di Giacomo Marchetti – Fonte: Contropiano
Nell’introduzione al volume “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica”, il vicedirettore di “Repubblica” Carlo Bonini e ed il prefetto Franco Gabrielli – ex capo della polizia e dei servizi segreti – scrivono testualmente che: «la sicurezza non è il privilegio dei più forti, ma il diritto dei più deboli».
È un’affermazione che sembra cozzare con la realtà dei fatti: ciò che è successo domenica 19 luglio al Pilastro – dove, durante un’operazione di polizia tutto sommato banale (un uomo che dava in escandescenze sdraiato per terra), è rimasto ucciso il quarantenne di origine marocchina Abderrahim Fakir – ne è una tragica dimostrazione.
Ad inficiare ulteriormente l’idea che la sicurezza sarebbe “il diritto dei più deboli” è stata la scelta della Procura guidata da Paolo Guido di iscrivere un procedimento nell’apposito registro ‘modello’ 45 bis, “nei confronti di quanti hanno preso parte alle diverse fasi del prolungato intervento” che ha portato alla morte di Fakir; cioè i due poliziotti ed i quattro sanitari visibili nel video che ha fatto il giro del mondo, con le maggiori testate giornaliste occidentali a parlare dell’episodio, del tutto identico al caso di George Floyd.
É peraltro il secondo caso in cui è stato attivato lo “scudo penale”, novità degli ultimi “decreti sicurezza”, questa volta per un episodio che ha abbondantemente travalicato i confini italiani e potrebbe costituire un pericoloso precedente per la sicurezza delle parti più vulnerabili delle classi subalterne.
Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza democratica, ben colta dalla petizione intitolata “verità e giustizia per Abderrahim Fakir! Abolire lo scudo penale per le forze di polizia”, che vede tra i primissimi firmatari i due portavoce di Potere al Popolo ed ha raggiunto, in soli 7 giorni, quasi 6 mila firme.
Grazie anche al notevole numero di sottoscrizioni e alla composizione dei firmatari – tra cui spiccano numerosi avvocati e accademici, segno che uno “zoccolo duro” garantista è insofferente alla continua torsione autoritaria di questo governo – si sta sviluppando una battaglia di civiltà giuridica democratica che confligge apertamente con l’approccio dell’esecutivo alla “sicurezza”, ma che allo stesso tempo denuncia i limiti del centro-sinistra su questo tema.
Mentre la Destra di governo sta interferendo pesantemente nelle indagini sulla morte di Fakir – già minate dalla scelta scellerata dello scudo penale, con una sorta di “assoluzione preventiva” che serva da precedente per garantire una speciale immunità agli operatori delle “forze dell’ordine” – il campo largo che amministra la città con la giunta Lepore-Clancy ha deciso di non contestare questa scelta e ha di fatto derubricato l’importanza della mobilitazione democratica per impedire che il caso di Abderrahim Fakir venga “archiviato” grazie ad una procedura frettolosa e “strabica”.
Ma c’è di più. La morte di Fakir è stata senz’altro l’ennesimo punto di caduta in città rispetto alla fiducia di una parte dell’opinione pubblica sull’operato delle forze dell’ordine, specie dopo la militarizzazione di molti quartieri popolari imposta in chiave sperimentale, e poi per così dire resa “strutturale” in vari episodi: l’istituzione delle “zone rosse” nell’autunno del 2024, la gestione sconsiderata dell’ordine pubblico nel corso di numerose mobilitazioni cittadine da settembre scorso, il trattamento particolarmente muscolare di due vertenze territoriali che andavano a mettere in discussione le scelte dell’amministrazione rispetto a progetti di dubbia utilità in due parchi a San Donato ed al Pilastro. Questo “omicidio di Stato”, quindi, è avvenuto in un contesto di accresciuta politicizzazione della fisiologica dialettica sociale.
In questo clima, c’è chi ha voluto buttare ennesima benzina sul fuoco mettendo in primo piano il fatto che gli scontri avvenuti la sera del 20 luglio, dopo lo sconsiderato uso di lacrimogeni e l’abnorme utilizzazione degli idranti, abbiano portato alla cancellazione di alcune prenotazioni particolari turistiche, contabilizzandole come un “grosso danno d’immagine” alla città, con grande sprezzo del ridicolo.
Da una parte la vita di un’innocente morto durante un banale controllo di polizia e dall’altra 24 dirigenti stranieri che avrebbero disdetto la prenotazione in uno storico ristorante del centro. La gerarchia dei valori di riferimento emerge con chiarezza.
E’ l’approdo parossistico della narrazione sul processo di “turistificazione” della città, la cui immagine non deve essere intaccata. Dopo l’annullamento del Festival del Tortellino del 3 ottobre, che doveva svolgersi in piazza Maggiore, a causa della mobilitazione dello sciopero generale, l’Associazione TourTlen denunciava: “il clima di inquietudine sociale e il rischio del perdurare o dell’aggravarsi delle contingenze di ordine pubblico non permetterebbero il normale svolgimento dello stesso”. I cantori della Food City hanno insomma toccato nuove vette di idiozia.
