Uno sgombero dietro l’altro. Baracche che vengo rimosse e che risorgono poco più in là. Una baraccopoli che diventa una
tendopoli, una tendopoli che ritorna a essere una baraccopoli. Potrebbe essere descritta così la storia del ghetto di San Ferdinando, nato nel 2010 dopo la rivolta di Rosarno, che negli anni è arrivato a ospitare oltre 3mila persone. A seguito della riv olta si realizzarono un campo container a Rosarno e una tendopoli a San Ferdinando. Il campo container è s tato smantellato nel 2024 e i circa cento ospiti trasferiti nel “villaggio della solidarietà”, costruito su un bene confiscato alla cosca Bellocco nel 2013, mai utilizzato, e poi vandalizzato. Nel 2018 un incendio, provocato
da un braciere lasciato acceso per scaldarsi, ha causato la morte di Suruwa Jaithe, 18 anni proveniente dal Gambia.
Nel 2019 viene pubblicato un rapporto, Special Rapporteur delle Nazioni Unite che denuncia l’insediamento di San Ferdinando e di Borgo Mezzanone in Puglia, visitati ad ottobre 2018, descrivendoli come luoghi di una forma di schiavitù. Sempre in quell’anno c’è stato l’ultimo significativo sgombero prima di quello avvenuto alla fine di questo luglio che ha interessato circa 200 migranti.
Per rispondere alla nuova esigenza abitativa il Consiglio dei Ministri ha stanziato nel decreto PA 150 milioni di euro. Certo ci si potrebbe chiedere come mai lo sgombero e i 150 milioni siano arrivati proprio in questo momento, dopo che dei 200 milioni messi a disposizione dal Pnrr il nostro paese ne ha spesi solo il 10%, e che nello specifico dieci ero destinati anche a San Ferdinando, anch’essi inutilizzati.
Per la segretaria generale della Uila, Enrica Mammucari “lo sgombero della baraccopoli di San Ferdinando è una notizia positiva perché restituisce dignità a lavoratrici e lavoratori che per anni hanno vissuto in condizioni inaccettabili. Chiudere le baraccopoli è necessario, ma non possiamo illuderci di aver risolto il problema. Tra poche settim ane migliaia di braccianti torneranno in Calabria per le campagne di raccolta e l’emergenza abitativa rischia di ripresentarsi. In questo senso abbiamo apprezzato l’articolo 8 del Dl pubblica amministrazione, appena approvato in Consiglio dei ministri che affida al Commissario straordinario, per altri tre anni, il compito di predisporre un Piano pluriennale per il superamento degli insediamenti abusivi dei lavoratori agricoli migranti, stanziando risorse per interventi finalizzati a soluzioni abitative dignitose e stabili”.
“Il contrasto allo sfruttamento non può limitarsi alla sola e giusta repressione del caporalato, ma deve affrontarne anche le cause sociali, a partire dalle condizioni abitative di migliaia di lavoratrici e lavoratori agricoli. Il lavoro irregolare in agricoltura – prosegue Mammucari – si fonda su tre pilastri. I caporali svolgono il loro ruolo agendo nell’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro, nei servizi di trasporto e nella messa a disposizione di alloggi per lavoratori. Per questo, il superamento degli insediamenti abusivi e la predisposizione di alloggi per i lavoratori rappresenta una leva di contrasto all’illegalità”.
Per la numero uno della Uila “la vera sfida, però, non è soltanto chiudere le baraccopoli ma è costruire comunità fondate sulla legalità, sulla dignità del lavoro e sull’inclusione, trasformando una criticità sociale in una grande opportunità di sviluppo per l’Italia ed un rinascimento culturale e socio economico di cui il nostro paese ha urgenza. Per questo la Uila propone di investire nella realizzazione di villaggi rurali inclusivi, in prossimità o all’interno delle aziende agricole rispettose dei contratti e delle leggi, anche attraverso il recupero di edifici e il finanziamento di moderne case mobili, superando così definitivamente la logica dei ghetti e delle soluzioni temporanee. Non semplici alloggi, ma vere comunità integrate nei territori, dove la responsabilità sociale delle imprese torni protagonista e dove lavoro, casa, servizi, formazione, mobilità e inclusione siano parte di un unico progetto”.
