Non è il classico “ragazzo del fintech” che si improvvisa startupper sull’onda dell’hype, ma un imprenditore che ha costruito la propria traiettoria mattone dopo mattone, partendo dai tabaccai di provincia per arrivare ai tavoli dove si disegna il futuro dei pagamenti digitali. Domenico Trodella arriva al fintech passando per la fatica di una rete reale – edicole, centri multiservizi, sale scommesse, farmacie – e per la capacità di trasformare una piattaforma nata per le ricariche telefoniche in un’infrastruttura capace di dialogare con banche, concessionari di gioco e grandi operatori dell’e commerce.
Partiamo da qui: lei non è il prototipo del giovane startupper del fintech. Come si definirebbe?
Io mi considero un imprenditore “di bottega”, nel senso migliore del termine. Ho iniziato lontano dai riflettori, lavorando con i tabaccai, con le edicole, con chi tutti i giorni ha a che fare con i bisogni concreti delle persone. Da lì ho costruito, passo dopo passo, una piattaforma che oggi parla con il mondo bancario e con i grandi player dei pagamenti digitali, senza mai perdere il contatto con il territorio.
In questo percorso è arrivato anche un riconoscimento importante: il premio come “uomo dell’anno” del fintech. Che cosa rappresenta per lei?
È arrivato a febbraio 2026 ed è stato un momento simbolico. Non tanto per la targa in sé, quanto perché certifica un lavoro di anni su terreni complessi come la Psd2, l’open banking, il dialogo con le banche e con i regolatori. Per me quel premio dice che si può arrivare al fintech “alto” passando dalla prossimità, dai servizi apparentemente più banali, trasformandoli in infrastruttura digitale.
Torniamo indietro: da dove nasce la sua storia imprenditoriale?
Una decina di anni fa, con il mio allora socio, abbiamo lanciato una piattaforma di servizi per il mondo retail: tabaccai, edicole, piccoli esercizi. L’idea era semplice e ambiziosa insieme: semplificare ricariche telefoniche, bollette, bollettini, tutte quelle operazioni che richiedevano tempo e code allo sportello. All’inizio il progetto si chiamava MBSstore e prevedeva anche una rete fisica di negozi multiservizi, soprattutto al Sud, per competere con i grandi operatori delle spedizioni e dei servizi accessori.
Perché a un certo punto decide di abbandonare il modello fisico?
Perché ci siamo resi conto che non eravamo pronti, come mercato e come struttura, a scalare una rete retail di quel tipo. È stato un passaggio non indolore, ma necessario: abbiamo chiuso l’esperienza dei negozi e spostato il baricentro sul digitale. Così MBSstore è diventata MBSnet, una piattaforma che poteva crescere senza i vincoli dell’asset fisico e che ci ha permesso di iniziare a pensare in termini davvero scalabili.
Quando arriva la vera accelerazione del business?
La prima grande svolta arriva con il Decreto dignità, che ridisegna il mondo del gioco online. Alcuni grandi player notano la nostra piattaforma, nata per la fidelizzazione all’interno dei punti vendita, e iniziano a chiederci di brandizzarla sui loro network: punti servizi per l’e commerce, punti ritiro, nodi di pagamento. Quello ci spalanca le porte del mercato dei concessionari di scommesse online e ci dà volumi, complessità e visibilità.
Ed è da lì che si innesta il passaggio al fintech “puro”?
Esatto. Nel 2020 facciamo uno spin off della tecnologia e nasce Fintexa, la nostra fintech focalizzata sull’ecosistema della PSD2 e sull’open banking. Entriamo in modo strutturato nel mondo bancario, partecipiamo a fiere, cominciamo a sederci ai tavoli dove si discute di pagamenti, Api, nuove forme di interoperabilità. È il momento in cui capisco che la piattaforma nata per i tabaccai può diventare un pezzo dell’infrastruttura dei pagamenti di nuova generazione.
