Italia e Danimarca hanno condiviso il primato: 200 giorni sui banchi dall’inizio alla fine dell’anno scolastico, senza differenze significative tra elementari e superiori. Subito dopo si piazzano Svizzera, Repubblica Ceca e Norvegia, con circa 190 giorni. All’estremo opposto, l’Albania: gli studenti delle primarie e delle medie frequentano appena 155 giorni l’anno, quelli delle superiori 165. Anche la Francia si colloca in basso per quanto riguarda i giorni effettivi di lezione: 160 per le elementari, 180 per le superiori.
Vacanze brevi non significano necessariamente scuola migliore
La tentazione è quella di cercare un legame diretto tra durata delle vacanze estive e qualità dell’istruzione. I dati disponibili suggeriscono prudenza. La Danimarca, una delle pause estive più corte d’Europa, ha un sistema scolastico che l’Ocse colloca stabilmente tra i primi dieci del continente per efficienza. La Germania, con le sue 6 settimane di stop, si posiziona appena sopra la Francia nelle rilevazioni PISA. Ma la Francia stessa, nonostante vacanze estive intorno alla media europea (otto settimane dal 2024-25, con inizio il 7 luglio), non brilla particolarmente: il suo rendimento in matematica, scienze e lettura si colloca a metà classifica tra i Paesi europei.
E l’Italia? Le prove PISA più recenti la collocano stabilmente sotto la media Ocse, nonostante i 200 giorni di frequenza annua. Un’evidenza che rende poco credibile l’equazione “più tempo a scuola uguale migliori risultati”. Ciò che emerge dal confronto europeo è una grande frammentazione. In Svizzera le vacanze estive variano da 5 a oltre 10 settimane a seconda del cantone. In Belgio, gli studenti delle comunità fiamminga e germanofona godono di quasi 9 settimane, mentre quelli della comunità francofona si fermano a 7. In Irlanda, le elementari hanno 9 settimane di pausa, le secondarie 13.
Insomma, non esiste un modello europeo. Esistono scelte organizzative che riflettono tradizioni, climi, politiche scolastiche diverse. In Francia, ma anche in Italia, cresce il movimento che punta alla riduzione delle vacanze estive per un miglioramento dei risultati degli studenti. Ma i dati comparati non offrono prove univoche in questo senso. L’Estonia, ad esempio, è tra i Paesi con le vacanze estive più lunghe e contemporaneamente tra i migliori nelle classifiche Ocse. Forse il punto non è quanto si sta fermi, ma come si utilizza il tempo in classe. E su questo, il dibattito è ancora tutto aperto.
La domanda di fondo
Tornando all’Italia, il problema resta. La scuola chiude per tre mesi, le famiglie si arrangiano, i costi esplodono, le disuguaglianze si amplificano. Francesca Fiore lo ripete da anni: non si tratta di un disagio individuale, ma di una questione politica. La vera domanda, insomma, non è se possiamo permetterci di cambiare il calendario. È piuttosto un’altra: possiamo permetterci di non farlo?
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Andrea Carlino
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