Comunità, badanti e istituzioni pubbliche: proposta di un nuovo modello integrato per la non autosufficienza


L’assistenza agli anziani non autosufficienti è una delle sfide più urgenti e complesse per la tenuta del Servizio sanitario nazionale e dell’intero sistema di welfare. Eppure, nel nostro Paese, la parte più consistente di questa assistenza è garantita dalle badanti, che restano però ai margini del discorso pubblico. Da qui è partito l’incontro promosso a Roma l’8 ottobre dal Centro per la Riforma dello Stato (CRS) e da Il Pensiero Scientifico Editore, per capire se la loro figura possa diventare parte di una rete di servizi presidiata dalle istituzioni.

Ad aprire i lavori è stato Luciano De Fiore (Il Pensiero Scientifico Editore), il quale ha evidenziato come l’attuale contesto sociale sia segnato da una spiccata sfiducia nella sfera pubblica e da un clima che rischia di alimentare dinamiche di abbandono nei confronti dei soggetti più fragili e non autosufficienti. In questo scenario si parla in realtà molto di comunità, da non intendersi come una generica astrazione, bensì come lo spazio fisico e sociale in cui possa prendere forma una progettazione condivisa, in linea con l’orientamento della programmazione nazionale verso la medicina di prossimità e la primary care.

È qui che si inserisce il lavoro delle assistenti familiari, le cosiddette badanti, che nelle case degli italiani custodiscono la continuità della cura attraverso la presenza e la relazione. lI nodo, per De Fiore, è non lasciare questa cura a un fenomeno privato, ma riconoscerle un posto nella responsabilità collettiva. La risposta passa da una responsabilità pubblica precisa, fatta di valutazione multidimensionale dei bisogni, piani di cura personalizzati, raccordo tra servizi sanitari e sociali, e sostegno professionale per chi lavora. Perché, ha aggiunto, “qualità della cura e qualità del lavoro vanno pensati insieme”

In questo quadro si colloca la relazione di Alessandro Montebugnoli (Centro per la Riforma dello Stato), che ha presentato l’ipotesi di lavoro attorno a cui si è sviluppato il confronto. I punti di partenza sono due: da un lato i numeri, dall’altro le risorse. Gli anziani gravemente non autosufficienti nel nostro paese sono circa 1,4 milioni, destinati a diventare 1,9 milioni nel 2050; più della metà è assistita solo dai familiari e, quando arrivano aiuti esterni, sette volte su dieci sono quelli prestati dalle badanti, spesso con un sostegno ritenuto comunque insufficiente. Considerati questi numeri, il volume dei servizi di cura non può che crescere in modo drammatico. Ma la cura, sottolinea Montebugnoli, è “lavoro vivo”, la cui produttività non aumenta con la tecnologia e per la quale più servizi richiedono più lavoro. Per rispondere a un bisogno che oggi è scoperto e domani crescerà ancora, serve quindi una grande quantità di risorse, da non attendere dalla crescita ma da una vera operazione redistributiva, mediata dal pubblico.

Resta da stabilire come impiegarle, e qui il modello proposto parte da ciò che già esiste. Il rapporto contrattuale diretto tra famiglia e lavoratrice viene mantenuto e anzi valorizzato: è la famiglia a scegliere e assumere l’assistente, perché una relazione di cura si costruisce giorno per giorno, sulla fiducia e sulla conoscenza reciproca. Intorno a questo nucleo si dispone l’intervento pubblico: sostenere la domanda delle famiglie in difficoltà economica con trasferimenti monetari vincolati, presidiare il mercato con accreditamento e albi che ne garantiscano trasparenza e affidabilità, intervenire direttamente, con una presa in carico piena, dove deficit relazionali, cognitivi o culturali rendono impraticabile la scelta autonoma, come per un anziano solo con problemi cognitivi.

