Quando incontro Christina Schlesinger in videochiamata, è seduta all’aperto nella sua casa di East Hampton, circondata dal verde di Long Island. Per un momento compare anche Nancy Fried, sua compagna da molti anni, scultrice e artista. La scena è semplice, quasi domestica. Eppure, la donna che ho davanti ha attraversato alcuni dei passaggi decisivi dell’arte americana degli ultimi cinquant’anni.
Chi è Christina Schlesinger
La sua storia attraversa Womanhouse, il Feminist Art Program del CalArts, la nascita dell’arte pubblica a Los Angeles accanto a Judy Baca, la fondazione di SPARC, le battaglie per la visibilità lesbica e le Guerrilla Girls. Per molti artisti una sola di queste esperienze sarebbe sufficiente a definire una carriera. Ascoltandola parlare, però, ciò che emerge non è tanto una successione di capitoli storici quanto una frase che torna più volte durante la conversazione: “È stato durante quei dieci anni che ho costruito la mia vita”. Lasciare la East Coast, trasferirsi in California, vivere apertamente come lesbica, scoprire Womanhouse, dipingere murales, trovare una comunità a Venice Beach. Tutto sembra ricondurre allo stesso processo: la costruzione di una vita e, insieme, di una voce artistica. Figlia di Arthur Schlesinger Jr., uno degli storici più influenti del Novecento e consigliere del presidente John F. Kennedy, Christina cresce all’interno dell’establishment culturale americano. Il suo futuro sembrava già scritto. Invece sceglie di andarsene.
Christina Schlesinger e il femminismo
All’inizio degli Anni Settanta lascia la East Coast e si trasferisce in California. Quella decisione la porterà verso il femminismo, l’arte pubblica, le Guerrilla Girls e una ricerca artistica che, ancora oggi, continua a interrogare identità, desiderio e libertà. L’abbiamo raccontata qui.
Intervista a Christina Schlesinger
La tua storia viene spesso associata all’arte femminista, all’arte pubblica e alle Guerrilla Girls. Eppure, ascoltandoti sembra che tutto inizi da un gesto molto più semplice: partire. Che cosa cercavi davvero quando hai lasciato la East Coast per la California?
Credo sinceramente che, se non avessi sentito il bisogno di fare coming out come lesbica, probabilmente non me ne sarei mai andata. Avevo una vita confortevole, ma non riuscivo a essere me stessa. Avevo un padre molto famoso, una madre molto forte e alle spalle un contesto estremamente importante. Volevo semplicemente scappare il più lontano possibile. Così sono andata in California. Nessuno sapeva chi fosse mio padre. A nessuno importava da dove venissi. Ho trascorso lì i dieci anni successivi, ed è stato durante quel periodo che ho costruito la mia vita. Ho potuto creare la vita che desideravo davvero.
Che cosa stavi lasciando alle spalle?
Mio padre conosceva tutti. Attraverso lui ho incontrato attori, politici, scrittori. Era molto vicino a Kennedy ed era considerato uno dei più importanti storici del ventesimo secolo. Amavo i miei genitori ed ero molto legata a loro, ma non volevo deluderli. Allo stesso tempo avevo bisogno di capire cosa volessi davvero. Non so quali fossero le loro aspettative nei miei confronti, ma non coincidevano con le mie. Era una continua lotta tra ciò che volevano loro e ciò che volevo io.
Per questo volevo andarmene il più lontano possibile. La California mi ha dato la distanza, la libertà e la privacy necessarie per costruire la mia vita.
Quando si parla dei primi anni del femminismo artistico si pensa spesso a Womanhouse e al CalArts. Nel tuo caso, però, c’era anche Judy Baca e il mondo dell’arte pubblica. In che modo queste esperienze si sono intrecciate?
La cosa che mi ha influenzato più di ogni altra è stata Womanhouse. Ero appena arrivata in California. Vivevo a Venice Beach e facevo arte, ma quando vidi Womanhouse fu come se si accendessero tutte le luci nella mia testa. Improvvisamente capii quale tipo di arte avrei potuto fare e perché mi colpiva così profondamente. Dopo quella visita decisi di iscrivermi al Feminist Art Program del CalArts. Lì conobbi artiste come Arlene Raven, Miriam Schapiro e Faith Wilding. Nello stesso periodo avevo incontrato Judy Baca in un bar lesbico di Venice Beach.
Mi chiese: «Vuoi dipingere murales?». E io risposi: «Sì». Così mi ritrovai contemporaneamente al CalArts e sui ponteggi dei murales. A un certo punto dovetti scegliere. Vinse l’arte pubblica. Lasciai il CalArts, diventai muralista e più tardi fondammo SPARC.

