«Mia sorella è bipolare»: la storia di Alemthay e la vita oltre una diagnosi


Una storia personale che parla a molte famiglie

Che cosa cambia quando, dopo anni di domande e momenti difficili, arriva una diagnosi capace di dare un nome a ciò che si è vissuto? E come si fa a guardare al proprio passato senza lasciare che quella parola diventi l’unica definizione possibile di sé?

Sono domande che attraversano “Mia sorella è bipolare”, opera prima di Alemthay Gebremeskel, autrice italo-eritrea nata a Napoli nel 1986, laureata in Lettere moderne e Filosofia all’Università Federico II. Il libro, pubblicato da Giannini Editore nella collana La Cisterna, parte da una vicenda personale per affrontare un tema che riguarda molte persone: il rapporto tra identità, sofferenza psichica e possibilità di ricostruire un equilibrio.

Il titolo richiama immediatamente la dimensione familiare. La salute mentale, infatti, non si esaurisce nell’esperienza individuale: coinvolge anche chi vive accanto alla persona, cerca di comprenderla e talvolta non sa come aiutarla. Ma il racconto di Gebremeskel sposta lo sguardo oltre il punto di vista di chi osserva dall’esterno. Al centro c’è la persona che prova a interpretare ciò che le è accaduto e a trovare parole per raccontarlo.

Il momento in cui il passato assume un significato diverso

La narrazione comincia quando l’autrice è già consapevole della propria diagnosi. Da qui si muove a ritroso, ripercorrendo le tappe della sua storia, dal primo episodio maniacale vissuto in Australia al difficile ritorno a casa.

La scelta narrativa ha un significato preciso: una diagnosi può cambiare il modo in cui una persona rilegge ciò che ha vissuto, ma non cancella le domande che restano aperte.

Riguardare il passato attraverso una nuova consapevolezza può aiutare a riconoscere esperienze prima difficili da interpretare. Allo stesso tempo, può richiedere un lavoro complesso per distinguere ciò che appartiene alla malattia da ciò che riguarda la propria personalità, i desideri, le relazioni e le scelte.

Nel libro, la scrittura diventa uno strumento di indagine. Non soltanto il racconto di eventi, ma un tentativo di mettere in relazione cuore e mente, emozioni e pensieri, frammenti di esperienza che sembrano non trovare un ordine definitivo.

Scrivere significa provare a ricomporre una storia senza fingere che le sue contraddizioni siano scomparse. È anche questo a rendere una testimonianza autobiografica interessante per chi non conosce direttamente il disturbo bipolare: mostra la complessità di un’esperienza che non può essere ridotta a una definizione clinica.

Disturbo bipolare: non è una semplice alternanza di umore

Nel linguaggio quotidiano l’espressione “bipolare” viene spesso utilizzata con leggerezza per descrivere una persona che cambia idea, è indecisa o passa rapidamente da un’emozione all’altra. È una semplificazione che rischia di alimentare equivoci e pregiudizi.

Il disturbo bipolare è una condizione psichiatrica caratterizzata da episodi dell’umore che possono comprendere fasi depressive e fasi maniacali o ipomaniacali, con caratteristiche e intensità differenti. Non coincide con i normali cambiamenti emotivi che tutti sperimentiamo e non può essere riconosciuto attraverso un’impressione o un comportamento isolato.

La diagnosi richiede una valutazione specialistica della storia clinica e dei sintomi. Anche il percorso di cura deve essere personalizzato, con un’assistenza che può integrare trattamenti farmacologici, interventi psicologici e sostegno nel contesto di vita, secondo le necessità della persona.

Le difficoltà diagnostiche possono essere rilevanti: alcuni segnali, soprattutto nelle fasi iniziali, possono essere confusi con altre condizioni. Per questo è importante rivolgersi ai professionisti sanitari quando cambiamenti persistenti dell’umore, del sonno, dell’energia o del comportamento compromettono il benessere e la vita quotidiana.

Le indicazioni del Ministero della Salute sottolineano il valore di una presa in carico adeguata e della rete territoriale dei servizi di salute mentale. (Ministero della Salute)

Il peso di una diagnosi tardiva e le domande che restano

Nel percorso di Gebremeskel, la diagnosi tardiva ha rappresentato un passaggio importante. Arrivare a una spiegazione dopo aver attraversato momenti difficili può offrire una chiave di lettura, ma può anche aprire nuove domande: che cosa sarebbe cambiato se avessi capito prima? Come posso interpretare quello che è successo? Quale parte della mia vita posso riprendere in mano?