Sul versante delle lavoratrici, Montebugnoli ha indicato in associazioni e cooperative di servizio una via per superare l’isolamento professionale e le condizioni di solitudine che oggi queste donne si trovano a sperimentare, chiedendosi se le case della comunità possano favorirne la nascita. In prospettiva, ha proposto di ripensare anche le condizioni abitative di badanti e anziani, con formule come cohousing e alloggi assistiti.

Così, ha osservato, la figura delle badanti uscirebbe dall’ombra: “La loro figura può diventare parte integrante delle reti di servizio di cui da più di trent’anni ci diciamo che c’è bisogno, senza riuscire a combinare niente”.

Elena Granaglia (Università Roma Tre, Forum Disuguaglianze Diversità) ha riconosciuto alla proposta il merito di essere una delle migliori difese del ruolo delle badanti, ma ne ha messo in luce gli aspetti critici: un lavoro solitario, faticoso, esposto a soprusi e a contatto con la sofferenza e la morte degli assistiti, svolto per due terzi da donne straniere, con un flusso tra l’altro in calo man mano che migliorano le condizioni di vita nei paesi di origine e con evidenti questioni di giustizia globale. “Il mio punto forte è spazio pubblico, spazi comuni, non privatismo della casa”, ha detto. Quanto agli strumenti, ha proposto di partire dalla legge 33/2023, con valutazione universale dei bisogni e budget di cura liberamente utilizzabili, anziché da trasferimenti dedicati alle sole badanti: una scelta questa che rischia di sbilanciare il sostegno sulla domiciliarità mentre calano i posti in RSA, mancano i centri diurni e avanzano i gruppi finanziari privati. Infine il peso delle disuguaglianze: secondo lo studio PASSI d’Argento dell’Istituto superiore di sanità, il tasso di non autosufficienza è triplo tra chi viene da contesti svantaggiati, e quindi una distribuzione meno diseguale delle risorse potrebbe, a monte, far guadagnare salute.

Marco Geddes da Filicaia, medico epidemiologo, ha allargato lo sguardo al contesto in cui la cura prende forma, indicando priorità poco praticate in Italia: una domiciliarità che prevenga l’invalidità, a partire da abitazioni adattate per ridurre le cadute; residenze con spazi collettivi, come quella di Lastra a Signa, nata nel 1975 e rimasta un’esperienza di successo senza mai diventare un modello diffuso; l’emersione del lavoro nero, condizione per inserire le assistenti in percorsi di formazione e di turnazione. Il rapporto fiduciario con la badante, ha riconosciuto, non si può dismettere, ma una soluzione individuale è fragile: basta che l’assistente si ammali o debba tornare nel paese d’origine perché la famiglia si trovi in difficoltà e la RSA diventi un approdo quasi obbligato, con lo strappo che comporta dalle proprie relazioni. Da qui lo scetticismo sulle case della comunità, nate spesso senza pianificazione e prive di spazi per il lavoro insieme: le case della comunità, ha osservato, “dovrebbero essere case che facilitano un lavoro comunitario, momenti comunitari”. Per Geddes non esiste una sola ricetta, né un solo settore da potenziare: ci vorrebbe “una politica – che non vedo – che sostenga un’offerta pubblica e un orientamento alle azioni non pubbliche anche individuali”, per rispondere a esigenze e sensibilità “molto differenziate sia da parte dell’utente sia da parte del caregiver”.