Ascoltandoti, Venice Beach sembra quasi un rifugio.
Lo era davvero. C’era più libertà e più privacy. Non esistevano social media, non esistevano telefoni cellulari. Potevi sparire per un po’ e costruirti una vita. Tutti gli eccentrici, tutte le persone gay, tutti quelli che si sentivano fuori posto finivano a Venice Beach. I miei amici arrivavano dal Wisconsin, dal Michigan, dalla Pennsylvania. Avevano lasciato luoghi nei quali sentivano di non appartenere e in qualche modo finivano tutti lì.
Guardando il tuo lavoro si percepisce un forte senso di libertà. La serie dei Tomboys continua a sembrare sorprendentemente contemporanea. Pensi che quelle opere parlino ancora al presente?
Credo di sì. Quando le realizzai il contesto era completamente diverso. All’epoca non usavamo il termine queer. Nella mia generazione parlavamo semplicemente di lesbiche. Ma al di là delle parole, quei dipinti parlano di persone che cercano di vivere al di fuori delle aspettative e di trovare il proprio posto nel mondo. Questo non è cambiato.
Dai Tomboys si arriva ai Dildo Paintings. Li consideri parte dello stesso percorso?
Assolutamente sì. Per me esiste una linea continua che parte dai dipinti delle betulle, passa per la serie dei Lesbian Bars, arriva ai Tomboys e poi ai Dildo Paintings. Faceva tutto parte della stessa esplorazione. Quando mostrai i Dildo Paintings all’inizio degli Anni Novanta molte persone ne furono scioccate ed era difficile trovare spazi disposti a esporli. Oggi sembrano molto meno controversi.
Come accade spesso alle opere delle artiste donne, hanno avuto bisogno di tempo prima che il pubblico fosse pronto a guardarle.
I Dildo Paintings sembrano ribaltare una lunga tradizione della storia dell’arte. Per secoli la sessualità femminile è stata rappresentata soprattutto attraverso uno sguardo maschile. Le tue opere sono ironiche, dirette e apertamente lesbiche. Pensi che parte del disagio che provocarono derivasse dal fatto che gli uomini fossero semplicemente usciti dall’inquadratura?
È un’osservazione interessante. Non ci avevo mai pensato esattamente in questi termini. Sicuramente quei dipinti nascevano da una prospettiva lesbica e dal desiderio di rappresentare esperienze che raramente trovavano spazio nell’arte. All’epoca questo metteva molte persone a disagio. Oggi la reazione è completamente diversa. La cosa che più mi colpisce è che i dipinti sono rimasti identici. È la cultura intorno a loro che è cambiata.
Guardando le tue opere ho spesso la sensazione che siano dei ritratti travestiti. Persino le betulle sembrano parlare più di persone che di alberi.
Credo che siano dipinti profondamente femministi. Vedevo le betulle come corpi femminili. Esisteva una connessione tra quegli alberi e il mio corpo. Guardavo le betulle e vedevo me stessa. Ho iniziato dipingendo all’aperto, realizzando piccoli paesaggi en plein air. Successivamente li ampliavo in studio, creando relazioni e personalità tra le figure. Per me era un’estensione del mio pensiero femminista.
Guardando alle giovani generazioni, pensi che abbiano lo stesso senso di possibilità e di libertà che caratterizzava la tua?
No. Guardo mia figlia e penso che oggi sia molto difficile essere giovani. Mi sembra che ci sia molta meno libertà. Noi eravamo convinti che le cose stessero andando nella direzione giusta. Avevamo avuto un presidente afroamericano. Pensavamo che presto avremmo avuto una presidente donna. Sembrava che il progresso fosse inevitabile. Poi siamo precipitati da un dirupo. Tutto è crollato.
Sei spesso ricordata come una delle Guerrilla Girls originali, dove utilizzavi il nome di Romaine Brooks. Guardando indietro, quella scelta appare oggi particolarmente significativa. Che cosa rappresentava per te?
Romaine Brooks era importante perché era una delle poche artiste lesbiche alla cui vita e al cui lavoro potessi guardare. Non esistevano molti modelli visibili. Rappresentava una forma di indipendenza e la capacità di vivere alle proprie condizioni. In un certo senso quella scelta acquista ancora più significato se guardo oggi al mio lavoro. La serie dei Lesbian Bars, i Tomboys, i Dildo Paintings: tutte queste opere esplorano identità, sessualità e libertà in modi diversi. Essere una Guerrilla Girl è stato il mio modo di fare attivismo femminista. I dipinti erano un’altra espressione delle stesse convinzioni. Non ho mai realmente separato le due cose.
Antonino La Vela
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