di Michele Santagata
C’è una domanda da cui partire, prima che formuli l’accusa al procuratore capo di Cosenza, “Cipollino! (mi rifiuto di chiamarlo Capomolla), che so essere pesante e che merita o un doveroso approfondimento da parte di un qualche giudice a Berlino, o un Tso. Ma non temo smentite, perché quello che sto per raccontarvi si fonda su fatti che ho vissuto in prima persona, con tanto di ufficiali di polizia, malandrini e ruffiani come testimoni, oltre che certificato da verbali e documenti. Un’accusa che lo riguarda. Non ci sono dubbi: le mie denunce arrivano direttamente sulla sua scrivania. “Cipollino” prende visione della gravità dei fatti da me scoperti, ma non fa nulla. Eppure gli elementi ci sono. Riscontrati dagli ufficiali di polizia che hanno raccolto e verificato le mie dichiarazioni. E invece di procedere, come sarebbe stato suo dovere di fronte a notizie di reato così gravi, smantella il gruppo della Squadra Mobile che raccoglieva le mie dichiarazioni e… prova in tutti i modi a chiudere Iacchite’.
La domanda è rivolta ai cosentini: avete mai sentito parlare di un’operazione di polizia in città dal nome “Sistema Cosenza”? Certamente no. Avrete sentito certamente parlare di tante altre operazioni contro la criminalità organizzata, dai nomi più vari. In ultimo, “Reset” e “Recovery”: le classiche operazioni in cui finiscono in galera malandrini e spacciatori di ogni ordine e grado. E se vi dicessi che un’indagine sul Sistema Cosenza esiste davvero e che, oltre alle solite schifezze dei clan, riguarda anche i loro rapporti con la malapolitica ed è stata per questo osteggiata e insabbiata, mi credereste? Lo scetticismo è ammesso. Ma sono sicuro che in tanti risponderebbero sì. A Cosenza nessuno faticherebbe a credere a una storia del genere. È consapevolezza diffusa in città che, quando si tratta di “fratelli e sorelle” finiti nei guai con la giustizia, tutto diventa possibile: insabbiamenti, fughe di documenti e verbali, occultamento e manipolazione di prove. La storia giudiziaria di questo Paese ne è piena e Cosenza, con il suo Palazzo di Giustizia, meglio conosciuto come il “Porto delle Nebbie”, sta sicuramente sul podio. Al Porto delle Nebbie l’insabbiamento non rappresenta un’eccezione. È la regola.
Siamo in grado di pubblicare un documento esclusivo che dimostra, inequivocabilmente, che qualcuno ha fatto sparire da un’indagine ufficiale tutto ciò che riguarda la collusione tra clan e politici in città. E il filo di quella sparizione porta dritto all’ufficio di “Cipollino”. Diciamolo senza ipocrisie: i magistrati infedeli esistono, così come esistono politici infedeli e, più in generale, l’infedeltà attraversa ogni categoria sociale e professionale. Sono esseri umani anche loro e, in quanto tali, esposti al richiamo della corruzione, materiale e morale. Non sono entità divine. C’è chi resiste e chi cede; c’è chi onora la toga e chi la usa come scudo.
Quella che sto per raccontarvi è la storia dell’informativa “Sistema Cosenza”. L’operazione che non è mai nata, che non c’è mai stata. Una storia che parla di voto di scambio politico-mafioso a Cosenza, un reato che, a differenza di quanto accaduto in altri comuni della provincia e della Calabria, è rimasto confinato nelle carte delle indagini senza mai avere sviluppi giudiziari. È una storia che lega malandrini, pentiti, politici e magistrati. Ed è proprio nell’intreccio tra il piano criminale-politico e quello giudiziario che affiora la verità più scomoda sul Sistema Cosenza. Una verità che emerge dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e, soprattutto, dal modo in cui quelle dichiarazioni vengono utilizzate: valorizzate quando colpiscono i nemici, accantonate quando rischiano di coinvolgere gli amici. Tra ciò che un collaboratore racconta e ciò che di quel racconto diventa realtà giudiziaria si colloca una figura centrale: il pubblico ministero chiamato a gestire quelle dichiarazioni.
