“Vidi ca chista è bona”. Il caso Cefpas e le donne trattate come oggetti


“Sì, ma puru graziusa ni servi, compà, tutti cosi avi aviri”. In una Sicilia che prova faticosamente a liberarsi da certe logiche, ci sono parole che riportano indietro di decenni. Non sono frasi pronunciate al bar. Non sono battute di cattivo gusto sfuggite durante una cena tra amici. Sono parole che emergono da un’inchiesta giudiziaria e che vengono attribuite a un uomo delle istituzioni, a un deputato regionale che per anni ha esercitato potere e influenza. Si chiama Riccardo Gallo Afflitto, è di Forza Italia, travolto dallo scandalo della “parentopoli” al Cefpas.

 

Gallo Afflitto, parlando di un’altra ragazza, esordì: “Una brava persona, guarda, peccato che era zita… mi parsi sprecata, chi minchia zita chista, mah… almeno n’addivirtivamu”.

E ancora, di un’altra donna, ha richiesto la foto al suo pupillo Livio Facciponte, fotografo di Canicattì e coordinatore cittadino di Forza Italia Giovani: “Videmmu se è bona”.

Facciponte dovrebbe dimettersi subito, lasciare la politica.

 

Non solo intercettazioni

Il punto non è solo il contenuto delle intercettazioni, ma la naturalezza con cui vengono pronunciate. Non ci sono donne professioniste, non vengono valutate per competenze, capacità o risultati. No. Solo giudicate e selezionate come oggetti da esposizione. Accessori da scegliere sfogliando fotografie.

“Vidi ca chista è bona”.

 

Una frase che da sola racconta una concezione malata dei rapporti umani. Ancora peggio se inserita, come sostengono gli investigatori, in un contesto in cui incarichi, consulenze e opportunità professionali avrebbero potuto intrecciarsi con richieste di “accompagnamento” e valutazioni puramente estetiche.

Non siamo davanti a un episodio di maschilismo folkloristico. Non siamo davanti alla classica uscita infelice che qualcuno proverà a minimizzare con un’alzata di spalle.

Qui emerge una cultura del potere che considera le donne come qualcosa da utilizzare, esibire, scegliere o scartare. Se sono belle, vanno bene. Se non lo sono abbastanza, serve una foto. Se hanno il fisico giusto diventano “bombe”. Se sono fidanzate diventano meno interessanti.

Una persona normale prova imbarazzo leggendo certe parole. Chi esercita funzioni pubbliche dovrebbe provare vergogna. E dimettersi. Subito.

Perché mentre migliaia di donne studiano, lavorano, si specializzano e combattono ogni giorno per vedersi riconosciuto il proprio merito, c’è chi sembra fermo all’idea che il valore femminile possa essere misurato dalla lunghezza delle gambe o dall’avvenenza fisica.

 

Il problema non sono soltanto le parole. Il problema è il mondo che quelle parole descrivono.

Un mondo in cui il curriculum può valere meno di una fotografia. In cui una consulenza può diventare una ricompensa. In cui una donna smette di essere una persona e diventa un “souvenir” da accompagnamento.

Se le accuse saranno confermate dalla magistratura, non saremo davanti a una semplice pagina giudiziaria. Saremo davanti all’ennesima dimostrazione di quanto una certa politica abbia perso il contatto con il rispetto, con il merito e con la decenza.

E forse il danno più grande non è nemmeno quello che emerge dalle carte dell’inchiesta. È scoprire che qualcuno ha pensato che tutto questo fosse normale.

 

Le reazioni

La deputata di Forza Italia all’Ars, Margherita La Rocca Ruvolo, a proposito delle intercettazioni dell’indagine sul Cefpas pubblicate dalla stampa, ha parlato da donna delle istituzioni:

“Non posso che ribadire un principio che considero non derogabile né negoziabile: il rispetto della dignità, della libertà e della piena parità delle donne. Ogni linguaggio che riduca la persona a stereotipo, ogni atteggiamento che ne mortifichi il ruolo o ne sminuisca il valore umano e professionale appartiene a una cultura che non mi rappresenta e che non può trovare spazio nella società che vogliamo costruire.

 

Non si tratta, per me, di un’affermazione di principio. Non molto tempo fa – aggiunge la parlamentare – ho sperimentato personalmente quanto possano essere offensive e umilianti parole e giudizi che nulla hanno a che vedere con il merito, le competenze o il ruolo istituzionale di una donna. Esprimo solidarietà alle donne che sono state vittime di insulti e offese. Il valore, la dignità e il rispetto delle donne devono restare un punto fermo delle nostre comunità e della nostra azione pubblica. Su questo non possono esistere ambiguità né arretramenti”.

 

La deputata del M5S Ida Carmina si dice indignata per la cultura sessista e patriarcale che continua a considerare le donne non per le loro competenze, il loro merito e la loro professionalità, ma per il loro aspetto fisico e per la loro capacità di compiacere chi detiene il potere:

“Non è ammissibile la derubricazione di certe frasi e affermazioni come semplici espressioni scherzose o inopportune, perché esse rappresentano comunque una concezione degradante della donna, ridotta a oggetto di piacere, di valutazione estetica e persino di dominio. Una cultura che va respinta con assoluta fermezza, perché è la stessa cultura che alimenta discriminazioni, molestie e sopraffazioni e che costituisce il terreno sul quale si radicano le diverse forme di violenza contro le donne.

Le parole non sono mai neutre. Dietro certe espressioni c’è una visione della società che considera le donne come corpi da giudicare e utilizzare, anziché persone da rispettare. E tutto ciò è incompatibile con le istituzioni democratiche e con i valori di uguaglianza e dignità sanciti dalla Costituzione”.

 

Carmina unisce la propria richiesta di dimissioni del deputato Gallo Afflitto a quella avanzata dalla Cgil e da nove associazioni femminili:

“Non si tratta di sostituirsi alla magistratura, ma di affermare un principio fondamentale: chi rappresenta le istituzioni deve essere esempio di rispetto, uguaglianza e dignità umana, e le donne non possono essere ricattate per il bisogno di lavoro.

Chiedo giustizia per la dignità delle donne. Chiedo che la politica prenda le distanze in modo netto e inequivocabile da ogni cultura sessista e patriarcale che riduce le donne a oggetti. Su questi temi non possono esserci silenzi, ambiguità o calcoli di convenienza politica. La dignità delle donne non è negoziabile. E le istituzioni hanno il dovere di difenderla sempre”.




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