La presidenza irlandese propone di tagliare 33 miliardi al Global Europe


La scorsa settimana la presidenza di turno irlandese ha circolato la sua proposta di compromesso  — il cosiddetto “Negotiating Box” — per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034, il bilancio settennale che determinerà quanto l’Europa investirà in ogni settore nei prossimi anni.

Per il capitolo dedicato all’azione esterna — il cosiddetto Heading 3: Global Europe — la proposta prevede un taglio di 17,4% rispetto alla proposta originaria della Commissione Europea. Ventiquattro organizzazioni della società civile europea hanno risposto con un’analisi congiunta, definendo il taglio “sproporzionato” e chiedendo ai leader UE di correggere la rotta prima che l’accordo di bilancio venga chiuso, come auspicato dalla presidenza, entro la fine del 2026.

I numeri: cosa prevede la proposta irlandese

Per capire la portata della proposta, occorre partire dai valori assoluti. La Commissione Europea aveva proposto un’allocazione di 190 miliardi di euro (a prezzi costanti 2025) per il Heading 3 Global Europe nel periodo 2028-2034. La proposta irlandese la riduce a 156,9 miliardi, una differenza di oltre 33 miliardi di euro, pari a -17,4%.

All’interno di questo capitolo, lo strumento principale — il Global Europe Instrument (GEI) — scende da 176,8 miliardi a 148,9 miliardi, un taglio di circa il 15,75%.

Tradotto in allocazioni geografiche, il quadro che emerge è il seguente (tutti i valori in prezzi correnti):











Area geografica Proposta Commissione Proposta irlandese Differenza
Europa (vicinato/allargamento) 43,2 mld 37,0 mld -14,4%
Africa subsahariana 60,5 mld 51,8 mld -14,4%
Asia e Pacifico 17,1 mld 14,6 mld -14,4%
Americhe e Caraibi 9,1 mld 7,8 mld -14,4%
Medio Oriente, Nord Africa e Golfo 42,9 mld 36,8 mld -14,4%
Pilastro Globale 12,7 mld 9,6 mld -24,5%
Cuscinetto di flessibilità 14,8 mld 11,3 mld -24,0%

 

Il taglio geografico è uniforme (-14,4% per tutte le regioni), ma colpisce in modo nettamente più pesante il Pilastro Globale (-24,5%) — il fondo per il multilateralismo, la salute globale, il clima e i beni pubblici globali — e il cuscinetto di flessibilità (-24%), la riserva che consente all’UE di rispondere rapidamente a crisi impreviste.

Un taglio due volte più grande della media

Il dato che ha fatto scattare l’allarme delle organizzazioni della società civile è la disparità tra i tagli: mentre il bilancio complessivo dell’UE viene ridotto dell’8% rispetto alla proposta della Commissione, il capitolo Global Europe subisce un taglio del 17% — più del doppio della media. La quota del bilancio UE dedicata all’azione globale scende così al 9,7%, contro il 10,8% proposto dalla Commissione. In altre parole, l’Europa del prossimo settennio ridimensiona strutturalmente il proprio impegno nel mondo, scegliendo di tagliare in modo sproporzionato proprio dove i bisogni globali — conflitti, cambiamenti climatici, crisi sanitarie — sono in crescita.

Pesa anche il confronto con altri capitoli: i sostegni a Ucraina (100 miliardi di euro in una riserva esterna al bilancio), competitività e difesa vengono tutelati o potenziati. L’azione esterna paga il conto più salato.

Il contesto: la cooperazione internazionale è già sotto attacco

La proposta irlandese arriva in un momento in cui l’architettura globale degli aiuti allo sviluppo è già sotto stress straordinario. I dati OCSE preliminari per il 2025 mostrano un crollo dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo globale del 23,1% in termini reali rispetto all’anno precedente — il calo più netto mai registrato — con il solo ritiro degli Stati Uniti (-56,9%) che pesa per la fetta maggiore. In questo scenario, il ruolo dell’UE come principale donatore multilaterale avrebbe potuto — e dovuto — diventare ancora più centrale. Invece, la proposta di bilancio va nella direzione opposta.