Quando parlo di pubblico ministero, però, non mi riferisco soltanto al magistrato che raccoglie materialmente i verbali o conduce gli interrogatori. Mi riferisco soprattutto ai procuratori capo che, attraverso l’organizzazione dell’ufficio e una rete di magistrati allineati ai loro indirizzi, hanno il potere di orientare il destino delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Nelle loro mani non finisce soltanto la sorte di un’inchiesta, ma anche quella delle persone e degli interessi chiamati in causa dai collaboratori. Proprio per questo il rapporto che si instaura tra i pentiti e i magistrati chiamati a gestirli rappresenta una delle chiavi di lettura più importanti dell’intera vicenda. È nel modo in cui le dichiarazioni vengono raccolte, sviluppate, ridimensionate o lasciate cadere che si trova una delle prove più evidenti del funzionamento del Sistema Cosenza e dell’esistenza di una cricca di incappucciati con la toga che ne garantisce la sopravvivenza. Senza quella rete di protezioni, coperture e fedeltà reciproche, il sistema semplicemente non potrebbe esistere.
La cricca di incappucciati con la toga non è una mia invenzione, ma il nome che ho scelto per descrivere un meccanismo di potere che trova nel Porto delle Nebbie il proprio luogo naturale di manifestazione. Alle spalle di questo sistema c’è una storia, una genealogia e una catena di relazioni, protezioni e passaggi di consegne che si tramanda da decenni e che, anello dopo anello, conduce fino a “Cipollino”.
Dimostrerò, senza ombra di dubbio, che la sua azione “giudiziaria” contro di noi nulla ha a che fare con la giustizia; semmai è proprio contro la giustizia: una vera e propria “pulizia etnica dell’informazione sgradita”. Infatti l’ultima chiusura di Iacchite’ ha qualcosa in più rispetto alle altre. Per “Cipollino”, chiudere Iacchite’ non è solo fare un favore a Roberto Occhiuto, di cui siamo ormai da oltre dieci anni il chiodo fisso, ma è una necessità, al pari della sua. Altrimenti dovrebbe spiegare — semmai dovesse davvero uscire un altro giudice a Berlino — come faccio io ad essere in possesso di un documento che non dovrei avere. Ma veniamo al documento esclusivo: l’informativa “Sistema Cosenza”.
Per i profani: l’informativa è un atto scritto con cui la polizia giudiziaria (PG) riferisce al Pubblico Ministero (PM) gli esiti dell’attività investigativa. Un documento che, per sua natura, è riservato e interno agli uffici investigativi, costruito su intercettazioni, dichiarazioni di collaboratori e riscontri investigativi. Un documento che avrebbe dovuto restare chiuso nella cassaforte della DDA di Catanzaro e negli uffici della polizia giudiziaria. E che invece io recupero, con non poco rischio, negli ambienti malavitosi cittadini.
L’informativa “Sistema Cosenza” è il risultato di un’indagine nata nell’ambito del procedimento penale n. 3804/17 R.G.N.R. della DDA di Catanzaro. Il documento ricostruisce il sistema criminale radicato a Cosenza, in cui diversi gruppi di ’ndrangheta operano in modo coordinato nella gestione della droga, delle estorsioni e del controllo del territorio. Allo stesso tempo documenta rapporti con la politica locale: voti in cambio di favori, appalti e posti di lavoro. Cinquemila pagine che fotografano il sistema criminale cosentino e i suoi rapporti con la politica cittadina.
Dicono gli investigatori sul punto: (Volume 1 pagina 54 e 55 dell’informativa “Sistema Cosenza): “…In ultimo, sono diverse le testimonianze di collaboratori di giustizia che adombrano un interesse diretto delle consorterie locali alle elezioni amministrative della città di Cosenza, già a partire dal 2006 ma con particolare riferimento a quelle del 2011 e del 2016, tornate durante le quali le diverse componenti criminali operanti nel capoluogo si sarebbero adoperate in modo non unitario sia per sostenere i candidati a sindaco di riferimento − Mario OCCHIUTO ed Enzo PAOLINI − che per favorire l’elezione dei loro candidati di riferimento in consiglio comunale”.