Come arriva l’incontro con Ulixe?
Ulixe ci osserva mentre cresciamo su questi fronti e decide che possiamo essere l’acceleratore giusto per la sua strategia nei pagamenti digitali. Dopo una trattativa articolata, nel novembre 2025 cediamo il 100% delle attività. Non la vivo come una “uscita”, ma come l’inizio di un nuovo capitolo: mettiamo insieme la loro rete – tra 5.000 e 7.000 esercizi in tutta Italia, dalle poste private ai centri multiservizi – con la nostra tecnologia e la nostra esperienza nella distribuzione di servizi digitali.
Che cosa offrivate già allora a questa rete di esercizi?
Già come MBSnet gestivamo un portafoglio completo: ricariche tecnologiche, Pagopa, bollo auto, F24, spedizioni, Spid, pec, ricariche di carte prepagate, punti ritiro tipo Fermopoint o Amazon Point, oltre a servizi collegati al gioco online. Era una sorta di “coltellino svizzero” dei servizi di prossimità. Con Ulixe abbiamo potuto innestare questa infrastruttura su una rete più ampia, con un progetto industriale più ambizioso.
Oggi Ulixepay che modello segue?
Il modello è dichiaratamente B2B2C. Da un lato c’è la rete di esercenti che entra in un circuito di pagamenti e servizi digitali; dall’altro c’è il consumatore finale, che potrà scaricare un wallet e usarlo nei negozi aderenti, con un’esperienza paragonabile a quella dei grandi player europei del pagamento via app. È la naturale evoluzione di un lavoro partito anni fa con le ricariche telefoniche.
Nel wallet entreranno anche cripto e, soprattutto, stablecoin. Non è una scommessa azzardata?
Per me la domanda non è se le stablecoin diventeranno parte del sistema dei pagamenti, ma quando. Lavoriamo già su questi temi: Ulixe partecipa al progetto di Lugano, una stablecoin cittadina molto utilizzata, che dimostra come una moneta ancorata a un valore stabile – euro, dollaro, oro, altri asset – possa trovare spazio nell’uso quotidiano. È meno volatile delle cripto “pure” e quindi più adatta alla massa.
In che orizzonte temporale immagina una loro diffusione “normale”?
Direi cinque anni perché diventi normale pagare in stablecoin. L’Italia si muove più lentamente, ma la fiducia è in crescita: se ne parla di più, se ne capiscono meglio i meccanismi e la natura “ancorata” rassicura. Il tema vero non è fare comprare Bitcoin a chi è già appassionato, ma trasformare le stablecoin in una moneta di uso quotidiano, integrata nei luoghi in cui oggi si paga con carta o contante.
Quanto pesa il fattore generazionale in questo passaggio?
Moltissimo. I cicli generazionali non sono più decennali: sono quasi quinquennali. Mio figlio, che ha poco più di vent’anni, non ha aperto un conto corrente tradizionale e vive tra app, social, punti, crediti digitali, monete complementari. Quando quella generazione diventerà la spina dorsale dell’economia reale, pagare in stablecoin sarà un gesto naturale quanto oggi strisciare una carta al Pos.
Parallelamente state lavorando anche sul fronte regolamentare. Che cosa vi manca per chiudere il cerchio?
Il tassello chiave è la licenza di istituto di pagamento, la licenza Psp. È, in pratica, l’autorizzazione di una banca centrale a svolgere una serie di attività tipicamente bancarie. Io la vedo come una patente per correre in serie A: cambia il modo in cui vieni percepito da banche, clienti e regolatori. Nella nostra roadmap, il 2027 è l’anno del lancio del wallet e il 2028 l’obiettivo per ottenere la licenza. A quel punto il passaggio sarà completato: da piattaforma per le ricariche in tabaccheria a player regolato nei pagamenti digitali di nuova generazione.
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Riccardo Venturi
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