6 agosto 2026 – ore 11:00 – Sotto il fondale dell’Alto Adriatico, racchiuse tra strati di sabbia e argilla quasi impermeabile, potrebbero trovarsi importanti riserve di acqua a bassa salinità. Questa è l’ipotesi e l’obiettivo della ricerca attorno a cui concentra il progetto RESCUE, coordinato dall’Università degli Studi di Trieste e sviluppato con la partecipazione dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS. Si è infatti conclusa da poco la prima grande campagna di spedizione svolta sul campo, a bordo della nave rompighiaccio dell’OGS, la Laura Bassi. Questa missione rappresenta il punto di arrivo (o di partenza) di un progetto che si sviluppa ormai da diversi anni, ma che prima d’ora aveva potuto basarsi solo su modelli matematici, stime e informazioni indirette: “Questa è stata la prima fase fondamentale di raccolta di dati per la ricerca di queste preziose risorse di acqua” racconta infatti Cristina Corradin, ricercatrice dell’OGS e coordinatore scientifico della spedizione che, a bordo, si è occupata di coordinare gli obiettivi della ricerca e l’acquisizione scientifica insieme al gruppo di ricerca, al gruppo di gestione navale e all’equipaggio.
L’acquisizione di informazioni sul campo ha visto l’impiego di strumenti capaci di studiare il sottosuolo attraverso onde acustiche ed elettromagnetiche. “Si tratta di una soluzione che è stata impiegata per la prima volta nel contesto dell’Alto Adriatico” illustra la ricercatrice. “La nave ha acquisito dati per oltre 300 chilometri con diversi strumenti, alcuni con cavi lunghi fino a 600 metri trainati dalla nave. Questi strumenti hanno permesso di investigare il sottosuolo marino analizzando la risposta del terreno al segnale elettromagnetico: durante l’elaborazione dei dati sarà così possibile ricostruire la distribuzione della resistività elettrica del sottosuolo”. Il principio su cui si basa il metodo elettromagnetico è legato alla conducibilità elettrica dei sedimenti: “l’acqua salata, essendo ricca di ioni, conduce molto bene la corrente elettrica, mentre i sedimenti saturi di acqua dolce risultano più resistivi. In pratica, i dati ci permettono di individuare le zone in cui il segnale elettromagnetico si propaga più facilmente e quelle in cui incontra una maggiore resistenza. Lo strumento non può quindi dimostrare direttamente la presenza di un acquifero, ma è in grado di identificare anomalie geofisiche compatibili con la presenza di acqua a bassa salinità”.
Dunque l’obiettivo principale stava nell’investigare se, dove e in che quantità potrebbero trovarsi formazioni sature di acqua dolce o salmastra: i dati ottenuti dovranno ora essere elaborati e confrontati, un processo che “richiederebbe almeno sei mesi. Non possiamo ancora dire se ci sia effettivamente dell’acqua dolce ma, le evidenze indirette, sembrano indicarlo” precisa Corradin.
L’interesse per la zona del Nord Adriatico
L’Alto Adriatico era già stato oggetto di interesse negli anni ’70 da parte di Agip – oggi Eni. All’epoca, era stato perforato un pozzo a qualche chilometro dalla costa per la profondità di circa 4.500 metri, volto alla ricerca di idrocarburi ed erano state attraversate “formazioni interpretate come sature di acqua dolce o salmastra per diverse centinaia di metri”.
A questo elemento si aggiunge ciò che già si conosce sulla terraferma: in Friuli Venezia Giulia sono presenti numerosi pozzi utilizzati per l’approvvigionamento idrico, alcuni profondi fino a 500 metri, capaci di estrarre acqua dolce anche nelle aree costiere e lagunari senza mostrare particolari fenomeni di intrusione salina. “Sappiamo che lungo la costa gli acquiferi, anche a grandi profondità, contengono acqua dolce. Poiché la linea di costa è un confine geografico visibile in superficie, ma non rappresenta una barriera geologica nel sottosuolo, è plausibile che questi sistemi acquiferi possano estendersi anche sotto il fondale marino. È proprio questa ipotesi che stiamo verificando” osserva Corradin. “20mila anni fa il livello del mare era molto più a sud, arrivava circa a livello di Pescara e l’Adriatico settentrionale era una grande pianura. Gli stessi processi di formazione degli acquiferi terrestri attuali hanno agito all’epoca ed è probabile che parte di quest’acqua dolce si sia preservata”.
Una possibile risorsa per il territorio
Il progetto RESCUE vede la partecipazione, accanto all’Università di Trieste e all’OGS, anche dell’Università di Derby, l’Università di Malta e della società norvegese Ruden AS; tanti enti che non si muovono con il solo scopo di studiare gli acquiferi offshore dal punto di vista geologico: se positivi, i risultati potrebbero rappresentare una nuova risorsa per la collettività. “L’acqua dolce è un bene sociale, oltre che necessario alla vita” prosegue la ricercatrice. “Avere una riserva aggiuntiva a disposizione, non necessariamente destinata al consumo umano ma anche ad altri impieghi, potrebbe rappresentare un aiuto importante per la comunità”.
L’acqua eventualmente individuata, dunque, non sarebbe necessariamente destinata alla rete potabile: “Potrebbe avere differenti livelli di salinità, essere dolce oppure salmastra; ma anche nel secondo caso rappresenterebbe una risorsapreziosa. Se pensiamo alla desalinizzazione, agire sull’acqua salmastra richiederebbe meno energia rispetto a quella marina”.
Il gruppo di ricerca e prossimi step
Il momento della verità a tutti gli effetti arriverà solo attraverso una perforazione e il prelievo di una piccola quantità d’acqua da sottoporre alle analisi, passaggi che rientreranno nel prossimo progetto denominato Aqua-Shelf, il cui avvio è previsto per la fine del 2026. Il progetto potrà contare su un budgetcomplessivo di 2 milioni di €, di cui 500mila stanziati dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Il progetto RESCUE si è invece sostenuto su un contributo di 800mila € e durante la spedizione hanno collaborato anche istituti esterni, tra i quali il Monterey Bay Aquarium Research Institute della California, che ha fornito competenze specialistiche per l’impiego della strumentazione elettromagnetica.
Il progetto RESCUE conta una grande componente di giovani ricercatori, aspetto ancora poco comune soprattutto in attività scientifiche internazionali, caratterizzate da investimenti elevati e da una forte complessità tecnica. La spedizione sulla Laura Bassi ha accolto anche universitari, tra cui una studentessa magistrale dell’Università di Pisa e un dottorando dell’Università di Trieste, che “hanno potuto seguire le acquisizioni, affiancare i ricercatori durante i turni e contribuire alla preparazione dei rapporti scientifici. La presenza di giovani ricercatori e studenti è stata uno degli aspetti più belli della spedizione”, ha concluso la ricercatrice, lei stessa sotto la soglia dei 30 anni. “Si è creato un ambiente dinamico e collaborativo, in cui tutti avevano voglia di mettersi in gioco, confrontarsi e imparare”.
Articolo di Agata Cragnolin
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Agata Cragnolin
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