L’informativa nasce nel 2017, l’anno in cui “Cipollino” — scelto da Nicola Gratteri proprio per affidargli il fascicolo “Sistema Cosenza” — viene promosso procuratore aggiunto. Parallelamente, Gratteri organizza anche il versante investigativo: alla Questura di Cosenza, allora guidata dal questore Giovanna Petrocca, il 3 maggio 2017 viene promosso capo della Squadra Mobile Fabio Catalano, suo uomo di fiducia, incaricato di condurre le indagini. Sarà lui che, insieme alla Squadra Mobile di Catanzaro e allo SCO, firmerà le oltre 5.000 pagine dell’informativa, consegnata — dopo quasi tre anni — il 19 ottobre 2020, alle ore 17:10, a “Cipollino”.
Il compito che Gratteri ha affidato a Catalano, che “Cipollino” userà come “ufficiale di collegamento” con me, è quello di lavorare sulle dichiarazioni dei pentiti, vecchi e nuovi, che come detto parlano anche di voto di scambio politico-mafioso. Ed è proprio al dottor Catalano che io consegno, dopo aver presentato regolare denuncia il 2 novembre 2022 all’allora capo della Mobile Paduano, una pennetta USB contenente dieci pdf dal titolo “Informativa Sistema Cosenza”. Catalano ne riconosce subito l’autenticità. E concordiamo su un punto: qualcuno, dall’interno, l’ha fatta uscire. Un dato che, sin da subito, è pacifico: c’è una talpa.
L’incontro tra me e il dottor Fabio Catalano avviene pochi giorni dopo la mia denuncia, negli uffici della questura di Cosenza. Siamo sempre nel novembre 2022. L’era di Nicola Gratteri a Catanzaro è ormai al tramonto. In quel momento Catalano era già stato trasferito nel capoluogo calabrese da oltre un anno, nel settembre 2021, dopo lo scandalo esploso proprio all’interno della questura di Cosenza: alcuni suoi colleghi, entrati in possesso di materiale privato che lo riguardava — ottenuto avvicinando e convincendo una persona a lui vicina — vogliono far scoppiare uno scandalo per screditarlo e allontanrlo dalle indagini sul “Sistema Cosenza”. La voce dei politici “cantati” dai pentiti circola da tempo in città, alimentando l’allarme nella cricca. Del resto, a Cosenza non è una novità che ciò che accade in Questura diventi di dominio pubblico nel giro di pochi secondi. A rendere ancora più concrete quelle preoccupazioni c’è un precedente ben preciso: tra il 2015 e il 2016, un anno prima che l’informativa Sistema Cosenza diventasse un’indagine ufficiale, proprio sulla base delle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia erano già scattati i blitz di Castrolibero e Rende, che avevano coinvolto l’allora consigliere regionale Orlandino Greco e l’onorevole Sandro Principe, storico sindaco di Rende. La prospettiva che lo stesso copione possa ripetersi a Cosenza mette in agitazione la cricca degli incappucciati. E la cricca si muove. Anche dentro la questura. Quello messo in atto dai colleghi di Fabio Catalano è un vero e proprio ricatto nei suoi confronti, ordinato dalla cricca degli incappucciati.