Non esiste una risposta uguale per tutti. La diagnosi non riscrive automaticamente il passato e non risolve da sola le difficoltà presenti. Può però diventare un punto di partenza per comprendere meglio i propri bisogni, riconoscere eventuali segnali di ricaduta e costruire, con il supporto adeguato, strategie per affrontare la quotidianità.

L’autrice racconta oggi di lavorare a Napoli e di aver raggiunto due anni di stabilità senza episodi maniacali. È un dato personale, non una promessa valida per ogni percorso clinico. Ha però un valore narrativo importante: la storia non si ferma al momento della crisi e non coincide con il momento in cui viene formulata la diagnosi.

Parlare di salute mentale significa anche lasciare spazio ai percorsi di cura, ai periodi di maggiore stabilità, alle difficoltà che possono riaffacciarsi e alla possibilità di continuare a progettare il futuro.

La famiglia: vicinanza, paura e bisogno di capire

Quando una persona riceve una diagnosi psichiatrica, anche i familiari possono trovarsi davanti a un’esperienza difficile da decifrare. Possono provare preoccupazione, sentirsi impotenti, non sapere come intervenire oppure oscillare tra il desiderio di proteggere e il bisogno di lasciare autonomia.

La vicinanza è preziosa, ma non significa dover diventare terapeuti o assumersi da soli la responsabilità della cura. Aiutare una persona non vuol dire controllarne ogni scelta: significa ascoltare, riconoscere le difficoltà e favorire, quando necessario, il contatto con professionisti e servizi competenti.

Anche chi assiste ha bisogno di informazioni e sostegno. I Dipartimenti di salute mentale e i Centri di salute mentale rappresentano punti di riferimento del Servizio sanitario nazionale per l’assistenza territoriale alle persone con problemi psichici. Informarsi sui servizi disponibili nella propria zona può essere un primo passo concreto per non affrontare tutto in solitudine. (Ministero della Salute – La rete dei servizi per la salute mentale)

La salute mentale non riguarda soltanto chi ha una diagnosi

La storia di Alemthay Gebremeskel si inserisce in una questione che supera i confini di Napoli e della Campania. In tutta Italia, la salute mentale interpella famiglie, luoghi di lavoro, scuole, servizi sanitari e comunità. Il Ministero della Salute monitora l’assistenza attraverso il Sistema informativo per la salute mentale, che raccoglie dati nazionali sugli interventi e sulle prestazioni rivolti alle persone con problemi psichiatrici. (Ministero della Salute – Rapporto sulla salute mentale)

Ma accanto ai servizi e alle cure c’è una dimensione culturale meno misurabile: il modo in cui parliamo delle persone che stanno male.

Una parola usata come insulto, una diagnosi trasformata in un’etichetta, l’idea che una condizione psichiatrica definisca interamente il carattere di qualcuno possono rendere più difficile chiedere aiuto e raccontare la propria esperienza.

Il libro invita a cambiare prospettiva. Non a negare la malattia, né a trasformare il racconto personale in una spiegazione valida per tutti, ma a riconoscere che una persona può convivere con un disturbo senza esaurirsi in esso. La sua storia comprende anche il lavoro, gli affetti, le ambizioni, le fragilità e il desiderio di dare un significato a ciò che ha attraversato.

A Napoli un incontro per ascoltare la storia dalla voce dell’autrice

Alemthay Gebremeskel a Napoli ha presentato “Mia sorella è bipolare” negli spazi dell’Officina Tabularasa, a Bagnoli, Napoli. A dialogare con l’autrice Claudia Fiorillo e Francesca Liberti. L’appuntamento ha offerto l’occasione di avvicinarsi a un libro che usa la scrittura per esplorare il rapporto tra diagnosi e identità, tra ciò che si è vissuto e ciò che si può ancora costruire.

Il valore di una testimonianza come questa non sta nel fornire una formula per comprendere tutte le persone con disturbo bipolare. Sta, piuttosto, nel ricordare che ogni esperienza è singolare e che ascoltare può essere un modo per ridurre la distanza tra chi vive una sofferenza e chi cerca di capirla.

Perché una diagnosi può dare un nome a una condizione, ma non può raccontare da sola tutta una vita.

Fonti: Ministero della Salute – Che cos’è la salute mentale; Ministero della Salute – La rete dei servizi per la salute mentale; Ministero della Salute – Rapporto sulla salute mentale; Istituto Superiore di Sanità – Salute mentale


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