energia e AI complicano le scelte della Fed


A guardare gli indici, quella di ieri potrebbe sembrare una seduta di cui c’è poco da ricordare. Lo S&P 500 ha chiuso a -0,02%, il Nasdaq 100 ha ceduto lo 0,31% e il Dow Jones lo 0,35%. In Europa, Stoxx 600 a -0,10% e FTSE Mib appena sopra la parità (+0,04%). Numeri che, presi da soli, suggeriscono un mercato in attesa. Peccato che, nel frattempo, stiano succedendo parecchie cose.

Dall’effetto “casino” innescato dalle parole di Hock Tan, amministratore delegato di Broadcom, alle vendite sui semiconduttori, fino al Kospi sudcoreano, che anche oggi ha chiuso in calo, completando sei sedute consecutive di ribasso e portandosi a oltre un terzo di distanza dai massimi di giugno. Un movimento che racconta quanto rapidamente gli investitori stiano rivalutando aspettative e margini di profitto dell’industria dell’intelligenza artificiale.

La domanda di chip resta sostenuta. Il punto, semmai, è quanto possa continuare a crescere e soprattutto quanti degli investimenti annunciati riusciranno a produrre rendimenti adeguati. Una distinzione sulla quale Wall Street sta diventando decisamente più esigente.

La stessa domanda, curiosamente, è emersa dalle trimestrali delle grandi banche americane. Non tanto dai conti, quanto dalle parole dei loro amministratori delegati.

JPMorgan ha chiuso il trimestre con 15,3 miliardi di dollari di utili, ricavi in crescita dell’8% e un rendimento del capitale tangibile del 20%. Risultati che non hanno comunque impedito una delusione rispetto alle attese sugli utili. Goldman Sachs ha superato le previsioni, mentre Citigroup, nonostante profitti superiori al consenso, ha perso oltre il 5% in Borsa, registrando la peggiore seduta dal periodo del Liberation Day.

Ma è soprattutto una scelta di Jamie Dimon a meritare attenzione. JPMorgan ha ridotto i riacquisti di azioni proprie a circa 1,6 miliardi di dollari, dai 6,7 miliardi del trimestre precedente. La banca dispone ancora di capitale in eccesso, ma Dimon ritiene di poterlo impiegare meglio altrove. Ai prezzi attuali delle azioni JPMorgan, investire nell’attività bancaria e nelle opportunità offerte dall’economia promette rendimenti più interessanti rispetto all’acquisto di titoli propri. Una considerazione non banale, soprattutto pronunciata da chi conosce bene il valore del capitale e dispone delle risorse per continuare a remunerare gli azionisti.

Dimon continua tuttavia a richiamare l’attenzione sull’inflazione, sui prezzi elevati degli asset e sui rischi geopolitici. Durante la conference call ha ribadito che JPMorgan deve essere preparata anche a scenari difficili, compresa l’eventualità di un Treasury decennale al 6%, precisando che prepararsi a un rischio non significa prevederne la realizzazione. La banca ha contabilizzato 2,7 miliardi di dollari di oneri per perdite su crediti, compresi 539 milioni di incremento netto delle riserve, chiarendo che gli accantonamenti aggiuntivi sul portafoglio corporate dipendono soprattutto da nuove operazioni e non da un deterioramento generalizzato della qualità del credito.

David Solomon, da Goldman Sachs, ha portato il ragionamento direttamente nel settore dell’intelligenza artificiale. La costruzione dei data center richiede capitali enormi e, se la domanda di finanziamenti continuerà a crescere, anche il loro costo potrebbe aumentare. Con una conseguenza piuttosto semplice: progetti economicamente sostenibili con determinati tassi d’interesse potrebbero non esserlo più a rendimenti più elevati.

Solomon non mette in discussione la domanda di capacità di calcolo, che considera ancora superiore all’offerta. Mette piuttosto in discussione l’idea che tutti gli investimenti destinati a soddisfarla possano essere ugualmente redditizi.

E sul mercato obbligazionario ha offerto un’altra osservazione interessante. Un Treasury decennale al 5%, secondo Solomon, non impedisce necessariamente ai mercati dei capitali di funzionare. Il problema nasce quando i rendimenti si muovono troppo rapidamente, costringendo imprese e investitori a rivedere valutazioni e condizioni di finanziamento.