Anche questa è una storia che conosco bene, perché fui io a recuperare il CD contenente le immagini private di Catalano e a informare subito il questore Giovanna Petrocca, fornendole il nome del poliziotto che aveva fatto circolare il CD. Fui sempre io a consegnarlo a Catalano, in un nostro incontro avvenuto nei pressi del Bar Continental nel 2019. Il contesto di allora è chiaro: Fabio Catalano non è più gradito alla cricca. Forse è la sua vicinanza a Gratteri a preoccuparla. O forse no. Di certo c’è che, quando scatta il ricatto, Catalano lavora all’informativa da oltre due anni. Ha ascoltato decine di persone, letto migliaia di pagine e acquisito verbali che confluiscono direttamente nel lavoro investigativo. Sono le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che parlano del voto di scambio politico-mafioso a Cosenza e chiamano in causa Mario Occhiuto, Enzo Paolini, Katya Gentile e Franco Pichierri. Uno “zelo investigativo” che la cricca non gradisce. Catalano deve essere allontanato dalle indagini. Così, nel 2020, Cipollino chiede a Catalano di consegnargli l’informativa e ne dispone il trasferimento da Cosenza a Catanzaro che ovviamente viene giustificato con una bella promozione. Da quel momento il fascicolo è nelle mani di Cipollino, che può farne ciò che vuole. E la prima cosa che fa è chiudere l’informativa Sistema Cosenza nel suo cassetto. Dove ci resterà per ben due anni. Al termine dei quali la tirerà fuori, ma con un nome diverso. Da operazione Sistema Cosenza diventa operazione Reset. E sta qui l’architrave della mia storia, la pistola fumante che inchioda Cipollino alle sue responsabilità.
Per capirci: l’ordinanza Reset contro i clan confederati della città, eseguita il 1° settembre 2022, è il risultato di un vero e proprio copia-incolla dell’informativa Sistema Cosenza del 2017. Ma con una differenza decisiva. Delle oltre 5.000 pagine che compongono Sistema Cosenza, in Reset confluisce soltanto ciò che riguarda clan, omicidi, estorsioni, droga e assetti di ’ndrangheta. Nel passaggio spariscono invece tutti i verbali in cui i collaboratori di giustizia parlano del voto di scambio politico-mafioso alle elezioni comunali di Cosenza del 2011 e del 2016. Di quella parte dell’indagine, in Reset, non c’è traccia.
Ricapitolando: “Cipollino” nel 2017 assume la direzione delle indagini sul Sistema Cosenza. Per tre anni segue il lavoro degli investigatori e viene a conoscenza delle dichiarazioni dei pentiti sul voto di scambio. Quando l’informativa arriva nelle sue mani, il suo percorso investigativo si interrompe. Due anni dopo quel materiale riemerge nell’operazione Reset, ma senza alcuna contestazione di voto di scambio ai politici chiamati in causa dai collaboratori di giustizia. E la comparazione tra i due documenti, Sistema Cosenza e Reset, parla chiaro. A questo punto diventa lecito chiedersi dove siano finite le dichiarazioni — omissis compresi — dei pentiti sul voto di scambio politico-mafioso a Cosenza e perché non siano state approfondite, così come era avvenuto per i comuni di Castrolibero e Rende. A maggior ragione se i pentiti che cantano sono gli stessi. E lo vedremo più avanti.
Non è un caso, né una coincidenza, se vengo in possesso dell’informativa qualche mese dopo l’operazione Reset, del 1° settembre 2022. Qualcuno, che da tempo era in possesso dell’informativa — prima ancora del blitz Reset — e che, evidentemente, si aspettava un occhio di riguardo che non c’è stato, voleva mandare un messaggio preciso alla persona che gliel’aveva fatta avere. Un messaggio su due piani: da un lato metterlo sulle spine, nella speranza di spingerlo a trovare una soluzione ai suoi guai giudiziari legati a Reset, o quantomeno ad ammorbidirli, con la minaccia velata di rivelare proprio a me la sua identità; dall’altro — tipico dei mafiosi — sollevare un polverone mediatico sulle dichiarazioni dei pentiti che chiamano in causa i politici. L’intenzione è chiara. Portare sul terreno pubblico una contraddizione: le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia vengono considerate sufficienti per processare boss, killer, estorsori e trafficanti di droga, ma smettono improvvisamente di esserlo quando sfiorano la politica. Come a dire: se le dichiarazioni dei pentiti valgono per gli ’ndranghetisti, valgono anche per i politici. Altrimenti non valgono per nessuno.
Una carta che qualcuno aveva deciso di giocarsi. Speravano in una pubblicazione della notizia che, però, non è mai arrivata. Dopo la mia denuncia mi venne chiesto di mantenere il “silenzio istruttorio” per non compromettere le indagini sulla talpa. Lo feci. Lo facemmo. Perché allora ci fidavamo di Gratteri e di Cipollino. Soltanto molto tempo dopo, di fronte ai solleciti rimasti senza risposta e alla consapevolezza che tutto fosse stato insabbiato, ho deciso di raccontare tutto sul nostro giornale, meno di un anno fa.
Da quel momento, “Cipollino” — compreso il rischio che correva nel lasciare aperto Iacchite’ — si è adoperato, mobilitando un’intera procura compiacente, per chiuderci affinché gli articoli che raccontavano la storia dell’informativa in mano alla malavita, e tanti altri articoli, non fossero più reperibili nell’intero web. Compresi quelli relativi alle dichiarazioni fatte in mia presenza davanti all’allora capo della Squadra Mobile, Gabriele Presti, di Giuseppe Mazzuca, presidente del Consiglio comunale di Cosenza, di cui esistono i verbali e le riprese della scientifica — dove dichiara di essere stato invitato a incontri con il reggente dei clan cosentini. Dichiarazioni che, nonostante la gravità e la concretezza, non hanno avuto alcun seguito giudiziario, proprio come la denuncia sull’informativa nelle mani della malavita, e sui poliziotti che ricattavano Catalano.
Siamo sul finire del 2022 e “Cipollino” ha da tempo le mie denunce sulla sua scrivania. Sta per assumere il ruolo di facente funzioni della DDA di Catanzaro, diventando di fatto il magistrato più influente dell’intera procura. Prima che decidessi di pubblicare la vicenda dell’informativa, attraverso il suo “ufficiale di collegamento”, mi fa arrivare un messaggio preciso: si farà chiarezza. Sulla talpa che ha fatto uscire l’informativa dai suoi uffici, sulle ragioni per cui il voto di scambio politico-mafioso a Cosenza non è mai stato realmente approfondito e, soprattutto, sulla presenza della ’ndrangheta a Palazzo dei Bruzi. In quel momento gli credo. Solo più tardi capirò che si trattava di un modo per tenermi buono e guadagnare tempo, nella speranza di una mia resa
Prima di entrare nel merito del voto di scambio politico-mafioso a Cosenza, come emerge dall’informativa, per capire meglio il contesto in cui nasce l’indagine “Sistema Cosenza” e sostanziare le mie accuse a “Cipollino” — di essere parte attiva della cricca degli incappucciati — bisogna fissare una data da dove partire ed è il 2014.
Il 2014 segna una sorta di ritorno al passato per il “Porto delle Nebbie”. Nel novembre di quell’anno, a Cosenza, scatta il blitz della DDA di Catanzaro denominato “Nuova Famiglia”. A firmare l’inchiesta sono i magistrati della DDA Vincenzo Luberto e Pierpaolo Bruni, affiancati dal sostituto Giovanni Bombardieri, sotto la guida del procuratore capo Vincenzo Lombardo. Nel mirino finisce il clan Rango-Zingari, nato dall’alleanza tra il gruppo di Maurizio Rango, gli “italiani”, e la famiglia Abbruzzese, il clan degli “zingari”. Dopo gli arresti si mette in moto un copione già visto nella storia giudiziaria cosentina. Come ai tempi del blitz “Garden” del 1994, arrivano i pentiti. Ernesto Foggetti, Adolfo Foggetti, Franco Bruzzese e Daniele Lamanna saltano il fosso e iniziano a raccontare e a riempire verbali. Parte delle loro dichiarazioni finirà nell’informativa Sistema Cosenza insieme a quelle di altri collaboratori di giustizia arrivati negli anni successivi: Pellicori, Impieri, Zaffonte e Anna Palmieri.
Prima però di addentrarci in quella stagione criminale e descrivere i personaggi — malandrini, pentiti, politici e magistrati — nel cui intreccio si sviluppa una parte decisiva della storia, dove il controllo delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia diventa uno degli strumenti attraverso cui il sistema protegge sé stesso e i propri equilibri, bisogna compiere un ulteriore salto nel passato. Un passaggio necessario. Perché il Sistema Cosenza prende forma con il Porto delle Nebbie. Per comprendere il primo bisogna quindi tornare alle origini del secondo. Alle origini del Porto delle Nebbie. (1 – Continua)
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