Oggi, le ragazze e i ragazzi in Italia quali alternativa hanno alle dipendenze? Da sostanze e comportamentali che cambiano forma, grazie al web, e poi si moltiplicano nella vita analogica. Nel 2025 infatti si è registrato uno spostamento rilevante verso nuovi comportamenti compulsivi che segnano sempre più le vite di tanti, troppi, giovani.
D’altronde «c’è stata una promessa, agli albori dell’era digitale: saremo sempre connessi, non saremo mai più soli. Quindici anni dopo, quella promessa si è capovolta. Per oltre 1,6 milioni di adolescenti italiani (il 61% degli studenti tra i 15 e i 19 anni), la rete ha smesso di essere solo uno strumento di scoperta per trasformarsi in un ambiente che può ospitare una profonda vulnerabilità, dove l’iperconnessione si può tradurre, paradossalmente, in un isolamento silenzioso che spinge oltre 50mila giovani al ritiro sociale». Inizia così, con una efficace sintesi, il testo che anticipa i nuovi dati Espad Italia 2025 (European School Survey Project on Alcohol and other Drugs), lo studio annuale condotto dall’Istituto di Fisiologia clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche – Cnr. Il rapporto completo Espad arriverà dopo l’estate.
Addiction da monitorare e comprendere
Si tratta della cartina di tornasole più completa che abbiamo per monitorare e comprendere le addiction fra i giovanissimi in Italia. Perché sono davvero tante, spesso intrecciate tra loro, le forme di dipendenza che una parte non trascurabile della Gen Z incontra lungo il suo cammino verso l’età adulta.
La vera sfida per la prevenzione non è inseguire ogni nuovo comportamento, ma comprendere le logiche comuni che li collegano
«I dati mostrano che le vulnerabilità tendono ad accumularsi. Le difficoltà relazionali, l’iperconnessione, alcune forme di disagio emotivo e i comportamenti di rischio raramente procedono da soli» ci dice Sabrina Molinaro, dirigente di ricerca responsabile del laboratorio di Epidemiologia e Ricerca sui Servizi Sanitari dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr che da anni cura il rapporto Espad.
L’uso di Internet a rischio
Il punto di partenza è un numero che solo all’apparenza sembra poco rilevante: il 14,9% degli studenti italiani tra 15 e 19 anni nel 2025 ha un profilo di «uso di Internet a rischio». Significa quasi 370mila adolescenti per i quali la rete non è più uno strumento, ma una dipendenza. Nel 2011 erano meno di 1 su 10 (8,8%). Poi è arrivato il 2020 e nel passaggio al 2021 la quota è saltata al 13,9%.
Le ragazze pagano un prezzo più alto: 17,4% contro il 12,3% dei maschi, un divario che si allarga ogni anno. Tuttavia l’identikit del profilo a rischio colpisce per la sua trasversalità: tra chi usa internet in modo problematico si osservano più eccessi alcolici, più consumo di sostanze illegali, più psicofarmaci senza prescrizione, più assenze scolastiche, rendimento più basso, meno soddisfazione nelle relazioni.
La rete non crea le vulnerabilità, ma le intercetta, le amplifica e le accelera, trasformandole in fragilità. Come ci dice Sabrina Molinaro: «La vera sfida per la prevenzione non è inseguire ogni nuovo comportamento, ma comprendere le logiche comuni che li collegano. Oggi il rischio non risiede tanto nel singolo prodotto o nella singola piattaforma, quanto in una cultura digitale che trasforma il coinvolgimento in permanenza, l’attesa in eccitazione e l’incertezza in intrattenimento».
È ormai lampante quanto il termine rete (online) sia diventato il contrario della parola relazione. Anzi, la rete è una porta (o meglio il portale) che apre la relazione alla dipendenza.
Dal joystick alle slot machine
In questo contesto l’azzardo è il punto di convergenza di molte vulnerabilità ed è un po’ la stazione di arrivo di un percorso che inizia con l’uso intensivo della rete, passa per i videogiochi, anche con le loot box , e spesso approda al trading online .
«Se vogliamo comprendere il gioco d’azzardo tra gli adolescenti dobbiamo smettere di immaginarlo come un comportamento separato dal resto della loro esperienza quotidiana» continua Molinaro. «Oggi esiste un continuum che collega gaming, social media, acquisti digitali, loot box e scommesse. I confini che per le generazioni adulte apparivano netti stanno progressivamente scomparendo».
Il punto di partenza spesso è il gaming che è ormai una pratica di massa: nel 2025 ha giocato ai videogiochi il 71,2% degli studenti, ossia circa 1.762.000 ragazzi e ragazze. L’89% lo ha fatto almeno una volta nella vita. Non è più un passatempo “da maschi”: dal 2018 al 2025 la quota delle ragazze è passata dal 43,9% al 55,6%. Il 15,3% dei giocatori, quasi 400mila studenti, ha un profilo di gaming a rischio, in questo caso con un marcato divario di genere (23,2% maschi, 7,3% femmine).
Le loot box sono azzardo
Dentro l’esperienza del videogioco si collocano le loot box: casse premio a pagamento, onnipresenti nei giochi più popolari che funzionano esattamente come una slot machine. Si paga denaro reale per ottenere una ricompensa casuale. Tra i gamer ad alto rischio, il 41,7% ha acquistato loot box con denaro proprio e il 10,8% ha speso più di 20 euro. Non è una somma enorme: è la meccanica che conta, il rinforzo intermittente, l’incapacità di fermarsi. Il collegamento statistico con l’azzardo è solido. Tra i giocatori d’azzardo problematici, il 75,6% dichiara di aver dedicato tempo per ottenere loot box e il 20% ne ha trovata una negli ultimi 12 mesi.
