diritto, comunicazione e futuro della professione


Essere preparati non basta più. Nell’era digitale, l’avvocato deve saper comunicare senza tradire la deontologia. Un percorso tra esperienza personale, filosofia, retorica e social network per comprendere perché la comunicazione è oggi una competenza essenziale della professione forense.

«Sapete qual è la differenza tra un grande avvocato e un avvocato sconosciuto?

Spesso nessuna.

Solo che il primo lo sanno tutti e il secondo lo sa solo sua madre.»

Quando dico questa frase qualcuno ride. Qualcuno si offende. Ma quasi tutti capiscono immediatamente il punto.

Perché noi avvocati siamo stati educati a credere che basti essere bravi. Che il merito, prima o poi, emerga da solo. Che la qualità del nostro lavoro sia sufficiente a portarci clienti, riconoscimento e autorevolezza.

Purtroppo non è così.

La storia insegna il contrario.

Se oggi ricordiamo Socrate, non è perché fosse l’unico filosofo della sua epoca. Se ricordiamo Cicerone, non è perché fosse l’unico giurista o oratore di Roma. Se ricordiamo Giulio Cesare, non è perché fosse il solo generale vittorioso.

Li ricordiamo perché, oltre ad essere grandi, seppero comunicare la propria grandezza.

Cicerone, soprattutto, ci insegna qualcosa di fondamentale per la professione forense: il diritto senza comunicazione è come una sentenza chiusa in un cassetto. Esiste, ma non produce effetti.

E io questo l’ho imparato sulla mia pelle.

Quando ho iniziato la professione avevo la stessa convinzione che probabilmente avete oggi: studiare, lavorare, vincere le cause.

Pensavo che fosse sufficiente.

Poi ho scoperto una verità scomoda.

Il mercato non premia automaticamente il più preparato.

Premia chi riesce a farsi capire.

Premia chi riesce a trasmettere fiducia.

Premia chi sa trasformare una competenza in un messaggio comprensibile.

A un certo punto della mia vita ho capito che il diritto era pieno di persone che parlavano agli avvocati e quasi nessuno che parlasse ai cittadini.

E allora ho iniziato a scrivere.

Poi a registrare video.

Poi a comparire sui social.

Molti colleghi mi guardavano con sospetto.

Qualcuno pensava che stessi svendendo la professione.

Altri sostenevano che l’avvocato dovesse restare chiuso nel proprio studio ad aspettare che il cliente arrivasse.

Come il ragno che aspetta la mosca.

Peccato che nel frattempo le mosche avessero imparato a usare Google.

La verità è che il mondo era cambiato e una parte dell’avvocatura non se n’era accorta.

Oggi una persona che ha un problema legale non entra in tribunale.

Entra in uno smartphone.

Prima cerca una risposta.

Poi cerca una persona.

Infine sceglie un professionista.

E spesso sceglie quello che conosce già.

Non necessariamente il più bravo.

Quello di cui si fida.

E la fiducia nasce dalla comunicazione.

Attenzione, però.

Qui si apre un tema enorme.

La comunicazione non deve mai diventare pubblicità ingannevole.

Non deve trasformarsi in spettacolo.

Non deve degenerare in esibizionismo.

L’avvocato non è un influencer.

L’avvocato è un professionista che utilizza gli strumenti della comunicazione per diffondere conoscenza e costruire autorevolezza.

La differenza è enorme.

L’influencer cerca visibilità.

L’avvocato cerca credibilità.

La visibilità senza credibilità dura qualche mese.

La credibilità costruita bene dura una vita.

E qui entra in gioco la deontologia.

Molti pensano che la deontologia sia un insieme di divieti.

Io la considero una bussola.

Perché il problema non è comunicare.

Il problema è come comunicare.

Potete essere molto presenti sui social e rimanere perfettamente deontologici.

Potete invece violare lo spirito della professione senza avere nemmeno un profilo Facebook.

La questione non è il mezzo.

La questione è il fine.

Se usate la comunicazione per aiutare il cittadino a comprendere i propri diritti, state onorando la funzione sociale dell’avvocatura.

Se usate la comunicazione per manipolare, spaventare o promettere risultati impossibili, state tradendo quella funzione.

Mi viene in mente Aristotele.

Nella sua opera sulla retorica spiegava che la persuasione si fonda su tre pilastri.

Logos.

Ethos.

Pathos.

La ragione.

L’autorevolezza.

L’emozione.

Molti avvocati usano soltanto il logos.

Parlano come una sentenza della Cassazione.

Perfetti giuridicamente.

Incomprensibili umanamente.

Altri usano soltanto il pathos.

Tanto rumore, poca sostanza.

L’equilibrio vero nasce dall’unione di tutti e tre gli elementi.

Bisogna essere corretti.

Bisogna essere credibili.

Bisogna essere comprensibili.

Ora qualcuno si aspetta che io dica quale social utilizzare.

E vi sorprenderò.

La risposta è: quello che sapete usare bene.

Però se dovessi ricominciare oggi da zero, sceglierei senza esitazione YouTube.

Perché YouTube non è soltanto un social.

È una biblioteca.

Un archivio.

Un motore di ricerca.

Un’università popolare.

Un video pubblicato oggi può portare risultati tra cinque anni.

Un post pubblicato oggi su altre piattaforme spesso muore domani mattina.

YouTube premia la competenza.

Premia la profondità.

Premia chi ha qualcosa da dire.

Instagram è eccellente per creare relazione.

TikTok è straordinario per raggiungere persone nuove.

LinkedIn è utile per determinati target professionali.

Ma YouTube è il luogo dove l’avvocato può costruire nel tempo un patrimonio di autorevolezza.

Naturalmente serve pazienza.

Molta pazienza.

Perché la comunicazione assomiglia all’agricoltura.

Non alla caccia.

Non si semina oggi per raccogliere domani.

Si semina oggi per raccogliere tra anni.

E qui voglio lasciarvi con una riflessione che viene da Eraclito.

Diceva che nessuno si bagna due volte nello stesso fiume.

Perché il fiume cambia continuamente.

E anche noi cambiamo.

La professione forense è quel fiume.

Chi pensa di poterla esercitare oggi come trent’anni fa rischia di restare fermo sulla riva.

Chi invece comprende il cambiamento senza rinunciare ai propri valori può attraversarlo.

Studiate il diritto.

Studiatelo con serietà.

Perché nessuna strategia di comunicazione potrà mai compensare l’ignoranza.

Ma non commettete l’errore opposto.

Non pensate che il sapere basti da solo.

La conoscenza che non viene comunicata è come un tesoro sepolto.

Fa ricco chi lo possiede.

Ma non aiuta nessuno.

E l’avvocato, prima ancora di essere un tecnico del diritto, è un ponte.

Un ponte tra la legge e le persone.

Se saprete costruire quel ponte con competenza, etica e capacità comunicativa, non sarete soltanto avvocati migliori.

Sarete avvocati più utili.

E, alla fine, è questa la forma più alta del successo professionale.




#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Angelo Greco

Source link

Di