Anche il Fondo Monetario Internazionale, nel World Economic Outlook pubblicato ieri, ha riconosciuto il contributo degli investimenti nell’intelligenza artificiale alla crescita mondiale, rivedendo dal 3,0% al 3,1% la previsione per il 2026. Ma ha contemporaneamente richiamato l’attenzione sui rischi legati all’energia, all’indebitamento e alla sostenibilità delle valutazioni finanziarie.

Intanto, i numeri dell’economia reale continuano a sorprendere. Le esportazioni cinesi di settembre sono aumentate del 36,3% su base annua, sostenute in particolare dai prodotti tecnologici. ASML ha annunciato questa mattina ricavi trimestrali per 11,7 miliardi di euro e un utile netto di circa 5 miliardi, accompagnati da un miglioramento delle prospettive annuali. Numeri che sembrano raccontare un’industria dei semiconduttori ancora sostenuta dagli investimenti, proprio mentre i mercati iniziano a interrogarsi sulla sostenibilità dei rendimenti futuri.

Ma alle 14:30 italiane, quando verrà pubblicato il CPI americano di settembre, molti di questi temi potrebbero tornare a convergere su un’unica domanda: quanto ancora dovrà essere restrittiva la Federal Reserve?

Il consenso prevede un’accelerazione dell’inflazione complessiva al 3,6% annuo, dal 3,4% di agosto, con prezzi in aumento dello 0,6% mensile contro il precedente 0,4%. Il dato core dovrebbe invece salire dal 2,4% al 2,5% annuo, ma rallentare dallo 0,3% allo 0,2% su base mensile.

Se queste stime saranno confermate, ci troveremo davanti a un’inflazione che accelera nel suo dato complessivo mentre quella sottostante mostra qualche segnale di moderazione. A spiegare buona parte della divergenza sarebbe l’energia, con la benzina che secondo le stime avrebbe registrato un rincaro vicino al 9% nel solo mese di settembre.

È un problema per la Federal Reserve, e non soltanto perché l’inflazione resta superiore all’obiettivo. Un conto è un aumento dei prezzi alimentato da consumi eccessivamente vivaci, salari e domanda interna. Un altro è un rincaro dell’energia che aumenta i costi delle imprese e riduce il potere d’acquisto delle famiglie. Nel primo caso, tassi più elevati possono contribuire a raffreddare l’economia. Nel secondo, la politica monetaria può limitare la trasmissione dello shock agli altri prezzi, ma non può produrre un barile di petrolio in più.

A complicare ulteriormente il quadro interviene il ciclo degli investimenti tecnologici. Il boom dell’intelligenza artificiale sostiene la crescita e promette guadagni di produttività nel lungo periodo, ma richiede oggi enormi quantità di capitale, energia, semiconduttori e infrastrutture.

Lo shock energetico esercita una pressione negativa sull’offerta, mentre quello tecnologico sostiene investimenti e domanda. Due forze con effetti differenti sulla crescita che possono però contribuire entrambe ad alimentare pressioni inflazionistiche.

La Fed si trova così a dover gestire un’inflazione con motori differenti utilizzando essenzialmente lo stesso strumento: il costo del denaro.

A settembre la banca centrale ha già alzato i Fed Funds di 25 punti base, portandoli nell’intervallo 3,75%-4,00%. I mercati, però, si confrontano con rendimenti obbligazionari molto più elevati: il Treasury decennale si muove intorno al 5,2%, mentre il biennale è vicino al 4,8%.

Alla vigilia del CPI, il CME FedWatch attribuiva circa il 20% di probabilità a un nuovo rialzo di 25 punti base nella riunione del 28 ottobre, mentre la probabilità di almeno un ulteriore aumento entro dicembre si collocava intorno all’88%.

Il mercato considera dunque probabile una nuova stretta entro fine anno, ma ritiene più plausibile che la Fed si prenda ancora del tempo.

C’è però un altro numero che aiuta a capire perché la banca centrale non possa permettersi di abbassare troppo presto la guardia. Ad agosto il CPI core era al 2,4%, ma il core PCE, l’indice sottostante delle spese per consumi personali, risultava ancora al 3,0%.