Come rileva Molinaro: «Molti videogiochi incorporano meccanismi che richiamano quelli tipici dell’azzardo: ricompense casuali, premi rari, acquisti impulsivi, attese intermittenti. Tutti sistemi progettati per mantenere elevata l’aspettativa della vincita. Il risultato è che una parte degli adolescenti entra in contatto con le logiche psicologiche del gioco d’azzardo molto prima di incontrare una scommessa o una slot machine».
Crescere in una logica che porta ad azzardare
Non significa ovviamente che chi gioca ai videogiochi diventerà necessariamente un giocatore d’azzardo problematico, «significa però che i ragazzi crescono in ambienti digitali dove il linguaggio della ricompensa immediata, della sfida continua e dell’investimento economico per ottenere vantaggi virtuali è diventato normale. Il passaggio da una loot box a una scommessa sportiva, da una skin acquistata online a una puntata, può apparire meno distante di quanto immaginiamo».
Eppure in Italia le loot box non sono ancora regolamentate come gioco d’azzardo. Nonostante le ripetute pressioni del Parlamento europeo che in diverse risoluzioni ha chiesto interventi urgenti e stringenti per tutelare i minori dalle meccaniche predatorie, l’Unione europea non ha ancora varato un divieto unico. L’Europa si muove a macchia di leopardo; mentre il Belgio le ha messe al bando già nel 2018 equiparandole al gioco d’azzardo e il sistema Pegi impone da anni etichette di avvertimento sulla presenza di acquisti casuali, l’Italia resta in una sorta di limbo normativo.
900mila minorenni giocano illegalmente
Dei circa 1,5 milioni di studenti tra i 15 e i 19 anni che nel 2025 ha giocato d’azzardo, più di 170mila presentano un profilo a rischio (7,1%) e circa 130mila un profilo problematico (5,2%).
Sono inoltre 900mila i minorenni che hanno azzardato, nonostante la legge lo vieti esplicitamente. Inoltre l’azzardo online cresce e si fa sempre più maschile: il 22,9% dei maschi tra 15 e 19 anni ha giocato online nell’ultimo anno, contro il 4,7% delle femmine. In totale 340mila studenti, con oltre 180mila minorenni coinvolti.
I giochi preferiti online dai maschi sono scommesse sportive e calcio (circa il 50%), per le femmine Gratta e Vinci e lotterie.
Interessante il dato sulla visione distorta della realtà di chi gioca d’azzardo: solo il 10,8% ritiene impossibile diventare ricco giocando, contro il 25,2% di chi non gioca. Il 43,2% invece crede che nelle scommesse sportive conti l’abilità. È convinto, in altre parole, di poter controllare qualcosa che per definizione non si controlla. Una trappola cognitiva che ha messo precocemente radici.
Fare trading online significa scommettere
C’è un terzo fenomeno che entra a pieno diritto nei radar della prevenzione alle dipendenze della GenZ, e che Espad 2025 fotografa: il trading online tra gli adolescenti. Il 17,1% degli studenti tra i 15 e i 19 anni, ossia oltre 400mila ragazzi e ragazze, ha praticato trading online almeno una volta nella vita. Tra i maschi siamo al 26%, tra le femmine al 7,2%. Il fenomeno è già presente tra i 15-17enni (8,6%) e quasi triplica tra i 18-19enni (24%).
Non si tratta di simulazioni o di app educational. Il 29% infatti ha speso denaro reale per trading finanziario e il 25% per trading sportivo che nella pratica è quasi indistinguibile dalle scommesse online. Cambia il nome, non la logica. Inoltre il 72,9% di chi pratica trading preferisce farlo individualmente. Le moderne piattaforme di trading retail hanno deliberatamente mutuato il design dei videogiochi e dei casinò online: interfacce grafiche accattivanti, assenza di commissioni visibili (sostituite dallo spread), esecuzioni in un clic e premi virtuali. Tutto questo ha azzerato l’attrito cognitivo tra l’impulso e l’atto finanziario, trasformando il mercato azionario in un casinò tascabile, aperto 24 ore su 24.

La ligica predatoria del social trading con influencer
E poi c’è il social trading cioè seguire e copiare le operazioni di altri utenti, spesso influencer percepiti come esperti; una pratica entrata nelle abitudini del 18,9% che lo pratica qualche volta e dell’8,2% che lo pratica sempre. È lo stesso schema predatorio dell’azzardo travestito da educazione finanziaria: promesse di indipendenza economica, adrenalina del rischio, senso di appartenenza a una comunità di “vincitori”. Eppure il trading compulsivo non ha ancora una classificazione diagnostica formale il che rende ancora più difficile la presa in carico nei servizi per le dipendenze.
Tre cose da fare, subito
Sabrina Molinaro traduce la ricerca in tre imperativi concreti per famiglie, scuole e istituzioni. Partire con il riconoscimento della fragilità attraverso l’ascolto precoce che permette di intercettare le micro-fratture relazionali, prima che diventino dipendenza. Quindi creare, difendere e promuovere spazi fisici senza schermi come rigenerazione del benessere e della socialità vera. Spazi che in questo modo diventano luoghi di relazione umana autentica e non mediata. E non da ultimo formare alla scelta, ossia dare ai ragazzi gli strumenti critici per riconoscere i meccanismi predatori della rete dall’azzardo mascherato da videogioco all’influencer pseudo-finanziario.
In apertura photo by Jack B on Unsplash
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Antonietta Nembri
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