L’intervento di Claudio Falasca (Auser) si è aperto con la descrizione dell’imminente e drammatico calo dell’indice di supporto familiare, che vedrà dimezzarsi nei prossimi vent’anni il numero di parenti disponibili per l’assistenza informale, mentre l’offerta di badanti, ha avvertito, non è infinita e mostra già i primi segni di restrizione. Falasca ha criticato l’attuale modello di welfare, sottolineando come gli strumenti attuali non bastino: critico verso lo stralcio dei caregiver dalla riforma sulla non autosufficienza, ha ricordato che l’assistenza domiciliare integrata copra in media appena 14 ore l’anno per persona e che le figure preposte alla cura lavorano purtroppo in parallelo senza dialogare, con dispersione di energie e bassa produttività. Valutare la produttività nel settore della cura, ha sostenuto Falasca, significa chiedersi “in che misura un’ora di lavoro produce un’ora di autonomia per la persona non autosufficiente”. Per raggiungere questo obiettivo, Falasca ha proposto un modello integrato in cui l’assistente familiare, pur rimanendo assunta dalla famiglia, sia formata e accreditata dal sistema pubblico, diventando a tutti gli effetti il “quarto professionista” della rete di cura al fianco del medico di medicina generale, dell’infermiere e dell’assistente sociale. Falasca ha aperto anche a un nuovo argomento, rimarcando la necessità di integrare l’innovazione tecnologica, come la sensoristica domestica e la domotica, a supporto del lavoro svolto dalle assistenti e dai familiari.

Il punto di vista del sindacato è stato portato da Emanuela Loretone (Filcams-Cgil), che ha descritto un lavoro spesso invisibile anche sul piano dei diritti: irregolarità, rapporti ‘grigi’ con contratti di poche ore a fronte di orari molto più lunghi, difficoltà a far riconoscere il riposo previsto dal contratto collettivo nazionale, in vigore dal 1973. Alla radice, ha spiegato, c’è uno scarso investimento dello Stato sul lavoro di cura, che ne alimenta la delegittimazione. Per questo il sindacato ha chiesto di rendere obbligatoria l’applicazione del contratto collettivo quando le istituzioni sostengono le famiglie, con tutele su salario, bilateralità e percorsi formativi che portino a certificare la professionalità delle assistenti familiari, ricevendo però, ha segnalato, il silenzio di governi e ministeri. A questa assenza si contrappone la voglia di partecipare delle lavoratrici: all’assemblea nazionale promossa dal sindacato gli interventi sono stati 36. Un segnale, ha concluso, che anche su questo settore “c’è la necessità di costruire un respiro collettivo”.

Nelle considerazioni finali, Claudio De Fiores (Centro per la Riforma dello Stato) ha letto la questione in chiave costituzionale, ricordando che la non autosufficienza è uno dei terreni su cui si misura la tenuta della Repubblica. Tre gli articoli chiamati in causa: il 3, perché l’eguaglianza sostanziale richiede interventi differenziati e personalizzati sui bisogni di ciascuno, e per questo valutazione multidimensionale e piani individuali non sono mere tecniche amministrative; il 32, perché la tutela della salute comprende la continuità dell’assistenza, la permanenza in condizioni di dignità, la possibilità di vivere nel proprio ambiente; il 2, con i doveri di solidarietà, che devono essere organizzati da politiche pubbliche. A questi si aggiunge l’articolo 118, da leggere in chiave sociale, con il terzo settore al centro e non il mercato. Da qui l’idea di uno “spazio costituzionale della cura”, che non coincide con la semplice espansione delle prestazioni pubbliche ma richiede reti in cui responsabilità pubblica e partecipazione sociale si integrino, per scongiurare il rischio di una privatizzazione informale fatta di lavoro nero e sottopagato, in un contesto in cui le risorse per il welfare si riducono e vengono spostate verso il riarmo. In questa rete, ha concluso, “la dignità della persona assistita e la dignità della lavoratrice costituiscono elementi inseparabili all’interno di uno spazio condiviso aperto”.

Dal dibattito emerge la consapevolezza che il futuro dell’assistenza agli anziani non autosufficienti richieda un cambio di paradigma. Le strade indicate divergono, tra chi punta sul sostegno alla domanda delle famiglie e chi privilegia spazi e servizi pubblici. Ma dal confronto emerge una convinzione comune: la cura a domicilio non può restare un fatto privato delegato alle famiglie, e chiede regia pubblica, integrazione tra sociale e sanitario, diritti e riconoscimento professionale per chi cura.


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