Barry Andrews, eurodeputato irlandese di Renew Europe e presidente della Commissione per lo Sviluppo del Parlamento europeo, ha definito il taglio “un grave errore”. La sua posizione è che un’Europa che investe meno nell’azione esterna perde la capacità di stabilizzare i paesi partner proprio nel momento in cui conflitti, instabilità politica e shock climatici ne aumentano la vulnerabilità. Meno cooperazione oggi, più crisi da gestire domani — spesso a costi molto più alti.

La risposta della società civile

A pochi giorni dalla circolazione del documento, le organizzazioni della società civile europea hanno pubblicato congiuntamente un’analisi critica della proposta irlandese. Il giudizio è netto: i tagli sono “sproporzionati” e rischiano di compromettere proprio la capacità dell’UE di essere un attore geopolitico credibile. I punti più critici sollevati dal documento delle CSOs:

Africa subsahariana sempre più marginalizzata. I tagli al pilastro africano si aggiungono a una tendenza preoccupante: nel 2023 la quota di ODA europeo investita in Africa era scesa al 14%, il livello più basso dal 1990. Pur con un lieve rimbalzo al 15% nel 2024, la narrativa dell’”Africa come partner prioritario” non trova riscontro nelle cifre di bilancio. Le organizzazioni chiedono l’introduzione di un minimo vincolante per l’Africa subsahariana, sul modello di quanto previsto nell’attuale NDICI.

Il Pilastro Globale è quello che paga di più. Con un taglio del 24,5%, il fondo per il multilateralismo — quello che finanzia la salute globale, la biodiversità, le risposte alle pandemie, il clima — viene quasi svuotato. Eppure è proprio questo pilastro a rappresentare “la prima linea di difesa” dell’Europa contro crisi globali che, se non gestite alla fonte, hanno costi ben maggiori quando arrivano alle porte europee.

Nessun obiettivo per lo sviluppo umano. La proposta include un target del 10% per la migrazione — non più in parentesi, segnale che c’è già consenso — ma non prevede alcun obiettivo vincolante per salute, istruzione, protezione sociale. Le CSOs chiedono che almeno il 20% del GEI sia destinato allo sviluppo umano.

Meno flessibilità per le crisi. Il taglio al cuscinetto (-24%) e alla margine di riserva del Heading 3 (-70%, contro -50% per gli altri capitoli) riduce drasticamente la capacità dell’UE di rispondere a emergenze impreviste. In un mondo sempre più instabile, questa è una scelta che potrebbe rivelarsi costosa.

I fondi non tornano alle linee di origine. Le CSOs segnalano un problema tecnico ma dalle implicazioni importanti: i fondi non spesi (de-commitments) non torneranno automaticamente alle linee di bilancio dell’azione esterna, rischiando di essere dirottati verso altre priorità. Nell’attuale NDICI questa protezione esiste: deve essere confermata anche nel nuovo strumento.

Cosa chiedono le CSOs ai leader europei

Il documento formula sei richieste concrete ai leader dell’Unione:

  1. Respingere i tagli sproporzionati al Heading 3 e al GEI, mantenendo almeno il 10,8% del bilancio totale per l’azione esterna;
  2. Invertire i tagli all’Africa subsahariana, al Pilastro Globale e al cuscinetto di flessibilità;
  3. Accordarsi su nuove risorse proprie (tasse europee autonome) che generino almeno 60 miliardi di euro all’anno — ricercatori citati nel documento stimano che una combinazione di tasse sul lusso, sui patrimoni, sull’aviazione, sui servizi digitali e sulle transazioni finanziarie potrebbe raccogliere fino a 100 miliardi annui;
  4. Garantire che almeno il 20% del GEI sia dedicato allo sviluppo umano;
  5. Assicurare che i de-commitments tornino alla linea di bilancio di origine;
  6. Escludere i costi del debito per il prestito a sostegno dell’Ucraina dal tetto del bilancio MFF, evitando che gravino sulle risorse per l’azione esterna.


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