Al clima di “criminalizzazione” del movimento di solidarietà sembra così si sia subordinata la Procura. Da ciò che riporta l’Ansa, infatti, nei giorni scorsi avrebbe aperto un fascicolo iscrivendo 12 manifestanti per i fatti del 20 luglio. L’indagine è affidata al pm Stefano Dambruoso e gli indagati sarebbero accusati, a vario titolo, di “resistenza a pubblico ufficiale, travisamento e danneggiamento”.
Tra questi vi è anche il 20enne che venne arrestato durante i disordini e poi rimesso in libertà il giorno successivo, con un divieto dimora nella città metropolitana di Bologna. “Per lui il processo comincerà il 9 settembre”, riporta sempre l’Ansa.
Sarebbe un paradosso democratico se venissero “assolti” in fretta e furia gli agenti ed invece condannati altrettanto celermente parte di coloro che hanno manifestato la propria legittima indignazione per quell’omicidio. Non vi sembra?
Sono parecchie migliaia le persone che hanno manifestato nel corso di una settimana, stringendosi attorno alla famiglia, fin dalla sera dell’omicidio, dal corteo al Pilastro fino alla marcia popolare della domenica successiva, passando per la mobilitazione del 20 e le due grandi assemblee tenutesi in città.
Un clima di mobilitazione “permanente” piuttosto insolito per questo periodo, ma provocato proprio dalla gravità dell’accaduto e dall’onda lunga del ritrovato protagonismo collettivo, soprattutto nelle giovani generazioni, che almeno da un anno caratterizza la città vere e proprie rotture politiche rispetto all’establlishmentf.
Rotture politiche sia con l’attuale esecutivo che con il campo largo, il quale a tutt’oggi non è in grado di dare la benché minima rappresentanza politica alle istanze che stanno emergendo dentro la nuova composizione di classe di una città a metà strada tra la “vetrina” per i turisti mordi-e-fuggi che affollano il centro – da un anno peraltro tornato ad essere il cuore politico della città e non più solo un teatro per eventi commerciali e le passerelle politiche – e la “caserma” per le classi subalterne che vivono il combinato disposto di gentrificazione/militarizzazione, sottoposti ad una sorta di “profilazione razziale” che ad ogni angolo di strada fa capire chi sono gli indesiderabili.
Non è sorprendente che, con questi presupposti e premesse, la richiesta di Verità e Giustizia per Fakir sia entrata legittimamente e a pieno titolo nella gamma di questioni che debbono trovare cittadinanza nella piattaforma per la manifestazione cittadina che ricorda la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Una richiesta che riguarda due ferite ancora aperte per la città – come la strage di Ustica, per cui i legali delle associazioni delle vittime si stanno opponendo all’archiviazione – e la necessità di fare chiarezza sulla lunga scia di sangue della cosiddetta “Banda della Uno bianca”, per cui le indagini sono state riaperte nel 2024 andando, a quanto pare, in direzione della verifica dei rapporti organici tra i poliziotti membri di quel sodalizio criminale ed i Servizi Segreti.
Tutto ciò appare evidentemente logico e consequenziale, ma è stato ritenuto curiosamente “strumentale” da parte del sindaco Lepore. Il quale che ha attaccato – con il concorso di una parte della stampa – Potere al Popolo, che anche quest’anno parteciperà alla manifestazione portando i propri contenuti, tra cui la richiesta di Verità e Giustizia per Fakir, ed un nutrito fronte “garantista” cui in generale aderisce ogni sincero democratico consapevole del piano inclinato lungo cui stiamo scivolando: lo “Stato di polizia”.
Quello del sindaco, come di chi gli dà corda, sembra solo un modo per screditare un percorso politico di una formazione che si è conquistata sul campo una propria legittimità, grazie anche alle recenti mobilitazioni, e che in questi giorni ha lanciato la costruzione di “un convegno nazionale sulla repressione per questo settembre, che metta al centro la frattura fra i quartieri popolari e la gestione di questa città da parte dell’amministrazione”.
Il Pd sembra agitare la stessa “strategia della paura” della Destra, tesa a criminalizzare il dissenso trattandolo come una “questione di ordine pubblico”, nel solito antico gioco di delegittimare l’opposizione democratica e popolare alla propria sinistra e con ciò le stesse istanze sociali che porta avanti.
Ed invece di scagliarsi contro una Destra che, per ciò che riguarda la Strage di Bologna, fatica ad accettare la verità giuridica su mandanti ed esecutori, ma continua ad inquinare il dibattito pubblico con ipotesi già squalificate come palesi ed accertati tentativi di depistaggio, la giunta Lepore scaglia i suoi strali contro non ha alcuna difficoltà a definire quella carneficina “di Stato e fascista”, così come hanno fatto del resto anche i giudici.
Scendere in piazza anche per chiedere Verità e Giustizia per Fakir non è “sottrarre” qualcosa al significato della mobilitazione, ma è estenderlo e far vivere lo spirito che l’ha animata, quella sete insaziabile sintetizzabile nelle parole di B. Brecht: “quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere”.
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