Oltre che rappresentare soluzioni abitative per i lavoratori agricoli “i villaggi rurali inclusivi possono diventare uno strumento concreto per il rilancio delle aree interne e montane. In Italia esistono migliaia di abitazioni vuote, borghi che si spopolano e territori che soffrono l’abbandono. Recuperare questo patrimonio e destinarlo ai lavoratori agricoli e alle loro famiglie significa creare nuove comunità multiculturali, sostenere i servizi locali e contrastare il declino demografico e dissesto idrogeologico. Un grande piano per l’occupazione nella filiera agro ambientale alimentare del nostro paese”.
“Per farlo occorre mettere in rete risorse pubbliche, fondi europei, investimenti privati e strumenti di welfare territoriale. Accanto all’agricoltura, questi progetti possono generare occupazione nella manutenzione ambientale e forestale, nella prevenzione del dissesto idrogeologico, nella cura del paesaggio, nella valorizzazione delle filiere boschive e dei servizi all’agricoltura e di comunità”.
“Per realizzare tutto ciò è fondamentale convocare al più presto il Tavolo nazionale di contrasto al caporalato perché il superamento dei ghetti richiede una strategia unitaria capace di mettere insieme legalità, trasporti, servizi, intermediazione regolare della manodopera, inclusione sociale e sviluppo territoriale. Solo attraverso una cabina di regia condivisa tra Governo, parti sociali, enti locali – sostiene Mammucari – sarà possibile rendere davvero efficaci le misure previste. In questa governance, un ruolo strategico può essere svolto dagli stessi Enti bilaterali agricoli, che rappresentano uno strumento fondamentale di dialogo sociale a cui la stessa legge 199/2016 riconosce un importante ruolo all’interno delle sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualità che oggi dobbiamo rendere pienamente efficaci”.
“La Prefettura si è mossa in modo giusto per modalità e tempistiche, perché ha evitato lo scontro, in un contesto non facile dove molte persone abitavano lì da anni, e lo ha fatto in un momento nel quale le presenze erano davvero ridotte al minimo. E siamo soddisfatti che quello che era diventato un proprio inferno in terra, con condizioni anche peggiori di quelle di altri ghetti come Borgo Mezzanone o Torretta Antonacci, dove cominciavano a diffondersi malattie ed erano presenti casi di forte fragilità psichiatrica, sia stato sgomberato. Detto questo non c’è stato nessun coinvolgimento del sindacato, delle parti sociali e delle associazioni” afferma Matteo Bellegoni, capo dipartimento politiche migratorie e legalità della Flai-Cgil.
Nonostante lo stanziamento dei 150 milioni nel decreto Pa permangono le preoccupazioni della Flai, che sottolinea come “il governo ancora taccia e non abbia spiegato ai cittadini italiani e ai lavoratori agricoli perché non abbia speso le risorse del Pnrr”. Il piano abitativo dovrà essere il prima possibile operativo, attraverso una rapida attuazione del decreto. Inoltre non si dovranno ricreare nuovi ghetti, seppur “decorosi” e in case di muratura, ma sempre lontani dagli altri centri abitati ed esclusi da qualsiasi servizio.
Ma i timori del sindacato riguardano anche l’immediato post sgombero “perché le soluzioni trovate non hanno riguardato tutti, alcuni sono rimasti esclusi. Gli alloggi messi a disposizione non riescono a coprire l’intero fabbisogno abitativo e dobbiamo considerare che tra settembre e ottobre è possibile che arrivino quasi 2mila persone nella piana di Gioia Tauro. Inoltre non sempre i più fragili, i più vulnerabili e quelli senza permesso di soggiorno sarebbero stati presi in carico” afferma Bellegoni. Un altro problema che si è creato subito dopo lo sgombero è il fatto che “alcuni braccianti sono venuti da altre parti d’Italia, lasciando la propria occupazione e il luogo nel quale dimoravano, con la speranza di trovare un sistemazione migliore in vista della stagione, cosa che non è avvenuta”.
Tommaso Nutarelli
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