Riempire lo Stadio Maradona senza ospiti, senza collaborazioni a effetto e senza la necessità di appoggiarsi a una macchina spettacolare fatta di continue, incessanti sorprese è forse il dato più significativo del primo vero approdo di Liberato nell’impianto simbolo della sua città. Quarantamila e più persone non erano lì per assistere a un evento irripetibile costruito attorno all‘eccezionalità del momento, come avvenne a Piazza del Plebiscito nel settembre del 2023; erano lì per un repertorio che, nel giro di pochi anni, è diventato patrimonio collettivo. Il concerto ha però mostrato anche un volto diverso dell’artista, chi si aspettava la prosecuzione dell’esperienza del 2023 si è trovato davanti a uno spettacolo meno aggressivo sul piano sonoro e più orientato verso una dimensione emotiva e melodica. Gli arrangiamenti hanno spesso ridotto la pressione dell’elettronica, lasciando emergere maggiormente la componente armonica e la scrittura vocale, alcuni brani hanno assunto una veste quasi rock, sostenuta da chitarre più presenti e da una costruzione dinamica meno dipendente dalle pulsazioni sintetiche che in passato avevano contribuito a definire l’identità del progetto rendendolo immediatamente riconoscibile.
Allo Stadio Maradona di Napoli è emersa la componente soft di Liberato
Se a Piazza del Plebiscito dominava una tensione costante, alimentata da bassi profondi, ritmiche serrate e una costruzione quasi rave dell’esperienza dal vivo, al Maradona il racconto è apparso più poetico, più contemplativo: meno jungle, meno club culture, meno ricerca dell’impatto fisico, al loro posto una volontà evidente di creare prossimità emotiva, quasi intimità, nonostante le dimensioni monumentali dello spazio. È stata una scelta coraggiosa e doverosa dal punto di vista strategico, ma che avrebbe potuto essere più equilibrata in quanto a escursione dinamica tra le sezioni più raccolte e quelle ad alta energia, un’alternanza più marcata tra build-up, climax, sospensioni e ripartenze ritmiche avrebbe sicuramente valorizzato ulteriormente il percorso emotivo del concerto. La componente soft ha prevalso su quella più adrenalinica, privando a tratti l’esperienza soggettiva di quei picchi capaci di trasformare l’emozione in euforia collettiva che al Plebiscito portava il pubblico in uno stato di trans o meglio ancora di trip.
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5 / 5Il toccante tributo a Freddie Mercury di Liberato a Napoli
Eppure è proprio in questa rinuncia all’effetto continuo che il concerto ha trovato il suo successo, la sua identità. Liberato ha compreso che oggi non ha più bisogno di stupire incessantemente il proprio pubblico. Può permettersi di rallentare, di lasciare spazio alle canzoni, di affidarsi a una relazione costruita nel tempo, quasi come a dire ai suoi fan – che venivano da tutta Italia – fermiamoci, per me queste sono poesie di sangue e sudore, togliamo per una sera tutto il superfluo, uniamoci nel senso. Il momento che ha sintetizzato meglio questa trasformazione è arrivato proprio durante il segmento acustico. Al centro dello stadio è apparso un pianoforte a coda bianco, toccante tributo al leggendario Freddie Mercury – a cui erano ispirate almeno due delle giacche indossate da Liberato – e in particolare al Live Aid del 1985, quando durante Radio Ga Ga il frontman dei Queen riuscì a trasformare lo stadio di Wembley in un unico organismo pulsante, facendo del pubblico il vero protagonista della performance in un botta e risposta di cori passato alla storia. Liberato ha evocato quella memoria collettiva senza scadere nell’imitazione riproponendo la stessa esperienza. Seduto al pianoforte, ha poi accennato alcune note di Bohemian Rhapsody prima di chiudere con una delle frasi più iconiche della storia del rock, Anyway the wind blows.
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6 / 6La liturgia popolare creata da Liberato allo stadio Maradona
È stato un gesto semplice ma potentissimo, in quell’istante il Maradona è sembrato trasformarsi in qualcosa di diverso da un concerto: una preghiera laica, una liturgia popolare costruita sulla condivisione emotiva più che sull’esibizione. Non c’era più distinzione tra palco e platea ed è stato quello il momento in cui si è compreso davvero cosa rappresenti oggi Liberato per il suo pubblico, perché, nonostante alcune critiche che hanno accompagnato parte della produzione più recente, il rapporto tra artista e fan appare ormai svincolato dalla necessità di dimostrare qualcosa a ogni nuova uscita. Alcuni degli ultimi brani hanno forse mostrato una minore incisività rispetto al passato, sia sul piano testuale sia su quello della costruzione musicale: dove un tempo emergevano produzioni capaci di imprimersi immediatamente nella memoria e che ridefinivano il rapporto tra elettronica, canzone napoletana e cultura urbana, oggi si percepisce una maggiore fluidità tra generi che non consente nessun tipo di prevedibilità o di progetto musicale preconfezionato. Fa parte della crescita di un artista e del suo continuo cercare e cercarsi ed è senza dubbio sintomo di evoluzione e metamorfosi.

Liberato: un repertorio che ha superato la dimensione del fenomeno per entrare nella memoria collettiva
Il Maradona pieno racconta una verità diversa da quella suggerita dalle reazioni ai singoli più recenti o all’ultimo album: lo stadio era pieno perché Liberato possiede ormai un repertorio che ha superato la dimensione del fenomeno contemporaneo per entrare in quella della memoria condivisa. Le canzoni degli esordi – Tu t’e scurdat’ ‘e me, Nove Maggio, Gaiola Portafortuna – sono diventate luoghi emotivi, riferimenti generazionali, pezzi di una narrazione collettiva che continua a parlare a migliaia di persone ed è per questo che il successo della serata va letto oltre la tradizionale attesa del nuovo brano del 9 maggio. Quella data resta un rito identitario, ma non è più ciò che tiene in piedi il progetto. Oggi a sostenerlo è qualcosa di più profondo: il legame costruito negli anni con una comunità che continua a riconoscersi in quelle canzoni.
Liberato un artista ormai libero che ha ancora margini per crescere e stupire
Un desiderio. Che nelle prossime produzioni Liberato riesca a ritrovare quella tensione creativa che animava gli esordi, al di là della riconoscibilità di un marchio fatto di sirene, build-up e drop, va ritrovata quell’arraggia che attraversava ogni parola, ogni beat, ogni intuizione sonora. La fame di chi voleva conquistare il proprio spazio e la sicurezza di chi sapeva di poterlo fare. Con questo concerto e con l’ultimo album Liberato ha dichiarato la sua libertà da qualunque marchio di fabbrica, da artista e musicista è, appunto, libero di fare quello che vuole. Ora tocca alle canzoni tornare a sorprendere con la stessa urgenza con cui, all’inizio, hanno lasciato il panorama musicale nazionale a bocca aperta cambiando per sempre le regole del gioco.
Manuela Barbato
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