Sei decimi di differenza. Un divario rilevante, considerando che è il PCE, nella sua misura complessiva, il riferimento ufficiale dell’obiettivo di inflazione del 2% della Federal Reserve. Le due misure hanno metodologie e ponderazioni differenti. Le proiezioni pubblicate dalla Fed a settembre indicano del resto un’inflazione PCE complessiva del 3,7% e una core del 3,4% a fine 2026. Ancora lontane dall’obiettivo.

C’è anche una particolarità nel calendario. Il prossimo PCE, relativo a settembre, arriverà il 29 ottobre, il giorno successivo alla decisione del FOMC. La Fed dovrà quindi decidere senza conoscere il dato completo dell’indicatore sul quale misura il raggiungimento del proprio obiettivo.

Il CPI di oggi assume così un’importanza superiore al consueto, perché alcune delle sue componenti permetteranno agli economisti di affinare le stime del PCE.

Ma non tutti gli scenari avrebbero lo stesso significato. Un’accelerazione concentrata nella componente energetica, accompagnata da una moderazione dell’inflazione sottostante, sarebbe diversa da un aumento diffuso ai servizi e alle altre componenti core. Nel primo caso la Fed potrebbe trovarsi a gestire uno shock prevalentemente esogeno. Nel secondo avrebbe maggiori ragioni per preoccuparsi della persistenza dell’inflazione e della necessità di mantenere condizioni monetarie restrittive.

Per i mercati, dunque, il problema non sarà soltanto capire se il CPI supererà o meno le aspettative. Sarà capire quale inflazione sta aumentando e quanto la Fed possa effettivamente fare per contrastarla.

Bitcoin, il recupero deve ancora convincere

Bitcoin si presenta all’appuntamento con l’inflazione intorno agli 83.700 dollari, dopo essere scivolato in prossimità degli 81.000. Un recupero che ha permesso di allontanarsi dai minimi recenti, ma che per il momento trova un riscontro solo parziale nei flussi degli ETF spot americani.

Il 13 ottobre i fondi hanno registrato afflussi netti per circa 175,6 milioni di dollari. Una giornata positiva che non cancella però il saldo negativo di circa 600 milioni delle ultime cinque sedute. Anche il bilancio da inizio ottobre resta in rosso, per circa 278 milioni.

Naturalmente, gli ETF americani non rappresentano l’intero mercato spot di Bitcoin. Restano però un indicatore importante per misurare una componente della domanda istituzionale e verificare se i rialzi siano accompagnati da nuovi capitali.

Nel frattempo, il mercato dei derivati presenta due aree da seguire. La heatmap delle liquidazioni evidenzia una concentrazione di posizioni potenzialmente vulnerabili tra 84.400 e 84.800 dollari. Un superamento di quest’area potrebbe innescare chiusure forzate delle posizioni short, alimentando un’accelerazione rialzista.

Heatmap delle liquidazioni di Bitcoin con concentrazione di liquidità tra 84.400 e 84.800 dollari e nell’area 80.400-80.900 dollari

Sul lato opposto, tra 80.400 e 80.900 dollari, si concentra un’altra zona di liquidità, dove una discesa dei prezzi potrebbe provocare liquidazioni di posizioni long.

Con il CPI in arrivo, questa configurazione diventa particolarmente interessante. Un’inflazione core inferiore alle attese, soprattutto se accompagnata da rendimenti reali in calo e da un indebolimento del dollaro, potrebbe favorire una ripresa della propensione al rischio. Bitcoin avrebbe così l’occasione di mettere alla prova la fascia superiore delle liquidazioni.

Un dato più elevato del previsto, invece, potrebbe riportare pressione sui Treasury, sostenere il dollaro e rendere più difficile il recupero delle criptovalute. In questo scenario, la zona degli 81.000 dollari tornerebbe rapidamente sotto osservazione, con il rischio di ulteriori accelerazioni verso l’area inferiore di liquidità.

Wall Street arriva al dato sull’inflazione con una stagione delle trimestrali che continua a mostrare utili, investimenti e domanda industriale ancora sostenuti. Ma anche con un mercato obbligazionario che impone un costo del capitale sempre più impegnativo.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม