Educazione sessuo-affettiva, il consenso informato è legge. «Le comunità scolastiche facciano disobbedienza civile»


«Ci auguriamo che gli enti locali e le comunità scolastiche, a partire dalle famiglie e dagli stessi ragazzi e ragazze nel caso degli istituti secondari, attuino forme di obiezione di coscienza nei confronti di una legge miope che non tutela la salute dei più giovani e viola diritti costituzionalmente garantiti»: è l’auspicio e il suggerimento di Adriana Bizzarri, responsabile scuola di Cittadinanzattiva in merito all’approvazione della legge Valditara sul cosiddetto “consenso informato” in ambito scolastico.

 «La scelta di vietarla nella scuola dell’infanzia e nella primaria e, nelle scuole secondarie, di subordinare attività su questi temi al consenso preventivo delle famiglie o dello studente se maggiorenne, mina la possibilità per i minori di accedere ad informazioni corrette, scientificamente fondate, adeguate alla loro età», commenta.

Privare la scuola di questo ruolo significa lasciare le famiglie sole davanti a questo difficile compito educativo, anche quando non abbiano gli strumenti per potersene fare carico o quando rappresentino esse stesse ambienti inadeguati o addirittura violenti

Adriana Bizzarri, Cittadinanzattiva

Non solo: «Poiché l’educazione sessuo-affettiva non coincide con l’insegnamento della sessualità tout court ma comprende l’educazione al rispetto, alla parità, alla conoscenza del proprio corpo, alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, della violenza e degli abusi, alla costruzione di relazioni sane e responsabili, non si comprende perché la scuola non possa e non debba assolvere a questi compiti in autonomia», osserva Bizzarri.

Una scelta miope, dunque, perché «privare la scuola di questo ruolo significa lasciare le famiglie sole davanti a questo difficile compito educativo, anche quando non abbiano gli strumenti per potersene fare carico o quando rappresentino esse stesse ambienti inadeguati o addirittura violenti». 

In altre parole, significa impedire alle scuole di svolgere un ruolo di prevenzione e «lasciare soli ragazze e ragazzi che cercheranno altrove – tra i pari, sui social network, tramite la pornografia online o altre fonti prive di valore scientifico ed educativo – le risposte delle quali hanno bisogno», afferma Bizzarri.

«È paradossale che in un Paese come il nostro che quotidianamente deve fare i conti con fenomeni di violenza di genere, discriminazione, bullismo, con l’aumento di malattie sessualmente trasmesse, anziché rafforzare e rendere strutturali percorsi di educazione sessale, affettiva e relazionale nelle scuole si pongano divieti e limiti di ogni sorta», conclude Bizzarri.

Così si impedisce alla scuola di contrastare le diseguaglianze

Forti critiche e preoccupazioni arrivano anche da ActionAid, per voce di Maria Sole Piccioli, responsabile dell’area Education: «Siamo allarmati da una persistente ideologizzazione del tema e della parola “sessualità” intesa solo come mera pratica sessuale. Sessualità e affettività sono un binomio inscindibile: proprio nei primi anni di vita si pongono le basi per l’apprendimento di affettività e relazioni, sia in famiglia, sia a scuola e negli ambienti di apprendimento», riflette.

Richiedere un’autorizzazione preventiva ai genitori su questi temi, con procedure così restrittive delineate dal decreto, significa compromettere la funzione propria della scuola pubblica di contrastare le diseguaglianze, impedire di iniziare sin dai primi anni di vita a prevenire la violenza di genere

Maria Sole Piccioli, ActionAid

«Vietare l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole dell’infanzia e primaria significa oscurare questi passaggi. Richiedere un’autorizzazione preventiva ai genitori su questi temi, con procedure così restrittive delineate dal decreto, significa compromettere la funzione propria della scuola pubblica di contrastare le diseguaglianze, impedire di iniziare sin dai primi anni di vita a prevenire la violenza di genere», aggiunge.

Dalla recente ricerca condotta da ActionAid insieme a Sylla/Webooh, emerge che quasi 8 genitori su 10 sostengono l’introduzione dell’educazione alla sessualità e all’affettività come parte integrante della scuola dell’obbligo. Secondo gli intervistati, l’educazione alla sessualità e all’affettività dovrebbe essere affidata soprattutto a professionisti esterni ed esperti, senza però escludere il ruolo fondamentale della famiglia e di insegnanti formati.

«Questo decreto mette ancora più in evidenza la grande incoerenza tra l’attuale quadro normativo italiano e l’approccio della Comprehensive Sexuality Education (Cse), promosso dai due principali organismi internazionali che si occupano di educazione e di salute, Unesco e Oms».

Anche per Save the Children, il decreto rischia di aggravare le disuguaglianze: «Il consenso preventivo obbligatorio da parte dei genitori per attività di educazione alla sessualità a scuola rischia di indebolire l’alleanza educativa tra scuola e famiglia e rafforzare le disuguaglianze educative», dichiara Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.

Subordinare l’accesso a questi percorsi a un’autorizzazione preventiva da parte dei genitori rischia di trasformarli in un’opportunità riservata a poche e pochi, anziché in un presidio educativo condiviso tra scuola e famiglie

Giorgia D’Errico, Save the Children

«L’obiettivo di informare le famiglie e rafforzare il dialogo con la scuola è condivisibile – sottolinea D’Errico – ma l’introduzione di un obbligo generalizzato di consenso per percorsi educativi su affettività e sessualità rischia di accentuare i divari educativi e culturali già esistenti, penalizzando soprattutto le ragazze e i ragazzi che avrebbero maggiore bisogno di strumenti informativi e di confronto, indebolendo di fatto quell’alleanza educativa tra scuola e famiglie che si intende promuovere».

In definitiva, un attacco alla funzione della scuola come ascensore sociale e antidoto alle diseguaglienze sociali: «Subordinare l’accesso a questi percorsi a un’autorizzazione preventiva da parte dei genitori rischia di trasformarli in un’opportunità riservata a poche e pochi, anziché in un presidio educativo condiviso tra scuola e famiglie. Inoltre, limitare l’accesso a percorsi educativi strutturati significa anche ridurre la libertà di iniziativa delle giovani e dei giovani, restringendo le loro opportunità di esplorare, comprendere e affrontare in modo responsabile temi che incidono direttamente sul loro benessere, sulle relazioni e sul percorso di crescita personale».

La necessità di questi percorsi emerge anche dai dati dell’ultima ricerca di Save the Children “Stavo solo scherzando”, che mette in luce la persistenza di comportamenti di controllo e di possesso e rivela che in Italia meno della metà degli adolescenti (47%) ha fatto educazione sessuale e-affettiva a scuola.

«Per educare i ragazzi e le ragazze a relazioni affettive e sessuali sane, basate su rispetto e consenso, e per prevenire comportamenti a rischio, discriminazioni e violenze, è urgente una legge che preveda l’inserimento di percorsi obbligatori di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole, a partire da quelle  dell’infanzia e all’interno dei piani formativi, in modo graduale e adeguato all’età e realizzati da esperti qualificati», conclude D’Errico.

Foto apertura Priscilla Du Preez (Unsplash)

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 Chiara Ludovisi

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